Marco Trungelliti a cuore aperto: “Denunciare la corruzione è pericoloso”


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Marco Trungelliti a cuore aperto: “Denunciare la corruzione è pericoloso”

Avvelenarsi la vita per un antico senso di onestà, appreso da bambino grazie agli insegnamenti di mamma Susana e papà Luis. È quanto accaduto a Marco Trungelliti, l'unico “whisteblower” del tennis. L'argentino è stato oggetto di un tentativo di corruzione e ha risposto con l'unico gesto possibile per un cittadino onesto: denunciare. Ma oggi l'onestà non paga. Anzi, è fonte di guai. Esasperato da una situazione giunta al limite, lo scorso febbraio Trungelliti ha raccontato pubblicamente quello che gli stava accadendo: minacce, bugie, offese, un'odiosa condizione di isolamento. E nessuna tutela da chi gliel'avrebbe dovuta garantire. Grazie a un'intervista con Associated Press a metà aprile, tutto il mondo (non solo chi parla spagnolo) ha scoperto cosa gli è successo. Ma la vita di Marco è cambiata, per sempre. E sa che il suo percorso è ancora disseminato di ostacoli, come quelli che ci ha raccontato in questa lunga chiacchierata a cuore aperto (*). È pronto ad affrontarli, in nome di una parola che ha ancora valore per lui: onestà.

Tutto è iniziato nell'estate 2015, quando una persona di tua fiducia ti ha messo in contatto con un potenziale sponsor. il 2 luglio vi siete incontrati: cosa è successo in quel bar di Belgrano, quartiere di Buenos Aires? 
Mi arrivò un messaggio privato su Facebook, in cui si parlava di una specie di sponsor. Dicevano che mi avrebbero dato soldi... di solito queste cose non succedono. Avevo i miei sospetti, però nulla faceva pensare a una richiesta di truccare le partite. Per questo ho accettato l'incontro: chi non vorrebbe un po' di sostegno economico? 

Quante persone c'erano?
Erano in due, oltre al sottoscritto. Dopo 3-4 minuti di conversazione hanno iniziato a dirmi che avrei dovuto vendere delle partite, che si trattava di una questione di fiducia, che non avrei dovuto aprire bocca... Generalmente dicono sempre le stesse cose: “Con questi soldi potrai comprarti una macchina, un appartamento, pagare il tuo allenatore e portarlo in giro per il mondo...”. Immagino che lo facciano per indebolirti, per farti pensare che sia una buona opportunità. 

Hai mai pensato di accettare?
No. Il mio atteggiamento viene da quello che mi hanno insegnato i miei genitori. So cosa voglio e cosa non voglio: questa cosa rientra tra quelle che non avrei mai fatto. Pochi giorni dopo mi sono recato in Europa per giocare un Futures a Pontedera, in compagnia di mio fratello. Dopodiché mi sono spostato in Svizzera per il campionato a squadre: visto che non parlo troppo bene l'inglese, e in Svizzera ho un amico di fiducia che invece lo conosce molto bene, lì ho fatto il report richiesto dalla TIU, aggiungendo tutto quello che era successo. Dopodiché, nel novembre 2015 ho avuto una riunione con la TIU in cui mi hanno chiesto di riportare esattamente tutto quello che era stato detto nell'incontro di Buenos Aires. Alcuni miei connazionali mi hanno detto che avrei dovuto evitare di fare i nomi degli argentini che erano stati menzionati nella riunione...

Quindi, nel novembre 2015, tu hai fatto i nomi di alcuni giocatori?
Assolutamente. Durante l'incontro mi ero innervosito, così le due persone mi hanno fatto i nomi di 7-8 giocatori con i quali “lavoravano”. Quando la TIU mi ha chiesto cosa fosse successo, ho fatto questi nomi. Tra loro c'erano anche i tre squalificati. Se gli altri non hanno subito nessuna sanzione, significa che non sono state trovate prove.

Federico Coria, Nicolas Kicker e Patricio Heras sono stati squalificati perché incrociando i dati telefonici si è scoperto che erano in comunicazione con le persone che avevano tentato di corromperti.
Esatto, su questo punto non c'è storia. In Argentina è capitato che dessero la colpa a me perché altri si erano venduti le partite, come se io mi fossi inventato delle prove dal nulla per incolpare degli innocenti. Non è così: il mio report riguardava la persona che mi ha avvicinato. Che altri siano stati squalificati tramite lui, è totalmente indipendente.

