DIAMO UN OCCHIO, CALMO SE POSSIAMO, AL NOSTRO PSOAS


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DIAMO UN OCCHIO, CALMO SE POSSIAMO, AL NOSTRO PSOAS

È un martedì di un qualunque mese di gennaio.

Una pallina rimbalza frettolosamente da un lato all’altro di una rete tesa, echeggiando in un silenzio rotto talvolta da composti applausi.

Quarti di finale dell’Australian Open di tennis: si gioca il quinto set.

A colpire quella pallina c’è lui, il numero uno al mondo, Rafa Nadal.

Ed è proprio lui che, improvvisamente, lascia cadere la racchetta ai suoi piedi; alza una mano al cielo e sofferente comunica il ritiro dal match e dalla competizione.

Arriva solo il giorno dopo una nota dell’entourage del campione.

La risonanza magnetica parla di una lesione di primo grado all’ileopsoas. Almeno tre le settimane di stop.

Un calendario agonistico troppo intenso, terreni spesso troppo impegnativi ed un muscolo che improvvisamente cede.

“Non se l’ATP debba pensare un po’ più alla salute degli atleti” - le parole del numero uno al mondo - “C’è una vita dopo il tennis”.

C’è un muscolo per lo sport e per la vita, direi piuttosto io.

“Ileopsoas! Chi è costui?” - potremmo chiederci parafrasando il Don Abbondio dei Promessi Sposi.

E, purtroppo, non tutti sanno che trattasi di un solido muscolo lungo circa 40 centimetri che collega direttamente la colonna vertebrale al bacino, al femore e alle gambe.

Un “concentrato di competenze” che rende il bacino dinamico e bilanciato; permettendo a quest’ultimo di oscillare liberamente e favorendo la libertà di movimento alle gambe.

Ma torniamo a quei quarti di finale.

Il croato Marin Cilic si appresta al servizio. Lui, Rafa Nadal, è pronto – teso come una corda di violino – alla risposta.

Sa bene Nadal che controbattere perfettamente al servizio è ciò che può cambiare l’esito di un set.

Ottanta centesimi di secondo: tutto molto veloce, tutto quasi impercettibile!

Serve anticipazione motoria, split step, torsione delle anche ed open stance. I tecnici parlano di backswing …

Serve il lavoro dello psoas.

Perché è nella torsione delle anche, piuttosto che delle spalle, così come nell’attenta scelta del centro di gravità che si articola la risposta al servizio!

È una posizione di busy waiting o attesa attiva quella che racchiude in sé lo sforzo biomeccanico del tennista.

Sforzo che mal si sposa con l’espressione attesa: non v’è nulla di statico!

I piedi una base d’appoggio larga quanto le spalle, gli avampiedi leggermente convergenti, le gambe naturalmente piegate.

Il tronco è proteso in avanti per l’azione della parte bassa del corpo, in modo che il centro di gravità vada a proiettarsi all’interno della base d’appoggio stessa.

Le braccia non sono raccolte, né distese; bensì protese.

La testa è dritta e gli occhi garantiscono l’orizzontalità dello sguardo.

È una statica dinamicità quella a cui assistiamo.

Nadal è lì in mezzo al campo, il suo corpo è in questa posizione di busy waiting, gli occhi all’orizzonte fissi sulla pallina al di là di quella rete tesa.

Certo, è il numero uno al mondo! Ma sicuramente tensione e stress contraggono innaturalmente il suo muscolo diaframmatico nell’attesa del servizio a cui rispondere.

Tanti, troppi infiniti minuti di questa innaturale contrazione del diaframma e del muscolo ileo psoas se leggiamo i dati riportati dal giornalista sportivo Stu Woo del Wall Street Journal.

Per una durata media di due ore e quarantaquattro minuti di partita Stu Woo ha cronometrato 46 minuti e 29 secondi di gioco effettivo con scambi ad una media di 92 centesimi di secondo.

Quarantasei minuti, dunque, di assoluta ed innaturale contrazione dello psoas; oltre che del suo diaframma.

Cosa succede nel “cuore” del corpo del nostro Nadal?

Cosa sta accadendo al suo psoas?

Il tronco costantemente proteso in avanti agisce sul suo centro di gravità, localizzato esattamente nella giunzione lombosacrale; laddove tutto è psoas.

Minuto dopo minuto, sotto costante tensione fisica ed emotiva, questo muscolo comincia ad irrigidirsi ed accorciarsi. Le funzioni naturali degli organi in addome vengono rallentate e compare algia toracica, muscolare ed articolare.

La tensione emotiva scarica sul diaframma e sullo psoas. Così come l’irrigidimento di quest’ultimo, provocando algia vertebrale, restituisce tensione a livello del sistema nervoso centrale (SNC).

Ed ancora, dal sistema nervoso centrale gli stimoli contrattivi ritornano ad agire sullo psoas.

Un circolo vizioso, potremmo dire!

Circolo vizioso, peraltro, che agendo nell’area lombosacrale stimola la c.d. “fight or flight response”; ovvero una reazione fisiologica acuta da stress che prepara il sistema nervoso simpatico (SNS) alla risposta corporea-cinestetica.

E dunque, come potremmo mantenere una adeguata posizione di busy waiting riducendo la contrazione e l’irrigidimento del nostro psoas?

È possibile ottenere lo stesso risultato con uno “sforzo” minore?

Sembrerebbe proprio di sì!

Sam Vine, ricercatore della Exter University in Inghilterra, ha dal 2010 studiato ed approfondito la teoria del “quiet eye” (QE) secondo cui un allenamento specifico del controllo visivo attenzionale consente un totale coinvolgimento dell’individuo con focalizzazione sull’obiettivo.

Nello specifico, lo studio condotto da Sam Vine e dal suo collega Mark Wilson ha dimostrato che la tecnica del QE va a stimolare l’area dorsale del cervello, modificando una serie di misure fisiologiche e rilassando proprio la muscolatura lombosacrale.

Si ottiene contestualmente un corretto bilanciamento fra tensione di sfida e capacità motoria di risposta: il senso di controllo è “serenamente” al massimo.

Il SNC non serve tensione allo psoas. E quest’ultimo non risponde con algia e tensione.

Il soggetto è lì, nella sua busy waiting position, ma non risente di alcuna tensione.

È come se fosse estraneo a quel momento, pur essendo assolutamente reattivo.

Un fenomeno strano, qualcuno direbbe leggendo queste righe.

Ma è un fenomeno straordinario, più che strano, trattato già nel lontano 1975 dallo psicologo croato di ceppo ungherese e formazione negli Stati Uniti, Mihaly Csikszentmihalyi.

Della c.d. “teoria del flusso” ne è stato scritto anche il libro “Flow in Sports” dalla psicologa sportiva Susan Jackson.

Ma un anno passa in fretta.

Ed il nostro Rafa Nadal è tornato agli Australian Open, senza che il suo psoas abbia ceduto.

Ma, purtroppo, in finale c’era sempre quell’incredibile silenzio rotto dal rimbalzare della pallina su un terreno duro. E di fronte, dall’altro lato della rete tesa, c’era Novak Djokovic che da anni si allena con la tecnica del QE.

Il suo psoas rilassato gli ha consentito di dominare Nadal e di vincere la finale.

Con calma e reattività.


 

*Rossella Pece

Ideatrice e fondatrice de “ilfitnessdellanima”, protocollo di allenamento specifico sullo psoas.

Autrice del libro “Accarezziamolo con calma: riflessioni e manutenzione del muscolo ileopsoas” in prossima uscita in Italia.