IL TALENTO, LA PREDESTINAZIONE ed ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE TEOLOGICA



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IL TALENTO, LA PREDESTINAZIONE ed ALCUNI SPUNTI DI RIFLESSIONE TEOLOGICA


Sento spesso riecheggiare ai bordi dei campi di tennis giovanili queste frasi: “Quando c’è il talento c’è tutto…”, “chi ha il talento prima o poi arriva …”, “il talento o ce l’hai oppure non c’è niente da fare…:”, affermazioni che sono assiomi: principi evidenti che non debbono essere neppure dimostrati, figurarsi poterli contraddire.
 
Nel sentire comune il talento è qualcosa di innato, sono le stigmate del Santo, il segno di una predestinazione.
 
Il predestinato può anche non curarsi di allenarsi poiché negli astri è già scolpito il suo destino ed anzi un allenamento costante ed intenso potrebbe far dubitare delle sue doti innate…..così spesso i genitori tengono a sottolineare come il figlio o la figlia possa essere bravissimi pur non giocando mai a tennis ed essendosi ritrovati solo casualmente quel giorno con una racchetta in mano.
 
Il talento così definito appare simile al concetto escatologico di “predestinazione” dei cattolici riformati…
 
Noi, però, che siamo imbevuti della dottrina della Chiesa Cattolica Romana preferiamo concepire il talento come una semplice attitudine, che deve, però, essere sviluppata con un serio e precoce allenamento, lasciando così che il corpo e la testa possano memorizzare gli schemi motori, il fisico possa sviluppare il suo potenziale e la mente possa amplificare le proprie qualità strategiche.
 
In effetti seppure sia innegabile l’importanza di un’attitudine nello sport, non bisogna dimenticare come tale attitudine risulti essere influenzata ed accresciuta dalle nostre esperienze motorie, specie quelle più precoci.

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Gli atleti più forti che dominano il tennis attuale, sia nel settore maschile, che femminile, hanno quasi tutti iniziato a giocare a tennis tra i 3 anni ed i 6 anni.
 
Maradona che pure è considerato il “talento puro” per eccellenza non costruito da “volgari” allenamenti, ha sviluppato le sue doti “naturali” giocando senza tregua fin da piccolissimo sui campi e le strade fangose di Villa Fiorito a Buenos Aires.
 
Fatta questa premessa, occorre dire, come il tennis esiga poi davvero molteplici talenti, forse più di ogni altro sport.
 
Pensando al talento nel tennis ci si riferisce, infatti, spesso unicamente alla capacità di coordinazione che deve esistere tra mano e occhio, il talento per intenderci descritto da Mc Enroe nella sua autobiografia, ma tale talento, se isolato, sarebbe ben poca cosa.
 
Un tennista moderno (specie con la velocità di gioco attuale) deve essere, infatti, anzitutto sorretto da un talento anche fisico. Un giocatore che non arrivi correttamente sulla palla, semplicemente, non può giocare a tennis: deve avere intelligenza, cioè la capacità di “sapere leggere tra”, adattando la propria strategia al gioco che si sviluppa in ogni incontro; deve avere capacità di concentrazione, perché le partite, come insegnano le statistiche, sono spesso vinte o perse per lo scarto di pochi punti; un giocatore deve avere cuore, sapere stringere i denti e cercare di superare tutti gli ostacoli endogeni ed esogeni.

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Nessuno, però, di questi talenti appare sufficiente, se non sorretto da quello più importante: la voglia costante volersi migliorare allenandosi duramente.
 
Gunter Bresnik, l’ex allenatore di Muster e Thiem, ha sempre sostenuto che il talento maggiore che devono avere i tennisti è quello della voglia di allenarsi.
 
Personalmente ho visto molti ragazzini e ragazzine precocissimi destare l’entusiasmo dei maestri: riuscendo a fare in modo naturale, colpi di tocco con estrema precisione e sensibilità o facendo andare in modo estremamente fluido il braccio … con espressioni di giubilo del tipo: “Oh a questo la palla gli scorre….!”… deludere, però, i propri esordi felici, perché privi della voglia di allenarsi con la giusta umiltà e serietà.
 
Il talento si può, dunque facilmente sprecare, senza la giusta attitudine al lavoro.
 
Per comprendere davvero il talento bisogna rivolgere la mente alla parabola evangelica di Matteo e ricordare che il vero talento non va sotterrato, ma moltiplicato “investendolo” con l’allenamento…..
 
Il talento, dunque, si atrofizza senza la giusta perseveranza, mentre anche chi non è baciato dal Dio del tennis può con il lavoro e l’intelligenza, costruire una carriera più che dignitosa, ci sono moltissimi esempi, qualcuno anche italiano.
 
Lo stesso Federer, che nel tennis è considerato l’icona del talento, non vince le partite stando in pantofole durante la settimana.

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Federer è costretto ad allenarsi anche lui ogni giorno, ripentendo tutti i gesti tecnici del tennis anche i più banali, curando minuziosamente la preparazione fisica (specie nel periodo di Dubai), avendo l’intelligenza di evolvere il proprio gioco in base alla sua età, dovendo, persino, per essere competitivo aggiornarsi sulle nuove tecnologie delle racchette (il passaggio ad un piatto più grande lo ha senza dubbio aiutato…..)
 
Una volta date per scontate tutte le caratteristiche esaminate il nostro “futuro campione”, dovrà avere la più importante delle fortune nascere in una famiglia che faccia da mecenate del suo talento, come Giulio II lo fu per Michelangelo e Raffaello “ad maiorem Dei gloriam” …
 
In generale, il dovere dei  genitori è quello di avere la cura di capire le attitudini e le passioni del figlio, dovendo anche quando sono molto piccoli saperli indirizzare.
 
Il tennis, purtroppo, è uno sport che comporta enormi sacrifici non soltanto a chi lo gioca, ma a tutta la famiglia, che deve avere per questo una reale dedizione al tennis, essendo inevitabilmente assorbiti dall’attività agonista di un figlio tempo e risorse economiche, è per questo che non tutte le famiglie potranno e saranno disposte a vedere sbocciare il germoglio del talento…
 
 
ALFONSO LATINO