La sindrome del “Cavallino dello sceicco”



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La sindrome del “Cavallino dello sceicco”

Il vento mulinava la terra rossa impetuosa su un campo della periferia di Roma, sfiorando le esili gambe delle bambine.

Un cielo insolitamente grigio di un afoso Agosto assisteva senza alcun interesse agli scambi centrali ed impauriti delle due piccole tenniste.

Dagli spalti tutto l’amore e la pressione di chi le amava…

La palla appariva oltre modo pesante, quasi fosse fatta di acciaio, impedendo traiettorie che avessero profondità e senso tennistico.

La mia bimba aveva perso.

Le lacrime nel lungo tragitto di ritorno in macchina, faticosamente, cercavano di detergere la terra rossa che il vento aveva impresso sul volto.

Fu allora che avvertii per la prima volta quel sentimento e ne provai quasi repulsione. Stavo vivendo il “mio” dolore e sentivo bruciare dentro la “mia” delusione per quella sconfitta…

Mi accorsi presto che il mio dovere era unicamente quello di soccorrere mia figlia, di asciugare le sue lacrime ,visibili ed invisibili, perché il dovere di un genitore è quello di lasciar vivere i figli da protagonisti le loro vite, essendo pronti a sorreggerli negli ostacoli ed ammonendoli sulle facili lusinghe dei successi.

La mia ragione aveva abdicato alla logica del “cavallino dello Sceicco” …un concetto, rectius, una sindrome, che colpisce molti genitori e che spero di saper esplicitare, pur non avendo alcuna competenza nel settore della psicologia.

C’è un pezzo di una canzone di Venditti dedicato alla squadra di calcio della Roma che così recita: “Dimme chi è ? che me fa sentì importante anche se nun conto niente ! che me fa sentì Re quando sento le campane la  domenica mattina ….Grazie Roma”…..Ebbene, questa immedesimazione negli esiti calcistici della propria squadra, accade, talvolta, ed è ancora più virulenta e pericolosa, con i propri figli…

Tale deriva è ovviamente rischiosa e perversa, perché ognuno deve vivere la propria vita, le proprie passioni e le proprie aspirazioni…mettendo, altrimenti, a repentaglio  il proprio ruolo e il proprio rapporto con i figli.

Non si può sognare o vincere per interposta persona….nemmeno ed a maggior ragione con un proprio figlio.

Nostro figlio non è il puro sangue arabo nero che alleniamo ed alleviamo perché possa vincere il derby di Inghilterra …. non siamo lo sceicco yemenita che gode e gonfia il petto di fronte alla high society inglese per il successo del proprio cavallino.

Bisogna essere un passo indietro ai nostri figli, capire che la sconfitta e ancor più la loro vittoria non ci appartengono.

Bisogna saper consolare i propri figli nella loro “sconfitta” e farli rimanere a terra nella loro “vittoria”.

Non è sempre facile anzi è molto complicato, perché non è sempre agevole capire quale dolore si stia abitando se il proprio o quello per la delusione del proprio figlio…..ma è essenziale cercare di capirlo.

Moltissimi sono gli esempi di tennisti che sono diventati forti e famosi,  ma che hanno completamente distrutto il rapporto con i loro genitori, cento volte maggiore è poi l’esercito di quanti pur non divenendo dei famosi tennisti  hanno ugualmente rovinato in modo irreparabile il legame di affetto e fiducia con i propri genitori.

Il tennis assomiglia alla vita, sei solo in mezzo alla polvere a lottare come un dannato sotto un cielo indifferente, senza che nessuna delle tue sconfitte possa avere un solo alibi…per questo valore intrinseco ed altamente pedagogico, si deve essere contenti che i nostri figli pratichino uno sport così formativo,  senza essere esaltati o avviliti per delle vittorie o delle sconfitte che sono sullo sfondo di un progetto formativo della persona.

by Alfonso Latino
Visceralmente innamorato  del tennis, seguo come caddy di mia figlia il tennis giovanile vivendone le dinamiche