LA FORZA MENTALE APPLICATA AL TENNIS



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LA FORZA MENTALE APPLICATA AL TENNIS

In passato abbiamo parlato delle varie componenti di quella che ho chiamato “la Zona”, ossia la capacità di molti sportivi di raggiungere la massima concentrazione e ottenere la massima performance. Ho anche evidenziato che il modo per raggiungere questo stato fisico e mentale può variare da giocatore a giocatore.

Ora vorrei parlare più nello specifico di chi ha posto le basi nel passato dello studio di questa disciplina: Tim Gallwey e il Dott. Jim Loehr.

Che si parli di tennis ma anche di altri sport, ognuno di loro descrive i diversi aspetti della cosiddetta “Zona” e i diversi modi di approcciarla. Ma quello che ci interessa è che entrambi forniscono un approccio che tende a combinare il tennis giocato con altri aspetti importanti che entrano in gioco.

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Il best seller innovativo di Tim Gallwey “Il gioco interiore del tennis”, pubblicato più di 40 anni fa nel 1974, ha virtualmente creato dal nulla il ramo degli studi sulla forza mentale nello sport. A volte il suo lavoro è stato riassunto con il semplice messaggio “Guarda la palla”. Ad ogni modo il suo lavoro e le conseguenti implicazioni risultano molto più ampie, complesse e potenti.

Gallwey è stato capitano della squadra di tennis di Harvard negli anni 60. Nel 1971 è andato in India e ha passato del tempo in un ashram, dove ha imparato le grandi potenzialità che offriva la capacità di riuscire a calmare i pensieri tramite la meditazione. Quando è tornato negli Stati Uniti, ha iniziato ad applicare questa esperienza al gioco del tennis. Inizialmente aveva chiamato il suo metodo “Tennis-yoga”, ma poi lo ha cambiato il nome in “Gioco interiore”, mentre lavorava al libro che avrebbe avuto proprio quel titolo.

Gallwey trasforma il “Tennis-Yoga” nel “Gioco interiore”

Gallwey ha scritto un secondo libro sul tennis e poi altri libri sul gioco interiore del golf e dello sci. Il loro successo ha mostrato l’esistenza di molte problematiche e frustrazioni in ambito sportivo che non venivano sufficientemente affrontate dai metodi di coaching tradizionali.

Per quanto riguarda il tennis, Gallwey chiede al giocatore di fissare la traiettoria della palla mentre si muove da una parte all’altra del campo, come mezzo per sviluppare la “concentrazione rilassata”. Con questa pratica i giocatori si possono realmente concentrare senza sforzarsi a farlo.

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Questo tipo di concentrazione sulla palla dà luogo spontaneamente a dei momenti di grande prestazione in cui la mente e il corpo sembrano muoversi all’unisono, cioè a movimenti perfetti, senza sforzo.

Gallwey credeva che molti giocatori avessero già provato questa esperienza in modo autonomo, ma credessero che capitasse in modo casuale in alcuni momenti fortunati. In realtà avevano passato dei brevi momenti nella Zona. Lo scopo della pratica del gioco interiore è quello di aumentare la frequenza e la durata di questi momenti in cui il subconscio prende il comando e i colpi sembrano fluire in modo naturale.

Ma per Gallwey giocare in modo inconscio non significa giocare senza alcuna coscienza, anzi proprio il contrario. Paradossalmente significa avere una maggiore consapevolezza di quello che succede attorno a sé. Quello che deve mancare sono le preoccupazione per le questioni tecniche o i pensieri sugli eventi passati o su quello che potrebbe succedere nell’immediato futuro.

La sfida è provare a far tacere i pensieri e eliminare o ridurre i calcoli, i giudizi e le preoccupazioni. Lo scopo è quello di limitare le aspettative, ridurre i rimpianti e lo sforzo di tenere tutto sotto controllo. Perché cercare di controllare la “Zona” significa uscirne immediatamente.

Il gioco interiore: guardare la palla è efficace sull’intera esperienza di gioco.

Oltre a fissare la palla, la chiave per arrivare alla Zona è capire la relazione tra quello che Gallwey chiama “I due sé”. Ogni giocatore porta in campo entrambe queste parti di sé e il dialogo non costruttivo tra le due parti può bloccare l’accesso alla Zona.

Il “Sé 1”, la mente razionale, dà costanti istruzioni su come giocare. Ma questo interferisce con il “Sé 2” che realmente dirige il gioco a un livello più profondo. L’idea di Tim Gallwey è che per giocare al massimo della forma, si debba mettere a tacere il Sé 1 e lasciare libero di agire il Sé 2. Questo può essere messo in pratica in tre passi.

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Prima di tutto consiglia di osservare il dialogo interiore tra i due Sé senza giudicare. Poi ci si deve provare ad allontanare da quel dialogo tramite immagini e sensazioni positive. Il terzo passo sarà ripetere il processo e migliorarlo col passare del tempo, senza dare giudizi negativi in base ai risultati.

Capire il conflitto tra i due Sé è di vitale importanza. Il giocatore deve ignorare i giudizi negativi del Sé 1, per raggiungere la concentrazione rilassata e focalizzarsi semplicemente sulla palla.

Gallwey ha poi consigliato di sostituire il vago concetto di guardare la palla, col fissare le cuciture. Nello specifico il giocatore dovrebbe osservare lo spin delle cuciture e le differenti rotazioni mentre la palla si muove da una parte all’altra del campo.

