Si dice che la fiaba non ha bisogno di essere capita nella testa


by   |  LETTURE 1913
Si dice che la fiaba non ha bisogno di essere capita nella testa

Fra muscoli tesi allo spasmo e corpi bagnati di sudore, il suono di un cuore che accelerato spinge sangue nelle vene.
Sotto occhi come lame taglienti, labbra serrate a coprire denti affilati.
Un intrecciarsi di voci minacciose e feroci nel loro suono.
Scena di un istante, preludio ad un lampo. Ed una testa, tagliata, lascia lì il suo corpo per cadere immobile sull’arido selciato.
Non di un romanzo, ma di vita reale la scena disegnata.

Vita reale per gli Ilongot, cacciatori di teste che vivono in tribù nella giungla della parte meridionale della Sierra Madre delle Filippine.
Di “liget” vivono questi uomini pieni di rabbia. Perchè liget è proprio la loro rabbia, senza la quale non saprebbero vivere o – meglio – sopravvivere.
Non già di una rabbia “di fine”; bensì di una rabbia “come mezzo” dovremmo parlare.

Rabbia come mezzo di elaborazione di qualsiasi lutto personale.

Concetto, questo appena espresso, che venne osservato e studiato per primo dall’antropologo Renato Rosaldo. Fu lui, infatti, a cogliere prima di tutti la valenza di catarsi psicologica nel taglio delle teste.
La proiezione verso l’esterno del proprio dolore; la finalizzazione della propria “rabbia” verso un altro essere umano a cui tagliare la testa.
Un atto liberatorio di elaborazione del lutto che passa attraverso il sacrificio orrido di un altro essere umano
Di qui, Rosaldo si interroga sulla “forza culturale delle emozioni”: la percezione e l’espressione delle emozioni sono sempre il prodotto di un’intensa e costante costruzione culturale.

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Non sono un fatto universale comune a tutti gli uomini e a tutte le culture.
Così, mentre la cultura occidentale esprime disperazione prodotta dal lutto attraverso la tristezza, la cultura degli Ilongot presenta la possibilità di convertire il dolore in rabbia.
Insomma “un taglio di teste” legittimato dalla rabbia di un lutto!

Occidentale o di altro mondo che sia, il volto della rabbia è lo stesso: l’organismo si prepara all’azione, al fight or flight (combatti o fuggi).

Meccanismo, quest’ultimo, dal quale derivano tre emozioni di base e di scissione assolutamente negative: la paura, la rabbia, il dolore. Nutrimento eccezionale per la scissione dell’Io!

È come avere tre cavalli selvaggi che, agitando i propri zoccoli, fratturano l’unità dell’essere umano ed impediscono l’enpowerment dell’individuo unitario.

Il cavallo della paura porta con sè panico e paranoie; quello della rabbia conduce alla disperazione e alla perdita dell’autostima. Mentre quello del dolore cavalca sulle praterie dell’odio e dei blocchi emozionali.

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È solo imparando a cavalcare questi indomiti cavalli che si potrà convertire la paura in coraggio ed autostima, la rabbia in serenità e comprensione ed il dolore in amore.
La rabbia, custodita nel corpo anche inconsciamente, rimane infatti bloccata dentro e può dar luogo anche a contratture croniche, difficili da sciogliere e davvero resistenti.
Rabbia che rimane intrappolata, bloccata e depositata in un muscolo che si trova al centro del nostro corpo: lo psoas.

Muscolo, questo, chiamato – non a caso – il muscolo del “flight or fligh” (attacco e fuga), o “muscolo emotivo”. Muscolo assolutamente collegato al nostro cervello rettile (la nostra parte istintuale).

Infatti, è il cervello rettile che trasmette il messaggio del fligh or flight al nostro psoas; muscolo che, per proteggersi dalla minaccia di “stress”, rimane contratto e teso così ri-trasmettendo un segnale di “tensione” al cervello rettile, come in un circolo vizioso.
L’uomo è, d’altronde, un organismo molto complesso in cui emozioni e conflitti sono sì stati d’animo; ma anche stati temporanei dei recettori del muscolo ileo-psoas.
E, dunque, assetto genetico, prime esperienze, eventi del presente, mente che attribuisce significati, effetti sulla chimica dell’organismo, comportamenti osservabili e blocchi muscolari sono di fatto assolutamente interagenti e complanari sul benessere dell’io.

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Se le tecniche naturali del muscolo di “attacco e fuga” sono bloccate, lo sconvolgimento muscolare e neurovegetativo rischia di cronicizzarsi in patologie psicosomatiche.
Pertanto, solo agendo con una gestione consapevole e terapeutica del muscolo psoas l’individuo crescerà nel suo essere indiviso ed indivisibile, senza scissioni o fratture dolorose.
Una contrazione o indebolimento del muscolo, apparentemente non percepibile, porta infatti ad un inevitabile blocco.

Ma è il muscolo “bloccato” a generare scissione emotivo e cognitivo relazionale?
Oppure è la scissione tra corpo e mente dell’individuo a bloccare il muscolo?
E se provassimo a cambiare la messaggistica tra cervello rettile e psoas, sì interrompendo quel circolo vizioso?

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Rossella Pece

Fondatrice e creatrice de “ilfitnessdellanima”, lavoro specifico sul muscolo psoas.

Autrice del libro “Accarezziamolo con calma: manutenzione e riflessioni sul muscolo ileo-psoas”,

prossima pubblicazione in Italia


 

“Rabbia e Psoas, storia di un amore negato”, Milano, 4 maggio 2019, viale Tunisia 13.

Un workshop dove si cercherà di dare delle risposte a questi interrogativi.

Relatori: Rossella Pece – Simona Pavesi


 

“Si dice che la fiaba non ha bisogno di essere capita nella testa; ma deve entrare nel profondo, attraverso la pancia e là lavorare.

Io dico che deve entrare nella pancia... e nello psoas!

Credendo sempre che solo una fiaba potrà curare ogni ferita, ma solo se narrata da una persona che ci ama!”