Come si diventa i numeri 1 ?

Capire che non esistono talenti innati, ma esistono modi efficaci per sviluppare qualsiasi capacità

by Federico Coppini
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Come si diventa i numeri 1 ?
© Chris Hyde/Getty Images

La pratica mirata ti spinge a sfidare costantemente i tuoi limiti e a raggiungere obiettivi che pensavi impossibili

Decennio dopo decennio e anno dopo anno, assistiamo a un miglioramento continuo delle prestazioni umane. Soprattutto a partire dalla seconda metà del Novecento, abbiamo visto un incremento costante del tempo che le persone dedicano a praticare qualche disciplina, utilizzando tecniche di allenamento sempre più sofisticate e producendo risultati via via migliori.
Tutto questo lo possiamo vedere in molti settori, dalla danza, alla musica, allo sport, alla medicina. Può essere che di anno in anno questo miglioramento non sia percepibile, ma quando lo osserviamo a distanza di tempo, risulta palese.

La pratica espande le capacità umane e queste sembrano non avere limiti, possono continuamente migliorarsi. Questo accade perché il nostro cervello e il nostro corpo sono adattabili e in grado di creare, passo dopo passo, competenze che prima ci sembravano impossibili.

E' molto importante capire il concetto di pratica mirata, che e' in contrapposizione a quello di pratica ingenua, che consiste semplicemente nel continuare a fare qualcosa, nella speranza che la sola ripetizione migliori le prestazioni.

La pratica mirata ci spinge a fare cose che prima non sapevamo fare semplicemente impegnandoci in modo diverso, perché:

- ha obiettivi specifici, molto ben definiti. Per esempio, se siamo studenti di musica, un obiettivo della nostra pratica potrebbe essere quello di suonare un brano dall’inizio alla fine, alla giusta velocità per tre volte di fila, senza fare errori. Avendo degli obiettivi specifici, possiamo valutare l’efficacia dell’esercitazione;

- è focalizzata: miglioriamo quando siamo concentrati completamente su ciò che stiamo facendo, senza distrazioni;

- richiede dei feedback: abbiamo bisogno di sapere se stiamo procedendo bene oppure no, ed eventualmente dove stiamo sbagliando;

- richiede di uscire dalla zona di comfort: è l’aspetto più importante, perché la pratica mirata parte dal presupposto che tutto sia sempre migliorabile e quindi ci spinge costantemente oltre i nostri limiti. Un pianista che per anni ripete sempre gli stessi brani non solo non migliora, ma addirittura le sue prestazioni col tempo peggiorano.

Puoi sfruttare la plasticità del cervello, che cresce e cambia reagendo a un addestramento intenso

Il corpo e il cervello umano rispondono agli stimoli sviluppando nuove abilità.
Quando ci alleniamo in palestra è facile vedere il nostro corpo mutare e seguire i suoi progressi; più difficile è rendersi conto dei mutamenti che avvengono nel nostro cervello man mano che lo alleniamo. Eppure, questo si plasma e si irrobustisce proprio come i bicipiti che vediamo ingrossarsi sollevando pesi.

Sappiamo che il cervello umano è dotato di plasticità e a questo proposito c’è uno studio molto interessante che è stato fatto sui tassisti di Londra. Guidare per le strade di questa città e sapersi orientare è così complesso, che per conseguire la licenza di tassista è necessario superare una serie di prove che sono state definite come “l’esame più difficile al mondo”. Chi ottiene questa licenza conosce Londra meglio di Google Maps!
Psicologi e ricercatori hanno cercato di capire come potesse essere possibile una tale capacità di apprendimento e hanno scoperto che i tassisti che si sono sottoposti alla ricerca avevano un ippocampo più grande del normale. L’ippocampo è la parte del cervello che interviene nella formazione dei ricordi, stimolato soprattutto dall’orientamento nello spazio e dall’attività di ricordare la posizione degli oggetti.
Non solo i tassisti di Londra hanno un ippocampo più sviluppato, ma man mano che vanno avanti negli anni a esercitare questa professione, diventa ancora più grande. Cosa che ad esempio non riguarda gli autisti di autobus, che passano le giornate a guidare sempre lungo lo stesso percorso e non devono sforzarsi di trovare il modo migliore per andare dal punto A al punto B.
Questo esempio ci dimostra che il cervello possiede un’elasticità molto simile a quella del resto del corpo.
In realtà il nostro corpo tende all’omeostasi, ovvero una volta che ha raggiunto uno stato soddisfacente, vuole mantenere lo status quo. Se non cerchiamo continuamente di migliorarci, il nostro corpo e il nostro cervello non saranno motivati a produrre nessun cambiamento. Paradossalmente, però, possiamo sfruttare questo concetto per uscire continuamente dalla zona di comfort, cercando sempre di alzare l’asticella delle nostre abilità.
Così facendo, il nostro sistema (che tende all’omeostasi) cercherà di adattarsi alle nuove sfide nel migliore dei modi: più ci mettiamo sotto sforzo, più tendiamo a reagire e trasformarci, con l’obiettivo di alleggerire questi stessi sforzi.
L’approccio tradizionale all’apprendimento non è pensato per opporsi all’omeostasi. Con la pratica intenzionale l’idea è non solo
di concretizzare il nostro potenziale, ma anche di continuare a incrementarlo, rendendo possibili cose che fino al giorno prima ci sembravano impossibili.