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Come ha detto Gallwey ”Finché la mente è impegnata a fissare le cuciture, tende a non interferire con i movimenti naturali del corpo. Inoltre le cuciture sono nel qui ed ora e, se la mente è concentrata su di esse, non inizia a vagare dal passato al futuro”.

Allenare la forza mentale.

Ancora oggi vale la pena leggere lo stimolante libro di Gallwey, che ha ispirato il lavoro successivo del secondo padre fondatore: il Dottor Jim Loehr.

Quando Jim Loehr ha scritto il suo primo libro, ha coniato l’espressione “forza mentale”, che è poi diventato un concetto universale in tutti gli sport o anche in ogni tipo di lavoro. Ma ironicamente Loehr non ha trovato da subito un editore, e il suo libro “Allenare la forza mentale per lo sport” è stato pubblicato per la prima volta con l’aiuto della famiglia di Jim.

A differenza delle riflessioni di Gallwey, che derivavano principalmente dall’introspezione, Loehr ha approcciato l’argomento in modo empirico. Ha intervistato degli atleti, chiedendo loro di descrivere le esperienze di quando hanno giocato nel loro momento migliore.

Il risultato è stato la scoperta di quello che Loeh ha chiamato “Lo stato ideale di performance”: una situazione molto particolare sia mentale che fisica, diffusa tra i top player, che egli riteneva fosse possibile ricreare in modo volontario a tutti i livelli.

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Loehr ha scoperto che la mente ha degli effetti biochimici sul corpo e viceversa. Ha capito che la negatività mentale può sabotare tramite la chimica la performance fisica e che il processo tende solitamente a degenerare. L’ansia e la paura peggiorano il rendimento e questo rendimento peggiore a sua volta crea più ansia e più paura.

Secondo Jim, i pensieri dell’atleta danno origine a certe emozioni e queste emozioni hanno delle conseguenze fisiche. Danno origine a loro volta a delle reazioni fisiologiche come accelerazione del battito cardiaco, tensione muscolare, mancanza di fiato, minore irrorazione sanguigna e riduzione della capacità visiva.”

Che possibilità hanno gli altri giocatori di arrivare a una performance come quella di Federer?

Oltre ad aver fatto delle interviste e lavorato all’accademia di Nick Bollettieri, Loehr ha viaggiato per un anno con Ivan Lendl, che a quel tempo era top ten. Ha notato che Lendl, come virtualmente tutti i top players, adottava una lunga serie di rituali tra un punto e l’altro, che lo aiutavano a mantenere la concentrazione e il ritmo. Questo l’ha portato alla formulazione delle famose quattro fasi per gestire l’intervallo tra un punto e l’altro, che ancora oggi vengono ampiamente insegnate e utilizzate dai giocatori. Eccole:

1. mantenere una postura positiva dopo ogni punto;

2. rilassare la mente e il corpo con il respiro e concentrarsi sulle corde della racchetta;

3. preparare la strategia per il punto seguente;

4. per finire, usare dei rituali fisici personalizzati prima di ricominciare a servire o rispondere.

Loehr ha notato che Lendl passava molte ore sui campi di allenamento e curava molto la parte fisica, ma passava anche molto tempo fuori dai campi per allenarsi ad avere maggiore controllo mentale. Osservava i suoi pensieri e le sue emozioni come si fa nella meditazione, notando semplicemente il loro arrivo e la loro dissoluzione, senza reagire in nessun modo. Faceva esercizi di concentrazione mentale per migliorare il livello della sua consapevolezza e della sua capacità di farsi completamente assorbire da una cosa alla volta.

Prima delle partite si sedeva e stabiliva i suoi obiettivi: “Voglio essere forte, fiducioso, desideroso di giocare, rapido.” Alla fine chiudeva gli occhi e immaginava se stesso giocare, a volte visualizzando interi game.

Ivan Lendl: la sua mentalità da campione non era innata, è stata creata.

Dopo aver osservato Lendl e altri giocatori, Loehr ha concluso che la mentalità da campione è il risultato di un allenamento disciplinato ed equilibrato, piuttosto che una qualità innata che capita a pochi fortunati.

Il contributo di Loher, che tuttora è ritenuto importante, è stato quello di creare un programma di rituali da utilizzare dentro e fuori dal campo, che potesse aiutare a sviluppare uno stato mentale, emotivo e fisico positivo. In particolare suggeriva di usare dei rituali e degli schemi di pensiero ben precisi nelle pause tra un punto e l’altro e tra un game e l’altro. Comprendeva anche una rieducazione mentale fuori dal campo e l’uso di visualizzazioni positive.

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Il lavoro di Loehr è stato molto copiato, parafrasato e adottato da dozzine, se non centinaia di sedicenti guru e mental-coach; resta tuttavia il fondamento del campo di studi che lui stesso ha creato.

I lavori di Gallwey e Loehr, seppur molto diversi nell’approccio, nello stile e nei toni, forniscono nell’insieme un ottimo studio sulla struttura del gioco mentale che si sviluppa nella testa di un atleta durante i punti e nel tempo che separa un punto dall’altro. In questo modo, almeno nel tennis, sembra esserci più coerenza che divergenza nel definire e nel creare “la zona”.