Nella Hopman Cup degli infortuni il team Usa imprime il suo sesto sigillo


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Nella Hopman Cup degli infortuni il team Usa imprime il suo sesto sigillo

A distanza di 3 anni di digiuno gli Stati Uniti sono tornati a incidere il proprio nome nell'albo d'oro della Hopman Cup, riuscendovi per la sesta volta nella propria storia di una competizione giunta alla sua 23esima edizione.

Se tre anni fa gli artefici del successo furono Serena Williams e Mardy Fish, stavolta, in quel di Perth sono stati il recordman John Isner e la pittoresca Bethanie Mattek Sands a trascinare il team a stelle e strisce al trionfo.

A contendere il titolo al duo yankee, però, non è stata la Serbia di Djokovic e Ivanovic, che eppure sul campo si era acquisita il diritto di disputare la finale dopo aver primeggiato nel girone A. Come un fulmine a ciel sereno, infatti, l'infortunio occorso ad Ana Ivanovic proprio alle soglie della finale ci ha privati della presenza della Serbia nell'ultimo atto.

Come da regolamento, infatti, in luogo del team serbo è subentrato il Belgio, piazzatosi al secondo posto nel girone. E così è spettato a Justine Henin e Ruben Bemelmans animare l'epilogo con gli Usa, approdando per la prima volta in finale della Hopman Cup.

I belgi, dal canto loro, avevano impattato negativamente questa “kermesse”segnando il passo al cospetto dei padroni di casa dell'Australia. Successivamente, però, il Belgio ha rilanciato le proprie quotazioni sbarazzandosi prima della cenerentola Kazakhstan e, soprattutto, costringendo alla resa la Serbia nell'ultimo match del Round Robin.

Questa Hopman Cup è coincisa con il debutto da telecronista del sottoscritto per la Tv del tennis, Super Tennis, per la quale ho avuto la possibilità di commentare questa manifestazione per la sua intera durata.

E il caso ha voluto che esordissi lunedì 3 gennaio per documentare il match tra Isner e Mahut, ovvero la riedizione della sfida più lunga di tutti i tempi che come ben ricorderete si disputò nell'ultima edizione di Wimbledon dopo 11 ore e 5 minuti spalmati in 3 giorni.

In controtendenza con quel primo turno di Wimbledon, stavolta, il confronto tra Isner e Mahut si è risolto in tempi piuttosto rapidi in favore dell'aceman Big John in due set, 6-3, 7-6. Gli Stati Uniti hanno debuttato disponendo agevolmente della Francia del succitato Mahut e della teenager Kristina Mladenovic, stellina franco-serba su cui i francesi ripongono molte aspettative.

Dopo il 3-0 imposto alla Francia, gli Usa hanno inflitto la prima battuta d'arresto all'Italia (del cui cammino darò conto in seguito), per 2-1. Nel singolare d'apertura, Bethanie Mattek Sands ha regolato contro pronostico un'inconcludente Schiavone, la quale, ancora lontana dalla miglior condizione, si è espressa ben al di sotto dei propri standard.

Nel secondo singolare, Potito Starace è andato ad un passo dal compiere l'impresa contro Isner, ma il numero 1 azzurro si è disunito sul più bello, non riuscendo a tesaurizzare un break di vantaggio nel set conclusivo.

Ritrovatosi avanti 3-1, infatti, Starace si è inopinatamente eclissato, subendo senza colpo ferire un contro parziale di 5 giochi a 1 che ha permesso ad Isner di portare in dote al team Usa il punto della sicurezza, quello del 2-0.

A nulla è valso il successo nel doppio misto di Schiavone e Starace maturato in rimonta, che è servito soltanto a dimezzare lo svantaggio e a indorare l'amare pillola. L'incrocio tra Usa e Italia, infatti, era a tutti gli effetti un confronto diretto per designare la regina del girone B, dopo che gli azzurri avevano prevalso 2-1 sulla Gran Bretagna nel match d'apertura della Hopman.

Purtroppo, però, la sconfitta dell'Italia per mano degli Usa ha reso vana la vittoria sulla Gran Bretagna, anche perchè per accedere alla finale, nell'ultima giornata avremmo dovuto confidare in una congiuntura di improbabili risultati; ovvero una nostra vittoria 3-0 a spese della Francia e con egual risultato la sconfitta degli Usa per opera della già eliminata Gran Bretagna.

Roba da fantatennis, insomma. Tanto che nell'ultima giornata le speranze italiche si sono infrante prima di subito, a causa di un infortunio, fortunatamente di lieve entità, occorso a Francesca Schiavone, la quale si è precauzionalmente ritirata nel corso del primo set contro la Mladenovic, per una contrattura alla coscia.

Di fatto, il ritiro della Schiavone ha reso vuoto di significati il match tra Mahut e Starace, nel quale si è registrato il successo dell'eterno incompiuto francese. L'avventura dell'Italia, pertanto, si è conclusa prematuramente con una vittoria a fronte di due sconfitte, che hanno relegato l'Italia al terzo posto del raggruppamento B, alle spalle di Usa e Francia e davanti alla Gran Bretagna.

C'è il rimpianto per quello che poteva essere e quello che non è stato, dato che il team azzurro, mai come in questa edizione pareva avere tutte le credenziali per aspirare alla finale. I britannici, rappresentati da Murray e Robson, gli stessi portacolori che un anno addietro condussero la Gran Bretagna in finale, sono stati la principale delusione della Hopman Cup, unitamente all'Australia di Hewitt e Molik, ormai completamenti svuotati della propria linfa agonistica e tennistica.