Le rappresentazioni mentali ti aiutano a gestire le informazioni, capirle, analizzarle, memorizzarle e usarle per prendere buone decisioni

Studiando i campioni di scacchi ci possiamo rendere conto di quanto sia importante avere una rappresentazione mentale.
Questi campioni sono in grado di ricordarsi l’esatta disposizione dei pezzi sulla scacchiera con una precisione straordinaria, riconoscono a colpo d’occhio gli schemi che si formano; quando osservano una partita capiscono subito chi è in vantaggio, quale direzione può prendere il gioco e anche quale sarebbe la mossa giusta da fare. Tutto questo in un istante, con una semplice occhiata sono in grado di avere una visione d’insieme che manca del tutto ai principianti.

Nadal© Bradley Kanaris/Getty Images
 

Questo perché i Maestri di scacchi usano le rappresentazioni mentali: vedono mentalmente con chiarezza gli schemi, le situazioni, le strategie, le mosse.
Anche noi le usiamo ogni giorno, pensiamo per esempio quando sentiamo la parola “Gioconda” e immediatamente davanti ai nostri occhi compare il dipinto di Leonardo da Vinci: lo vediamo con la mente. Gran parte della pratica intenzionale si basa sullo sviluppo di rappresentazioni mentali sempre più efficienti, che possiamo usare nelle attività in cui ci impegniamo. Pensiamo per esempio a un tuffatore: per lui è essenziale formarsi una chiara visione di come apparirà ogni parte del tuffo, sia in termini di posizione del corpo, che di distribuzione della  forza.

Di solito la soluzione non è impegnarsi di più, ma impegnarsi diversamente.


Ciò che distingue un esperto di qualsiasi disciplina è la qualità delle sue rappresentazioni mentali. Grazie agli anni di pratica, un esperto può sviluppare delle rappresentazioni sempre più accurate e sofisticate, che permettono di prendere decisioni molto velocemente, affrontare le situazioni che si presentano con efficacia, individuare schemi ricorrenti. Se osserviamo una partita di calcio (e non siamo competenti) ci potrà sembrare che i giocatori stiano solo rincorrendo una palla muovendosi un po’ a caso per il campo. In realtà i calciatori si muovono seguendo schemi precisi e pieni di sfumature, che si creano man mano che si spostano nel campo e reagiscono ai movimenti del pallone e degli altri giocatori. I migliori calciatori riconoscono gli schemi in campo, sono
in grado di prevedere le azioni future, immaginare più esiti possibili, vagliarli velocemente e scegliere il più promettente.

Se vuoi imparare a fare bene qualcosa, la pratica intenzionale è il modello ideale di apprendimento

Ci sono tanti modi di fare pratica di una disciplina, ma quello che si è dimostrato più efficace è la pratica intenzionale, così definita da Anders Ericsson nei primi anni Novanta.
Vuol dire che alla pratica mirata dobbiamo aggiungere l’intenzionalità. La musica è un settore che offre ottimi esempi per comprendere come si possa sviluppare l’eccellenza attraverso la pratica intenzionale.

La teoria tradizionale ci dice che ciò che caratterizza i musicisti di alto livello è un talento innato.
Eppure, sembra che non sia affatto così, come dimostra uno studio fatto su alcuni studenti di violino dell’Universität der Künste di Berlino. Questo studio ha sfatato il mito del talento innato e ha fatto emergere un’importante evidenza: per diventare un musicista eccellente servono diverse migliaia di ore di esercizio. Non ci sono scorciatoie, non esistono bambini prodigio che siano diventati esperti con poca pratica.