Andiamo avanti.
Dopo la riunione con la TIU, perdo ogni contatto. Non mi scrivono per quasi due anni. Nel dicembre 2017 vengo contattato da un gruppo di avvocati scelti dalla stessa Tennis Integrity Unit: mi chiedono di partecipare a un'altra riunione, stavolta in videoconferenza, in cui mi fanno ripetere quello che era successo nel 2015. Essendo investigatori, penso che lo abbiano fatto per verificare se la mia versione fosse sempre la stessa. Volevano sapere se avevo detto la verità. Ovviamente era così, altrimenti certi giocatori non sarebbero andati a giudizio. Dopo mi hanno chiesto di inviare la mia testimonianza, l'ho fatto, ed è successo quel che è successo.

Quando hai iniziato a pensare che questa storia sarebbe diventata un calvario?
È stato molto più pesante di quanto pensassi. L'atteggiamento dei tre squalificati non mi ha sorpreso: se sono corrotti, da loro non puoi certo aspettarti buone azioni. Quello che mi ha dato infinitamente fastidio è stato tutto il contorno. Molte persone con cui mi trovavo bene mi hanno completamente voltato le spalle. Non si sono mai avvicinati per chiedermi cosa stesse succedendo, credendo soltanto alla versione di un corrotto. Credo sia la cosa più triste che c'è. Eppure era tutto molto chiaro.

Com'è cambiata la tua vita dopo la denuncia pubblica del febbraio 2019, avvenuta dopo le minacce ricevute da tue moglie durante il torneo ATP di Cordoba?
Ci sono state due fasi. La prima in Argentina, quando la storia era nota solo a chi parla spagnolo. La seconda è partita quando Associated Press ha mandato un giornalista a casa mia ad Andorra: da quel momento, la faccenda è diventata di dominio globale. In un certo senso, quel passaggio mi ha dato sicurezza, perché almeno tutti hanno saputo quello che ho fatto. Fino a quel momento poteva succedere qualsiasi cosa. Non mi sentivo al sicuro.

In sintesi, hai avuto paura da febbraio a maggio?
Ad Andorra no, perché è un posto molto tranquillo. Sappiamo che la polizia funziona molto bene e in caso di necessità non ci sarebbero stati problemi. In generale, in Europa è difficile che accadano episodi di questo tipo perché non c'è la stessa giungla che abbiamo in Sudamerica. In Europa sono abbastanza tranquillo, ma non sono andato in Asia, in Africa, non torno in Sudamerica da un po'... diciamo che evito i luoghi meno sicuri. 

Hai rivelato che alcuni giocatori dicono: “questo è corrotto, quello è corrotto”, ma poi il giorno dopo ci si allenano insieme. Ti è mai capitato di rifiutare di allenarti con qualcuno, o che qualcuno rifutasse di allenarti con te? 
La questione è semplice: non mi alleno con quelli che la pensano diversamente. Accade soprattutto con gli argentini. Per gli altri dipende: ad alcuni non interessa se c'è corruzione. Da lì si aprono discussioni più ampie sul fatto se si vuole uno sport pulito o meno. Però dico una cosa: se non neghi il saluto al giocatore corrotto, perché a me sì? Se dici che per te è tutto uguale, dovresti comportarti di conseguenza. Invece, evidentemente, non è così. Queste situazioni si verificano soprattutto con i sudamericani. 

Ci sono giocatori corrotti che l'hanno fatta franca?
Sicuro. Ce ne sono tanti che in passato si sono venduti le partite e oggi non lo fanno più, uscendo dai riflettori. Non possiamo dare percentuali perché non abbiamo prove, però se la TIU rende nota una statistica parlando di centinaia di match sospetti (33 soltanto tra aprile e giugno 2019, ndr), significa che il livello di corruzione è altissimo, soprattutto nei tornei Futures. In quei tornei, per arrivare a guadagnare 20-30.000 euro in nero devi aggiustare una ventina di partite. Negli ATP o negli Slam, basta vendersi una partita e il guadagno è altissimo. L'atteggiamento dell'ATP è pessimo, dell'ITF neanche a parlarne. Ogni settimana dobbiamo firmare un documento in cui ci impegniamo a non fare nulla di illecito, che la tolleranza è zero, che bisogna segnalare la minima situazione sospetta.... e allora perché quando un solo giocatore fa un report (perché, apparentemente, io sono sono stato l'unico a farlo), non dici nulla in suo favore? In pubblico sarebbe stato meglio, ma non lo hanno fatto nemmeno privatamente! Il presidente ATP non mi ha chiesto se avessi bisogno di qualcosa, se potessero fare qualcosa per me... niente di tutto questo. Stesso discorso per l'ITF, mentre la TIU lo ha fatto soltanto dopo, ma è stato un sostegno molto superficiale.

