Serve and volley, una razza in estinzione



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Serve and volley, una razza in estinzione

Sembra ieri, eppure sono passati diciotto anni da quel 8 settembre 2002, quando Pete Sampras, dopo un'annata da dimeneticare che era culminata pochi mesi prima nella clamorosa sconfitta al secondo turno di Wimbledon, conquistò a New York l’ultimo Slam della sua carriera sconfiggendo in finale André Agassi.

Quello fu l’ultimo match di Sampras che chiuse in bellezza una carriera leggendaria, che lo avrebbe fatto ricordare come uno dei più vincenti di sempre. Quella partita in qualche maniera segnò anche la fine di un’era: chiuse la carriera di quello che probabilmente è stato l’ultimo vero campione serve & volley della storia del tennis.

A molti verrà naturale dubitare di questa affermazione pensando che quelli erano gli anni in cui stava nascendo la stella di Roger Federer, ma lo svizzero in realtà, nonostante la sua classe infinita, non ha mai fatto parte della categoria dei serve & volley puri, essendo sempre stato un giocatore completo a tutto campo, cioè quella tipologia che ben si adatta a tutte le fasi di gioco.

Sia chiaro, Federer era ed è tutt’ora uno dei migliori interpreti in circolazione di questa specialità, ma ciò che rende tale un giocatore non è tanto la qualità quanto la frequenza delle discese a rete.

Inoltre gli anni del dominio di Roger coincidevano con il periodo in cui iniziavano a emergere grandi ribattitori, (come Nadal, Djokovic e Murray) con cui avrebbe poi dovuto fare i conti nel prosieguo della carriera. Tutti avversari che comunque non permettevano troppe discese a rete essendo tutti veri maestri della fase difensiva.

Da allora i giocatori appartenenti a questa tipologia sono diminuiti man mano, fino ad arrivare a giorno d’oggi in cui sono praticamente scomparsi, gli unici in attività sona alle battute finali della loro carriera.

Questo perché? Scopriamo le principali motivazioni.

Ribattitori sempre più bravi, superfici sempre più lente

Il primo, quello più importante, è quello accennato in precedenza, cioè la presenza sempre più massiccia di ottimi ribattitori.

L’evoluzione che il tennis ha subìto in ogni suo aspetto, in particolare quello fisico, e lo sviluppo dei materiali che hanno determinato una maggiore funzionalità ed efficenza degli attrezzi, hanno generato un progressivo aumento della velocità di gioco.

Questo ha sensibilmente ridotto il tempo che intercorre tra impatto del servizio e impatto della ribattuta, elemento che aumenta vertiginosamente la difficoltà della volée dopo il servizio, dal momento che questa viene giocata molto più distante dalla rete.

Tanto per fare un esempio concreto, questo è il motivo per cui Andy Roddick non si affidava assiduamente a questa abilità pur disponendo del miglior servizio in circolazione, contro i migliori infatti la qualità della risposta era così elevata da far diventare la prima volée da offensiva a difensiva.

Per invertire questa tendenza lo statunitense doveva ridurre la velocità della battuta perdendone però poi nella resa. L’altra motivazione riguarda principalmente le superfici di gioco. Fino alla fine degli anni 90 era molto più agevole fare serve & volley perché esistevano superfici varie ma molto più veloci, a differenza di oggi dove invece per favorire lo spettacolo si sono molto uniformate tra loro.

La stessa erba di Wimbledon ha subìto un netto rallentamento rispetto agli scorsi decenni, a dimostrazione del fatto che il vincitore degli ultimi anni è sempre stato, eccetto Roger Federer, un attaccante da fondo campo.

Sicuramente è indubbio che l’eleganza e la raffinatezza dei vari Edberg, Becker, McEnroe e Sampras è un qualcosa che difficilmente ritroveremo in futuro, ma c’è chi invece trova più spettacolare il tennis fatto da grande fisicità e scambi molto lunghi. Questione di gusti.