ROGER DID IT AGAIN!

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ROGER DID IT AGAIN!

Il vincitore che tutti volevano è lo stesso che quasi tutti pensavano. Eppure era quasi paradossale alle porte di uno Slam duro come gli Australian Open assegnare i galloni di favorito a uno che ad agosto soffierà su 37 candeline. Paradossale come lo scherzetto che, da un anno a questa parte, sta riuscendo a Roger Federer. Mentre tutto il resto della ciurma coronata arranca, soffre, scivola, riempie un’immaginaria infermeria, Roger è tirato a lucido, splendido splendente, praticamente perfetto.

Il successo numero 20 nei tornei dello Slam è figlio di un percorso intonso, sporcato soltanto in finale coi due set strappati da un gagliardo Cilic ma addolcito senz’altro dal 6-1 del quinto set che ha fatto calare il sipario sull’edizione numero 106 degli Australian Open, il duecentesimo Slam tra quelli giocati nell’Era Open. Il cammino di Federer verso il sesto sigillo australiano è stato agevole, reso tale da una superiorità mai in discussione e da un tabellone che sembrava rigido in sede di sorteggio per divenire poi mansueto col passare dei turni. Prima della finale, di fatto, i maggiori grattacapi li ha creati un Berdych tornato su standard più che discreti ma, dopo essersi salvato con un guizzo felino nel primo set, anche lì è stata discesa per il basilese.

Un torneo che, strada facendo, ha perso Nadal per infortunio, ha visto Djokovic sconfitto in tre set meravigliosi da Chung, ha sopportato Zverev infilzato sempre dal coreano per 6-0 al quinto set e Dimitrov smarrire la via contro Edmund, ha avuto una sorta di redenzione nell’atto conclusivo. Si pensava a un comodo trionfo di Roger - una specie di fac-simile dell’ultima finale giocata a Wimbledon – e invece giù il cappello dinnanzi a Cilic. Due volte è caduto, altrettante si è rialzato rincorrendo per quasi tutte le tre ore di partita, il croato non s’è arreso neanche quando la vittoria svizzera pareva in ghiaccio sulle ali del 2-0 (e palla del doppio break) nel quarto set. Il neo numero 3 del mondo ha reagito da campione quale sta imparando a diventare e ha vergato cinque game consecutivi furenti che ricordavano pericolosamente (per Federer, s’intende) da vicino la versione fiammante degli Us Open 2014 quando Marin spazzò via la concorrenza – Federer compreso – con un power tennis quasi inedito.

Se l’epica del successo rossocrociato ha abbagliato tutto il resto, è pur giusto parlare degli “altri”, il lato oscuro dello Slam australe. Assieme a Roger, possono considerarsi “vincitori” anche Cilic – giunto alla terza finale Slam in tre tappe diverse del ristretto circuito Major –, Hyeon Chung che a Melbourne ha fatto fuori uno via l’altro Zverev e Djokovic, prima di arrendersi a Federer e a una spaventosa vescica nella sua prima semifinale Slam della carriera, Kyle Edmund – bravissimo a infilarsi in una zona morta e a far fuori Dimitrov per guadagnare la prima semifinale Slam della carriera - e infine Tennys Sandgren che rappresenta la più assurda delle sorprese con un quarto di finale raggiunto alla prima presenza in un main draw Slam.

La lista dei delusi è, invece, capeggiata da Sascha Zverev. Il matrimonio tra il rampollo tedesco e i tornei dello Slam non s’ha da fare: da numero 4 del mondo, Sascha ha steccato nuovamente quando più conta, arrendendosi con un emblematico bagel nel quinto set a Chung. Un solo ottavo di finale raggiunto finora (a Wimbledon) e nessuna vittoria contro un top-50. Questo l’infausto bottino del tedesco che stride tremendamente col ranking guadagnato e coi due Masters 1000 già in tasca. Deludono a metà Grigor Dimitrov e Nick Kyrgios. Il bulgaro butta fuori la maggiore speranza aussie in una delle partite più belle del torneo, ma poi si fa eliminare in quattro scialbi set da Edmund. Per quanto riguarda Nick, invece, col senno di poi sarebbe davvero potuto diventare il suo torneo.

Gli Australian Open 2018 erano chiamati all’ingrato compito di avvicinarsi alla passata edizione. Missione, francamente, impossibile. E, difatti, non ci sono riusciti. La finale è durata cinque set come nel 2017, il nome da iscrivere all’albo d’oro è quello del 2017, ma probabilmente qui si esauriscono le somiglianze. Alla fine della fiera, tuttavia, la storia ricorderà il vincitore. Il resto sarà contorno.

di Federico Mariani

** Questo articolo e' tratto dalla Rivista Tennis World, numero 51.
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