La TIU ha pubblicato una nota in tua difesa soltanto dopo l'intervista di aprile con AP. 
Se non ci fosse stata quell'intervista, non sarebbe successo niente. Non lo hanno certo fatto per me, perché lo chiedevo sin dal Roland Garros 2018. In quel torneo ho iniziato ad avere problemi con alcuni giornalisti argentini. Fecero circolare la voce che ero stato io a denunciare...

In effetti Nicolas Kicker disse che era stato squalificato perché un giocatore aveva parlato. Però nessuno sapeva chi fosse.
Non pubblicamente, ma sicuramente aveva fatto il mio nome ai giornalisti. È evidente, perché mi avvicinarono per chiedermi di questa storia. Non ebbero incertezze, vennero direttamente da me.

In quel momento hai chiesto alla TIU di diffondere una lettera pubblica in tua difesa?
Esatto, ma non è successo niente per quasi un anno. 

Dopo la denuncia pubblica, qualche giocatore è venuto a parlarti per raccontarti la sua storia o magari chiedere qualche consiglio?
Consigli no, però è arrivata qualche dimostrazione di sostegno. Alcuni hanno cambiato il modo di salutarmi. Mi hanno detto: “Di qualsiasi cosa tu abbia bisogno, noi ci siamo”. Non so fino a che punto possa funzionare, però ho avuto il sostegno di giocatori come Leonardo Mayer, Federico Delbonis, anche Del Potro... stiamo parlando di 4-5 giocatori che hanno espresso il loro appoggio. 

Anche Guido Pella si è pronunciato pubblicamente in tuo favore.
Sì, ma con lui non ho rapporti. Può parlare pubblicamente, però dopo quello che è successo non mi saluta più. Nel frattempo tra noi non era successo nulla, semplicemente avevo reso pubblico l'accaduto. Posso dire che nel tennis non esiste solidarietà, ai giocatori non interessa nulla dei colleghi. Se uno muore o non muore, non cambia nulla. 

Ok, ma si tratta di uno sport individuale...
Sì, ma così è troppo. Immagino che nel basket non succedano queste cose, c'è una mentalità diversa. Nel calcio non succede perché devi mantenere l'unità almeno all'interno di una squadra. Hai comunque la sensazione di avere un po' di sostegno, invece nel tennis è un disastro. Però il comportamento peggiore è quello dell'ATP. 

Qualche settimana fa, gli hacker hanno bloccato il tuo profilo Instagram. Pensi che questo episodio sia collegato ai fatti di cui stiamo parlando?
Impossibile saperlo. Però è avvenuto subito dopo un episodio allo Us Open, in cui ho avuto problemi con un giornalista.

Cosa è successo?
Dopo il mio ritiro contro Nishikori, si è avvicinato uno di quei giornalisti che per tutto l'anno ha continuato a dire che io avevo mentito, che ero un bugiardo...

Lo diceva prima o dopo la tua denuncia?
Sia prima che dopo. Si è avvicinato e ha provato a stringermi la mano come se niente fosse. Non si tratta di una questione di opinioni o idee diverse: lui mi aveva arrecato un danno oggettivo. Sentivo che volevano danneggiarmi, soprattutto due giornalisti. Non ho problemi con chi la pensa diversamente, ma un conto è avere un'opinione diversa e un conto è chiamarmi “bugiardo”. In sala stampa, ha detto a voce piuttosto alta che mi vendo le partite, eppure continua ad essere accreditato ai tornei. La conversazione è stata breve, forte, con un tono di voce piuttosto alto sia da parte mia che da parte sua, peraltro davanti a un po' di persone. Mi domando come sia possibile che un giornalista possa dirti che sei un truffatore senza la minima prova... senza che non vengano presi provvedimenti. Ma che succede? Cosa deve succedere? Che gli metta le mani addosso e magari venga squalificato io? Credo che gridare nel bel mezzo di una sala stampa che sei un truffatore sia molto grave. Ed è deprimente che non sia stato fatto nulla nei suoi confronti.

