Toni Nadal parla del caso Serena Williams e dei vecchi coaching a Rafa


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Toni Nadal parla del caso Serena Williams e dei vecchi coaching a Rafa

La finale femminile degli Us Open sarà sicuramente ricordata per il comportamento folle di Serena Williams, che dopo aver ricevuto due warning, il primo per coaching e il secondo per aver rotto la racchetta, ha letteralmente perso le staffe e inveito contro il giudice di sedia Carlos Ramos, definendolo “ladro”.

L’arbitro portoghese, da parte sua, dopo le offese ricevute non ha potuto fare altro che punire la tennista americana con un penalty game. Toni Nadal ha scritto un editoriale per El Pais, esponendo il proprio punto di vista sulla questione.

Si può capire la frustrazione della giocatrice, che nel momento di massimo stress, si è sentita impotente nei confronti di una finale sempre più in salita. Ma ciò che risulta difficile da accettare, è che un’atleta dalla grandezza e dal prestigio della campionessa americana non sia riuscita a controllare i propri nervi in campo e si sia fatta trasportare dalle emozioni.

Bisogna pretendere il buon comportamento dei giocatori in campo. A riguardo penso non ci siano discussioni. Dal mio punto di vista, riguardo il coaching, bisogna capire quando alcune parole o gesti lo sono. C’è un arbitro, e lo ripeto, alcuni di loro cercano di sfruttare di più la loro immacolata rettitudine e il loro protagonismo, che di tentare di non far sviluppare questo tipo di situazioni.

Ci sono altri che capiscono, tuttavia, che questa misura è in qualche modo discutibile e sono più inclini ad avvertire prima di punire. Ho guadagnato la fama di essere uno di quelli che parlava con mio nipote dagli spalti- la mia voce è difficile da nascondere- e in alcuni casi gli arbitri hanno detto a Rafael( Nadal) di farmi stare zitto, o mostravano con i loro occhi di essere vigili.

Ho sempre cercato di ricambiare con un sorriso o con un cenno di mano per essere gentile. Ed è sempre stato assurdo per me che l’allenatore non possa colpire un urlo per il suo giocatore, quando lo possono fare migliaia di persone nello stadio.

Barare completamente sotto copertura sarebbe molto facile. Sarebbe sufficiente mettere un amico da qualche parte sugli spalti che trasferirà le istruzioni. I puristi che difendono la proibizione del coaching nel tennis, sostenendo che si tratta di uno sport individuale, comprendono la competizione in un modo per me strano.

Non so se ci sia qualche altro sport in cui ciò avvenga, a parte il tennis. Certo, non è il caso della Formula 1, del motociclismo, del rally o del golf. Credo che nessuno dotato di buon senso posso sottovalutare una vittoria di Tiger Woods, per fare un esempio, perché ha ricevuto indicazioni dall'assistente.

È stato molto difficile per l’allenatore di Serena, come lo è stato per me, spostarsi da Nizza a New York o da Maiorca a Melbourne e non poter dire una parola dopo aver lavorato per mesi o anni per quel particolare momento.

A me sembra ridicolo e senza senso. Per ora, comunque, le regole sono queste e bisogna obbedire, morderti la lingua o mascherare e provare ad incitare quando l’arbitro guarda dall’altra parte. I dubbi ti inseguono, non sapevo mai se il mio ‘Vamos Rafael’ potesse essere motivo di rimprovero“.