ESCLUSIVA Stefano Massari:"Vi dico perché il difficile per Berrettini arriva adesso"



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 ESCLUSIVA Stefano Massari:"Vi dico perché il difficile per Berrettini arriva adesso"

Anche Martina Trevisan, che dopo il fantastico exploit al Roland Garros entrerà per la prima volta in carriera in top 100, ha sottolineato come uno dei fattori determinanti nei suoi miglioramenti è stato l’ingresso nel suo staff del preparatore mentale.

Sempre più spesso vediamo giocatori avvalersi di questa figura per migliorare alcuni aspetti psicologici, che sono certamente importanti quanto gli altri. Per cercare di capire un po' meglio quale siano le dinamiche che intervengono tra mental coach e giocatori siamo andati a fare due chiacchiere con uno dei migliori in questo campo: Stefano Massari, tra gli altri preparatore mentale anche di Matteo Berrettini.

Secondo te Stefano quanto è stato complesso gestire l’aspetto mentale per i giocatori, dopo una pausa senza precedenti in un’annata così particolare? “Sicuramente per i giocatori è una difficoltà in più che si aggiunge alle altre difficoltà.

Non è un caso che sia allo Us Open che adesso al Roland Garros ci siano stati alcuni risultati sorprendenti, un conto è arrivare ad un appuntamento importante con già all’attivo trenta match, un conto è arrivarci avendone giocati tre.

È un pò come le squadre di calcio che all’inizio del campionato faticano perché nelle gambe hanno solo le amichevoli estive. Uno degli ostacoli principali per i giocatori è sicuramente rientrare nello stato d’animo delle gare, anche se va detto che le difficoltà dopo una pausa del genere riguardano un pò tutti gli aspetti”.

Entrando nello specifico del rapporto che ti lega a Matteo Berrettini, qual è la frequenza delle vostre sessioni? Avete degli appuntamenti fissi oppure variano in base al periodo? “Le nostre sessioni possono variare da periodo a periodo.

Diciamo che in genere quando non sono fisicamente con lui ci sentiamo una volta due o tre giorni prima dell’inizio del torneo, poi quando il torneo inizia ci sentiamo sempre tra un match e l’altro. Questa cadenza delle nostre sessioni è stata decisa dopo una trasferta che ho fatto con lui al torneo di Stoccarda un anno e mezzo fa.

Vivendo il torneo di persona assieme a lui mi sono reso conto che il tennis costituiva una sorta di “ossessione”, nel senso che ogni istante della sua giornata ruotava attorno al match, per questo ho capito che la sessione con me poteva diventare un ulteriore pezzo da aggiungere alla routine che avrebbe potuto appesantirlo.

Da quel momento, anche se Matteo non me l’ha mai espressamente detto, gli ho proposto di sentirci in maniera più libera a seconda della sua giornata, a differenza di quanto facevamo prima di quel torneo dove ci sentivamo con appuntamenti fissi.

Io in genere gli do la massima disponibilità, quando era a New York alcune volte ci siamo sentiti anche alle 3 del mattino, la cosa importante è che Matteo sia un momento della sua giornata in cui sia a suo agio nel fare la sessione, che non si senta minimamente pressato o in momento in cui si accavallino altri suoi impegni”.

Che momento sta attraversando secondo te? “Sta attraversando un momento complesso. E non poteva essere altrimenti perché Matteo è arrivato lassù in maniera completamente anomala. Non dimentichiamoci che la prima partita a livello ATP l’ha giocata a inizio 2018, alla fine del 2019 era numero 8 del mondo, è quasi incredibile.

In pochissimo tempo ha fatto un salto enorme, questo significa che è diventato forte molto velocemente ed è chiaro che ora faccia fatica nella gestione di alcuni aspetti, sarebbe strano il contrario. Se la sconfitta con Altmaier fosse arrivata un anno fa nessuno avrebbe detto nulla, invece adesso questa sconfitta ha destato stupore e tutti hanno iniziato a chiedersi “ma che succede a Matteo?” Succede che Matteo è diventato numero 8 del mondo in poco più di un anno, che tante cose le sta imparando ora, e che tante le deve ancora imparare.

Sarebbe stato strano vederlo gestire da subito la sua nuova dimensione, invece ci vorrà ancora del tempo, ed è giusto che sia così”. Secondo te la figura del mental coach, che è sempre più presente negli staff dei giocatori, diventerà fondamentale nella crescita dei nuovi talenti? “Io credo che la figura del preparatore mentale diverrà un pò quella che era la figura del preparatore atletico trent’anni fa.

Mi spiego: il preparatore atletico anni fa lo avevano in pochissimi, tendenzialmente solo i campioni, oggi non c’è un tennista, anche a livelli più bassi, che non ne abbia uno. Ad oggi quindi è considerato indispensabile.

Penso che nel tempo la figura del mental coach seguirà lo stesso percorso, sicuramente ad oggi non è ritenuta indispensabile come le altre, ma a mio parere lo diventerà. Su questo vorrei approfondire un aspetto secondo me importante: alcuni allenatori non hanno ben chiaro il ruolo del preparatore mentale, mi capita spesso di andare in giro e vedere gente aspettarsi da me la formuletta magica che sistemi il problema, ma ti assicuro che non è affatto cosi.

La mia figura, come può essere quella di un maestro di tennis o di un preparatore fisico, è nientemeno che un allenatore e ha bisogno di allenare, invece vedo che c’è molta ignoranza riguardo il nostro lavoro, molti non sanno bene come operiamo ma si aspettano da noi una soluzione del problema in breve tempo, non è cosi.

Noi siamo allenatori, e i risultati, come in tutti gli altri aspetti, si ottengono con l’allenamento”. È giusto far inziare il percorso con il preparatore mentale fin dall’adolescenza? “A mio avviso non si può prescindere dall’età reale, ci sono quattordicenni che sono maturi e altri che sono ancora dei bambini, quindi ho difficoltà a stabilire un’età idonea per iniziare il percorso.

Ricollegandomi a ciò che ti ho detto prima, la preparazione mentale è allenamento, e questo richiede una certa maturità dal momento che posso essere richiesti esercizi scritti sia prima delle partite ma anche prima degli allenamenti.

Un’età specifica però è impossibile da stabilire”. Ultima domanda Stefano, un tuo giudizio strettamente personale su Jannik Sinner? “Posto che conosco pochissimo Jannik, non avendoci mai parlato il mio giudizio si basa unicamente da ciò che ho intravisto dalla tv.

È evidente che il ragazzo ha una capacità di autoregolazione e di gestione delle proprie emozioni molto sviluppata. La prima volta che ho realmente empatizzato con Sinner è stata l’altra sera proprio durante il match con Nadal, quando alla fine del primo set ho visto per la prima volta le sue emozioni in maniera manifesta.

In quel tie break l’ho visto per una volta più essere umano e lontano dall’essere glaciale come suo solito. Sicuramente Jannik ha una sua inclinazione naturale alla gestione delle emozioni, ammiro tantissimo la sua presenza in campo e la sua glacialità, oltre alla fantastica tecnica che possiede, però in quel momento della partita con Nadal mi ha sorpreso poiché è stata la prima volta che l’ho visto così”