Perché hai scelto di vivere ad Andorra?
Mi piace molto! Avevo lasciato l'Argentina per Barcellona già nel 2015, ma la scelta non c'entrava niente con questa storia. Lo avevo già deciso perché mi ero stufato. In Europa è tutto più comodo, più sicuro... tutto migliore. Mia moglie è venuta con me perché anche lei voleva lasciare l'Argentina, anche sua sorella si è trasferita e vive in Inghilterra. Vivevo a Barcellona, poi ho trascorso una settimana ad Andorra perché ho un allenatore andorrano (David Pons, ndr), ci è piaciuta molto e abbiamo deciso di trasferirci. Non l'ho fatto per motivi fiscali, perché essendo fuori dai top-100 ATP in Spagna si paga poco. Con i guadagni di giocatore della mia classifica, praticamente non c'è differenza. 

Come ti piacerebbe essere ricordato alla fine della tua carriera?
Mi piacerebbe poter giocare bene a tennis...

Io credo che, con la tua denuncia, tu abbia messo un punto tra un prima e un dopo nella tua vita. Se non otterrai grandi risultati, tra 20-30 anni il nome di Marco Trungelliti sarà ricordato per il coraggio di aver denunciato un tentativo di corruzione. Insisto: ti piacerebbe essere ricordato per aver lasciato una traccia positiva nel tennis?
Se quello che ho fatto servirà a cambiare qualcosa, sì. Vorrei che tra 10-15 anni il tennis fosse più pulito. Vorrei che tra 10-15 anni, anziché dare 100 euro a chi perde al primo turno di un Challenger, ne vengano dati 1.000. Sarebbe il giusto compenso perché c'è una differenza enorme tra i guadagni dei migliori e quelli di chi sta appena sotto. So benissimo che i Challenger costano molto e fanno fatica a generare soldi. Non è colpa dei Challenger, ma dell'ATP che non distribuisce il denaro in modo corretto. Ogni anno versano soldi extra, circa un milione a testa, ai più forti (il dettaglio dei Bonus Pool si trova a pagina 11 del Rulebook ATP, ndr). Mi domando perché diano un milione a chi è già ricchissimo. Se questo milione fosse ripartito ai giocatori tra il numero 100 e il numero 300 ATP, significherebbe dare 5.000 dollari a ciascuno. Se dai 5.000 dollari al numero 300, lo fai felice per davvero. Perlomeno, gli offri la possibilità di sostenersi un mese di attività. Se non cambierà niente... no. Purtroppo i leader del tennis – non tutti, per carità – pensano soprattutto a se stessi e non a quello che succede in basso. Il tennis cambia lentamente. Molto lentamente. Credo che a un certo punto il sistema esploderà. Non so se succederà tra un anno, o magari fra trenta. Dipende tutto dai leader. Se otto top-10 dovessero boicottare l'Australian Open... la gente chi si ritrova a vedere? Tutto nasce con l'idea di avere un po' di solidarietà, ma nel tennis non succede. Ed è un peccato.

Chi è il giocatore più famoso con cui hai parlato dopo la denuncia? 
Praticamente questo argomento non è mai stato toccato. 

Ma perché? Forse per paura? 
L'argomento è talmente noto che, secondo me, le persone con cui ho un buon rapporto non hanno bisogno di chiedermi un parere. Se ne parlo io ok, ma in generale non mi chiedono nulla perché sanno esattamente quello che è successo. Sanno perfettamente come mi comporto, e sanno perfettamente come si comportano altri. Questa è la differenza. 

