L'ortopedico italiano che ha presentato Ulises Badio a Novak Djokovic



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L'ortopedico italiano che ha presentato Ulises Badio a Novak Djokovic

È passato poco più di un mese dalla straordinaria vittoria ottenuta da Novak Djokovic agli Australian Open. Il campione serbo ha subito un serio infortunio agli addominali nel corso del match di terzo turno contro Taylor Fritz, ma questo non gli ha impedito di superare gli ostacoli e di vincere il diciottesimo Slam in carriera.

Dietro l’impresa di Djokovic, ci sono il nome ed il cognome di Ulises Badio, il fisioterapista argentino che da anni lo segue e cura, insieme a Marco Panichi, ogni dettaglio della sua preparazione fisica. Non tutti sanno che a presentare Ulises Badio a Djokovic è stato un affermato ortopedico italiano.

Si tratta di Giovanni Di Giacomo, che in un’intervista esclusiva al quotidiano “La Repubblica” ha svelato questo curioso retroscena.

Il curioso aneddoto che lega Djokovic e il suo fisioterapista

"Posso confermare che gli ho avvicinato io il fisioterapista argentino.

Per Djokovic era un momento di riflessione sulle persone che gli stavano vicino e per cui stava ripensando un pochino il suo staff. Sono felice che Ulises abbia contribuito al trionfo di Nole a Melbourne anche perché lui si è formato in alta Italia, in veneto.

E ha seguito tutti i nostri corsi, quindi si può dire che l'italia ha dato un grosso contributo. Io non voglio questionare la gestione dell'infortunio di Djokovic: se lui ha vinto, è rimasto numero 1 e ha la storia recente che ha, ha sicuramente ragione lui.

Quindi si è gestito bene. In generale gli atleti hanno capito come la gestione fisica sia diventata una priorità. Aggiungo, come dire, la bontà delle scelte di Diokovic: penso anche a Marco Panichi, il preparatore: quindi gente che ha un profilo, uno spessore culturale e professionale altissimo a livello sportivo, per cui mi sento assolutamente di garantire le sue scelte.

Il mio rapporto con il tennis nasce grazie all'America, dov'ero andato a studiare e specializzarmi. Ma questa è un'altra storia. Ad ogni modo, tutto sommato, direi che tante differenze non ci sono. Per come la vedo io, in campo - che sia sport di squadra o oppure sport individuale - alla fine siamo soli e ce la dobbiamo cavare da soli. Non è così anche nella vita?" .