Perchè i tennisti italiani esplodono tardi?



by   |  LETTURE 3503

Perchè i tennisti italiani esplodono tardi?

Come è noto a tutti, il trend dei giocatori italiani agli Internazionali BNL d’Italia è sempre stato tutt’altro che positivo. Eppure quest’anno, anche se non c’è stato l’exploit che tutti auspicavamo (in Berrettini avevamo riposto tutte le nostre speranze), al termine del torneo vinto dal numero uno del mondo Novak Djokovic, si è avvertito un grande, e a dire il vero giustificato, fervore nell’Italtennis.

Sì, perché di fatto ci troviamo di fronte ad una situazione senza precedenti: in questo momento non uno, bensì due tra i talenti più promettenti del panorama mondiale, sono italiani: parliamo di Lorenzo Musetti e Jannik Sinner.

Non è del tutto corretto dire senza precedenti, perché è inutile negare che quelle stesse speranze le avevamo riposte anni fa in Gianluigi Quinzi, però di fatto l’Italia non è mai stata un paese che ha avuto enfant prodige, al contrario, siamo uno dei paesi con l’età media più alta per quanto riguarda l’ingresso in top 100.

Ed anche per quanto riguarda i picchi delle singole carriere, i vari Sanguinetti, Seppi, Lorenzi, ma anche le stesse Schiavone, Pennetta e Vinci confermano lo stesso andamento, hanno tutti raggiunto il loro best ranking in età “matura”, vicino, oppure oltre i trent’anni.

Questo perché? Per provare a dare una risposta voglio provare ad attingere dalla mia esperienza professionale. Essere maestro di tennis in uno dei circoli più blasonati d’Italia, nel cuore di Roma, dove il ceto sociale prevalente è quello dell’alta borghesia, ti fa toccare con mano alcuni dei “problemi” che stanno alla base della nostra cultura sportiva, che è fuor di dubbio diversa da quasi tutti gli altri paesi

Perchè da noi è diverso dagli altri paesi

Nella nostra realtà c’è una cultura familista.

Il legame viscerale che ogni ragazzo ha con la propria famiglia è ben più marcato che in altri paesi, e questo, ahinoi, rallenta drasticamente il processo di crescita, di autonomia e di indipendenza dell’atleta.

Detto in maniera più diretta, manca la spinta, l’esigenza del “dover” riuscire, perchè il fallimento in certi casi, e soprattutto per chi proviene da certe realtà, può comportare problemi assai più grandi.

Purtroppo questa mancanza di autonomia si riflette inevitabilmente anche dentro al campo, dove si è completamente soli ad affrontare i “problemi”. Non è un caso che i talenti più precoci vengono spesso da Paesi dell’est, dove c’è un cultura opposta alla nostra.

Per chi la conosce, la storia di Jannik Sinner è proprio l’eccezione che conferma la regola. Per intenderci, nessuno dice che questa sia l’unica problematica, perché anche noi maestri, sarebbe sciocco non dirlo, in molte cose potremmo fare molto meglio.

Dal momento che il tempo che questi ragazzi passano con noi è pari a quello di alcuni familiari, diventiamo per forza di cose anche educatori, elemento che a molti, e spesso anche a me, sfugge. Ovviamente sono anche altri i fattori che intervengono in negativo nella crescita di un ragazzo promettente, come il sistema scolastico (che per nulla agevola l’attività sportiva) o anche l’organizzazione e la frequenza dei tornei giovanili, però anche se alcune tradizioni sono dure a morire, speriamo che i successi dei nostri nuovi talenti facciano da “traino” non solo per aspetti tennistici, ma anche e soprattutto per aspetti extra-tennistici.