Hai avuto a che fare con la Tennis Integrity Unit. Come lavorano? Come è possibile che siano stati sospesi soltanto giocatori di secondo piano? 
Con me sono stati impeccabili, ma io non sono mai stato indagato. So di giocatori che sono stati oggetto di indagini, e in quel caso gli investigatori fanno il loro lavoro: mettono pressione, cercano di farti sentire a disagio. Si tratta di interrogatori veri e propri, come se fossero polizia. Di fatto, sono poliziotti. Da quello che ho capito, in quel contesto sono diversi. La mia opinione non è molto utile perchè con me sono stati perfetti. Sono stato io cercare loro, non il contrario. Avrebbero potuto trattarmi male se non avessi soddisfatto le loro richieste, ma non avevano motivo di farlo. Però con me hanno sbagliato: mi hanno esposto in modo esagerato, ma questa è un'altra storia. Spero che abbiano capito di aver sbagliato e che con altri giocatori si comportino diversamente. Viviamo in un mondo in cui denunciare la corruzione è pericoloso. Sei malvisto, quindi le autorità dovrebbero garantirti una qualche tutela. Credo sia importante per motivare i giocatori a denunciare. Il punto è questo: chi vende una partita ha la certezza di guadagnare soldi. Soldi sporchi, ma ha pur sempre qualcosa in mano. Denunciare significa spendere un mucchio di tempo, lavoro, nervi, sopportare una montagna di pressione perché trovarsi in un processo non è una cosa da poco (io pensavo che fosse più facile, invece non lo è)... quindi chi lo fa meriterebbe un premio. A me non dà fastidio perché quello che ho fatto nasce dalla mia anima. Io non credo di essere un esempio perché per me è stato tutto naturale. Il problema nasce per chi non sa se vendersi la partita o denunciare. Forse sarebbe bene dargli un incentivo... Non so, penso all'aspetto economico ma potrebbero essere due milioni di cose. Magari un premio, una stupidaggine, qualcosa di simbolico... in modo che un giorno lo si possa mostrare ai propri figli. Così saprebbero che è stata fatta la cosa giusta. 

Giusto. Magari qualche wild card...
Una cosa del genere. È più semplice di quello che sembra. Basta dare una motivazione: se uno denuncia, raccontando cosa gli è successo, potrebbe avere una wild card in un Challenger o nelle qualificazioni di un ATP. Perchè no? Qual è il problema nel fare una cosa del genere? Se si vuole davvero evitare il male, bisogna anche motivare a fare del bene. Ripeto: per me non cambia nulla perché avrei fatto lo stesso, ma per qualcun altro potrebbe essere importante. Di sicuro, ci penserebbe più volte prima di aggiustare una partita. Un'altra cosa fondamentale è che le squalifiche siano molto più dure. Per aver aggiustato una partita, a Federico Coria hanno dato due mesi: incredibile. A Kicker hanno dato 3 anni. 

Alcuni giocatori sostengono che Federico Coria sia una buona persona, che non ha fatto niente di grave, semplicemente non avrebbe denunciato un tentativo di corruzione...
Forse non è così tanto una buona persona. Se fosse limpido come dice e come qualcuno dice, non avrebbe detto tutte le bugie che ha detto su di me. Ci sono le prove che lui era in contatto con queste persone. Non hanno trovato i messaggi: non so cosa sia successo, però potrebbe esserci stato il tempo di portare il telefono alle impostazioni di fabbrica.

Chiudiamo col tennis giocato. A 29 anni quale può essere un obiettivo realistico per il resto della tua carriera?
Non lo so, tutto dipende soprattutto dagli infortuni. Quest'anno ero ero arrivato al numero 120 ma poi mi sono infortunato. In tutto il 2019 ho giocato due mesi. Sarà fondamentale non avere infortuni. Se rimango sano, il tennis non mi manca. Il gioco non è mai stato un problema per me, ma tutto il resto. Adesso le cose si sono stabilizzate, questa pazzia della corruzione è finalmente passata... o meglio, mi sono adattato a quello che succede. Mi dà meno fastidio. Ma tutto dipende dagli infortuni: ho avuto problemi all'anca, alla schiena... ma è stato tutto frutto dello stress. Dopo la denuncia pubblica, nella prima partita a San Paolo la schiena era un disastro. Poi sono andato a Indian Wells e non ero in grado di giocare, ho dato forfait a Miami, ho giocato da infortunato un Challenger in Francia, mi sono cancellato da altri tornei, sono andato a Parigi totalmente “rotto”. Poi ho perso un altro mese, sono andato a Wimbledon e nelle prime due settimane non riuscivo neanche a muovermi. Quando mi sembrava di aver ritrovato il ritmo, con la qualificazione allo Us Open... tac, di nuovo infortunato.

(*) Durante l'intervista con Marco Trungelliti sono emersi altri dettagli che abbiamo preferito non pubblicare per tutelare la sicurezza e la tranquillità del giocatore.