Murray e Robson, infatti, hanno chiuso malinconicamente all'ultimo posto con 3 sconfitte su altrettanti match disputati. Stati Uniti-Belgio, pertanto, è stata la finale inedita della 23esima edizione della Hopman Cup.

Nel singolare d'apertura, Bethanie Mattek Sands per lunghi tratti ha ribattuto colpo su colpo alla 7 volte vincitrice di un major, Justine Henin, mettendone a dura prova la resistenza. Nel corso del primo set, giocato su elevatissimi livelli d'intensità, la Mattek, tennista naif che sfoggia mise tanto stravaganti quanto ineleganti, si è procurata due set-point nel corso del tiebreak di un primo set caratterizzato da otto break in serie in dodici game.

Nello snodo cruciale del tiebreak, la Mattek si è issata sul 6-4, ma qui, la Henin con la classe che le è propria ha sventato le due palle set, prima con il conforto del servizio e subito dopo con un passante vincente di rovescio.

Sullo slancio, poi, la campionessa belga complice un parziale di 4 punti a 0 si è impossessata del set d'apertura, dopo la bellezza di 1 ora e 9 minuti. Per nulla demoralizzata dallo spreco di due set point, la Mattek ha continuato a mettere in mostra le sue doti di colpitrice e di contrattaccante da fondo assicurandosi un break di vantaggio che l'ha spedita sul 3-1.

Ancora una volta però, la Henin, ha rintuzzato il tentativo di fuga posto in essere da una Mattek presentatasi in campo con gli occhi della tigre e, con un contro parziale di 5 giochi a zero, condito da 15 punti a 1, la belga ha stroncato la resistenza di un'indomita Mattek.

Proprio la tennista più variopinta del circuito, per l'appunto l'eccentrica Bethanie, è stata una delle note liete della Hopman Cup. Nel corso della fase a girone sotto i suoi colpi sono irrimediabilmente cadute nell'ordine Mladenovic, Schiavone e Robson.

Sotto la guida di Adam Altschuler, l'americana ha compiuto molti progressi dal punto di vista tecnico, in quanto riesce a comandare il gioco con penetranti colpi di sbarramento e fa valere le sue doti di doppista, in special modo alla risposta, ma anche nell'anticipare i propri colpi.

A ristabilire la situazione di parità per gli Usa ci ha pensato John Isner il quale non ha concesso alcuna possibilità di scampo ad un Bemelmans che non aveva alcuna arma per impensierire e per disinnescare il bombardiere John.

Al quale sono stati sufficienti due set e appena un'ora di gioco per rimandare a testa china negli spogliatoi il numero 178 del mondo. A stabilire la vincitrice della 23esima edizione della Hopma Cup, perciò, è stato il doppio misto decisivo.

La migliore complessione della coppia americana ha avuto vita facile sul poco affiatato doppio composto da Henin e Bemelmans. Il primo set è stato ad uso e consumo degli americani che hanno imperversato per 6-1. Nel secondo set i belgi hanno fornito una resistenza più dignitosa, ma Jsner e Mattek hanno ugualmente impresso la svolta decisiva quando hanno voluto, imponendosi per 6-3.

Il team a stelle e strisce ha dunque impresso per la sesta volta il proprio sigillo nella kermesse d'inizio stagione riservata a squadre nazionali miste e che ha il valore di un'esibizione, ma in Australia riscuote grande interesse e appeal.

Peccato per loro che gli australiani continuino a latitare, essendo ancora una volta usciti di scena anticipatamente. Gli aussie non riescono a sollevare al cielo la Hopman dall'ormai lontano 1999, grazie a Dokic e Philippoussis.

Dato che la Hopman nell'emisfero australe è così popolare e importante, non sarebbe stato il caso che gli organizzatori convincessero Samantha Stosur a partecipare? Piuttosto che una Molik in versione pachidermica e che è la copia slavata della brillante giocatrice che qualche anno fa si issò tra le top-ten.

Non è stata un'edizione fortunata della Hopman Cup, in quanto inficiata da molteplici infortuni e defezioni. Poche settimane prima che si aprissero i battenti sulla Hopman, infatti, si sono registrate le defezioni di Monfils e, soprattutto, di Serena Williams.

In corso d'opera, poi, gli infortuni si sono susseguiti quasi senza soluzione di continuità. Lo stillicidio è cominciato con l'infortunio patito dalla kazaka Schvedova, è proseguito con l'infortunio alla nostra eroina Schiavone, della stellina d'oltremanica Robson e si è concluso con lo stiramento all'addome di Ana Ivanovic, la quale rischia seriamente di dover saltare anche gli Open d'Australia.

Il suo infortunio, purtroppo, ha messo fuori gioco la Serbia, che si apprestava a contendere agli Usa la Hopman Cup. Una defezione di cui si sono giovati gli Usa, che erano stati snobbati dagli organizzatori i quali non li avevano neppure accreditati di una delle quattro teste di serie designate.

Per quanto espresso, però, gli Usa hanno legittimamente trionfato e non solo grazie all'apporto di Isner, calatosi nei panni del trascinatore, ma anche grazie ad una Mattek che esprimendosi su questi livelli tennistici e agonistici potrà rapidamente scalare posizioni su posizioni nel ranking Wta.

Alessandro Stoppani