Sinner: "Da piccolo non mi piacevano i tornei juniores, perdevo sempre"


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Sinner: "Da piccolo non mi piacevano i tornei juniores, perdevo sempre"

Nell'ultima apparizione dell'anno, concessa a Milano nell'annuale meeting del team Head, Jannik Sinner ha parlato delle sue ambizioni e di alcuni aneddoti sul suo passato. Ecco le sue dichiarazioni: “Ormai mi fanno sempre le stesse domande.

E’ stata una stagione fantastica con tanti momenti significativi, più alti che bassi, un fatto che, credo, a un giocatore non capiti tante volte. E’ partita quando ho vinto Bergamo e da lì ho sempre cercato di migliorare, insieme al mio team.

Alla fine la cosa più importante è sempre quella: cercare di migliorarsi, come giocatore ma anche come persona. Imparare a essere maturi in campo. Mi sono reso conto che tante volte si vince anche solo riuscendo a stare calmi.

La testa è fondamentale. E’ la cosa che tu puoi sempre controllare durante il match. Qualche volta non puoi controllare il tuo gioco, o quello dell’altro, ma la tua testa, sì. E credo di aver fatto bene quest’anno sotto questo aspetto”.

Continua: “Non è tanto facile soprattutto quando sei tanto giovane concentrarsi su un unico sport. Non credo vada bene. Io sono fortunato grazie alla famiglia che mi ha concesso tanta libertà e mi ha sempre dato quello che desideravo.

Per loro era importante che io fossi felice. E anche ora loro sono felici quando mi vedono star bene in campo, vedono che mi diverto. Ovviamente vogliono che io dia il massimo; ma quello, ci mancherebbe. Oggi credo che da piccoli sia giusto provare a fare tanti sport, messi insieme.

Da piccolo facevo pochi tornei junior. Un bel giorno siamo partiti per l’Egitto, a Sharm el Sheikh, per giocare il primo Futures Itf. E ho perso subito ovviamente. In quei tornei perdevo perché gli altri erano più forti di me.

Però abbiamo deciso, con il mio team, di andare in quella direzione. Di andare a confrontarsi ad un livello in cui mi sentivo sotto pressione perché dovevo fare qualcosa in più durante il gioco. Questo percorso sicuramente mi ha aiutato.

Perdevo tanto. Non vincevo mai. O comunque vincevo poco. Però alla fine siamo sempre ‘stati sul lavoro’, come dice Riccardo, il mio coach. Che significa che ogni volta che abbiamo perso siamo sempre rimasti lì, ci siamo allenati con gente più forte di me.

La stessa cosa che stiamo facendo anche oggi. Farlo da piccoli è molto importante perché se giochi sempre con avversari di pari livello, o di livello inferiore al tuo, vinci però non ti rendi conto se migliori o no.

E alla fine ho scelto di puntare a migliorarmi. Qualche volta devi avere anche un po’ di fortuna. A Bergamo, quest’anno, quando ho vinto il mio primo Challenger, ho avuto un po’ di fortuna. Sono arrivato dal Kazakistan il giorno prima, mi sono allenato mezz’ora, poi la sera ho giocato subito un ottimo match.

E’ andata bene. Qualche volta basta una partita per farti venir fuori. A me è successo un po’ così”. I tornei da giovane sono stati fondamentali per Sinner: “Non mi piaceva giocare i tornei juniores.

Per me è una questione di mentalità: a quel livello non sei sempre tu che devi vincere la partita, spesso sono gli altri che te la regalano. Io ho un modo di vedere il tennis per cui mi piace sempre andare avanti, provare a fare gioco.

Per questo mi interessava cercare di confrontarmi con quelli più forti, più grandi di me”. Sulla racchetta: “Ho sempre giocato con la Speed, sin da piccolo. Non ho mai cambiato, neanche la corda (Hawk Touch n.d.r.).

E non mi passa per la testa neanche lontanamente l’idea di cambiare perché penso che un giocatore abbia già tanti problemi da risolvere in campo. Se cominci a pensare alla racchetta, magari poi finisci, in certi momenti, per darle la colpa dei tuoi errori.

Non fa per me. Io credo che si debba trovare la racchetta che va bene per te e poi magari metterla punto nel peso, personalizzarla ma cambiando pochi dettagli. La stessa cosa vale per la corda. Io ho sempre usato il monofilo Head Hawk Touch.

Ho cambiato solo il calibro: fino all’anno scorso usavo 1,25 mm, ora sono passato all’1,30. Perché altrimenti dovevo incordare troppe volte. L’ho capito proprio qui all’Harbour Club lo scorso anno, quando ho giocato il mio primo Atp Challenger.

Si giocava sempre con palle nuove e io rompevo sempre le corde. Mi sono detto: non posso incordare cinque racchette al giorno. E ho cambiato. Adesso nei tornei non me le incordo più da solo ma ho mantenuto quel calibro. Comunque quando sono a Bordighera le racchette continuo a incordarle da me, con la macchina che mi sono comprato qualche tempo fa.

“Mi sono sempre trovato bene con la Speed perché secondo me è la racchetta più semplice. Una racchetta con cui puoi far di tutto: la palla ti esce molto facile. Appena la tocchi, va e il piatto corde è fermo.

A me dà questa sensazione e mi piace. La sento bene. Uso manico n.2, piccolo, anche se ho le mani grandi, e 300 grammi di peso. Se dovessi aumentare un po’ di peso sarebbero solo pochi grammi perché di muscoli ancora non ne ho tanti e rischio di spaccarmi.

Il bilanciamento è 32 cm. Per quanto riguarda la tensione, tiro le corde a 28 chili. Adesso, col calibro 1,30, l’incordatura finisce per essere abbastanza rigida, dura e mi piace. La voglio così perché non mi piace perdere la palla in lunghezza. Così posso provare a spingere sempre un po’ di più”.