Tra gli studenti di violino che hanno partecipato alla ricerca, coloro che avevano passato più ore ad affinare la propria arte erano mediamente più bravi degli altri - e tra questi, i migliori erano coloro che si erano dedicati a una pratica mirata.
In qualsiasi campo, nessuno sviluppa abilità straordinarie senza avere alle spalle una quantità di tempo enorme dedicato ad esercitarsi.
Osservando meglio la musica, lo sport, il balletto, si nota come l’addestramento abbia molti principi simili. Andersson chiama l’insieme di questi principi “pratica intenzionale”.

Nessuno sviluppa abilità straordinarie senza allenarsi moltissimo


I presupposti perché si possa applicare sono due: che il settore sia abbastanza sviluppato, ovvero che gli esecutori migliori abbiano raggiunto un livello elevato che li distingua rispetto ai principianti, e che ci sia un insegnante che assegni esercizi mirati che aiutino lo studente a migliorare le sue prestazioni.
A monte di tutto questo c’è il semplice presupposto che l’essere umano ha un potenziale di miglioramento infinito, a patto che si alleni nel modo giusto. Da questa prospettiva, non arriva mai un momento in cui si possa toccare un livello di prestazione massima, in cui continuare ad esercitarsi non produca ulteriori miglioramenti.
La pratica intenzionale prevede che:

- le tecniche di apprendimento siano progettate e supervisionate da un insegnante o un allenatore, che sappia come fare acquisire ai suoi allievi le abilità degli esperti;

- ci si spinga al di fuori della zona di comfort: lo studente deve continuamente sforzarsi di fare prestazioni al di sopra del suo livello attuale di abilità;

- ci siano obiettivi specifici e ben definiti: non si mira a un miglioramento “generico”;

- ci sia la piena attenzione e la partecipazione attiva degli studenti;

- vengano dati costantemente dei feedback, in modo tale da orientare i successivi step;

- lo studente si crei delle rappresentazioni mentali efficaci, perché il miglioramento si ottiene insieme allo sviluppo di questa abilità;

- ci si concentri su aspetti particolari della disciplina, impegnandosi per migliorarli: il miglioramento graduale porta a diventare esperti.

Per eccellere in una disciplina è necessario praticarla per anni, arrivando mediamente alla cifra di diecimila ore. Questa cifra è un punto di riferimento, che non va preso alla lettera, ma piuttosto serve a ricordarsi che senza uno sforzo enorme protratto per anni non si diventa esperti di un qualcosa, e non c’è talento innato che tenga.

Nadal© Chris Hyde/Getty Images
 

La pratica intenzionale è rivolta a chiunque abbia un sogno e desideri prendere in mano la propria vita


La pratica intenzionale non si applica solo al mondo della musica, dello sport, del lavoro: è rivolta a chiunque abbia voglia di imparare a fare bene qualcosa, che sia disegnare, comporre un codice informatico, scrivere un romanzo, fare il giocoliere, cantare, essere un buon venditore. È rivolta a tutti coloro che hanno un sogno e desiderano prendere il controllo della propria vita.

Perché si possa applicare questa tecnica di apprendimento, è necessario  trovare un buon insegnante, con una buona competenza didattica, e lavorare con lui. Un altro elemento importante è il coinvolgimento: dobbiamo sentirci presenti e partecipi, attenti a ciò che stiamo facendo. Se ci distraiamo e non siamo sufficientemente concentrati, sarà difficile migliorare.

Se per esempio frequentiamo un corso di karate in gruppo, e seguiamo i movimenti del maestro in modo meccanico, senza ricevere dei feedback precisi sulle nostre prestazioni, avere un maestro non ci sarà di grande aiuto. Sarà molto meglio avere un insegnante solo per noi, in grado di seguirci in modo specifico, correggerci e metterci sulla strada giusta.

Nadal© Bradley Kanaris/Getty Images
 

Se non abbiamo la possibilità di avere un insegnante, possiamo comunque utilizzare i principi della pratica intenzionale, tenendo a mente i concetti chiave: focalizzazione, feedback e soluzione. Suddividiamo l’attività in tanti singoli pezzi, da svolgere ripetutamente e analizzare, per scoprire i punti deboli e trovare modi per superarli. Poiché la pratica intenzionale costa molta fatica, non è facile mantenere la concentrazione e l’impegno: occorre motivazione. Motivazione che possiamo trovare dal desiderio di diventare più bravi, di provare orgoglio per i nostri progressi, di vedere crescere la nostra autostima, di diventare persone diverse e ogni giorno migliori. Più pratichiamo e più ci rendiamo conto che le ore dedicate ad allenarci non sono un costo quanto un investimento su noi stessi.

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