Quella grande qualità chiamata "pazienza"



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Quella grande qualità chiamata "pazienza"

Neanche Rafa Nadal è arrivato a tanto. La striscia vincente su terra battuta dello spagnolo si è fermata a 81 partite, bloccata da Roger Federer nella finale di Amburgo 2007. Tra le donne, c'è stata una sola e unica “Regina della Terra”.

Con i suoi 70 titoli sul rosso, Chris Evert ha doppiato qualsiasi avversaria. E poi fu capace di vincere 125 partite di fila, vedendo interrotta la sua striscia al Foro Italico, dalla rampante Tracy Austin. Correva l'anno 1979, ma la Evert avrebbe continuato a vincere per molti anni.

Senza l'incubo COVID-19, in questi giorni sarebbe in pieno svolgimento il Roland Garros. Era il suo torneo preferito. Lo ha vinto sette volte, e in tredici apparizioni a Parigi ha mancato la semifinale in una sola occasione.

Sempre a Parigi, nel 1985, interruppe una striscia decisamente negativa contro l'eterna rivale Martina Navratilova. Non c'erano soltanto le doti tecniche, così perfette per la terra, a rendere speciale il rapporto tra Chris e i campi rossi.

Aveva un'enorme qualità, utile nella di tutti i giorni, importante nel tennis, fondamentale sulla terra battuta: la pazienza. Faceva tutto con estrema calma, dalle movenze fino alla gestione tattica delle partite.

Muoveva il gioco con tranquillità, facendo correre l'avversaria fino a confinarla dove avrebbe voluto. Quello era il momento per finirla con il colpo vincente. La pazienza è una qualità sottovalutata.

Secondo molti, essere pazienti significa essere compiacenti. Sbagliato: significa essere dominanti. Chris Evert lo ha capito prima di tutti. Anche più di Bjorn Borg, che negli stessi anni non disdegnava decine di discese a rete.

“La pazienza si riflette nel tuo attteggiamento e nelle tue azioni – dice la Evert – abbiamo tanto tempo a disposizione, allora dobbiamo domandarci cosa facciamo con quel tempo. Si pensa, si impara. Le qualità di una persona che attraversa momenti come questi, beh, ci definiscono”.

In altre parole, “Chrissie” sostiene che la pazienza è figlia della capacità di usare bene il tempo. Nel tennis, in effetti, ce n'è parecchio. 25 secondi tra un punto e l'altro, la teorica possibilità che ogni game si protragga all'infinito.

Pazienza è la capacità di affrontare gli eventi nel modo giusto e trasformarli a proprio favore. Nessun tennista ha mai usato la pazienza come Chris Evert. Con lei, è diventata una qualità, un “colpo” dell'arsenale tennistico.

L'americana ha giocato 1455 partite, vincendone 1309. Una percentuale di vittorie intorno al 90%, la migliore dell'Era Open, uomini compresi. La sua pazienza si sublimava in occasione del Roland Garros, lo slam “lento” per eccellenza.

Vedendola giocare nel mare rosso del Campo Chatrier, tornava in mente una frase di Bruce Lee: “La pazienza non è qualcosa di passivo. Al contrario, è grande forza”. Nessuna tennista gioca più come lei.

Non ha senso paragonare epoche diverse, ma il suo tennis di precisione era qualcosa di ineguagliabile, perfetto contraltare agli attacchi furibondi della Navratilova. Il suo tennis regge agli occhi degli appassionati moderni, abituati alla potenza.

Chris metteva la palla dove voleva, mascherando con sapienza le sue intenzioni. Lavorava ai fianchi le avversarie, come un serpente incantatore, e le beffava. Nell'ultimo game dell'epica finale 1985 contro la Navratilova, ha sublimato il capolavoro.

Ha vinto la partita con un pallonetto vincente, un passante di dritto e poi due di rovescio. Il fatto che fosse paziente, non significa che non sapesse spingere. E Martina lo sapeva. La Evert non palleggiava mai a tutta velocità, non c'era spazio per scambi inutili, frutto della frustrazione.

In lei c'era profonda padronanza della situazione. Il suo gioco di gambe era fantastico, al punto che raramente la si vedeva in difficoltà, affannarsi per raggiungere una palla. Aveva un senso dell'anticipo impressionante, come quello di un portiere che sa sempre dove piazzarsi.

“Ma quando era lei a tirare il vincente toglieva le gambe all'avversaria. Gestiva meglio gli angoli. Non era tanto il vincente, quanto il fatto che tre colpi prima aveva buttato l'avversaria fuori posizione”.

Parola di Mary Carillo, sua contemporanea, poi apprezzata commentatrice. Giocare in quel modo richiedeva una capacità di concentrazione fuori dal comune. Per ottenerla, bisognava applicarsi. E non smettere mai di farlo. Fu papà Jimmy, sin da bambina, a insegnarle che doveva prestare maniacale attenzione a qualsiasi palla.

E le ha insegnato ad odiare gli errori non forzati. Si allenavano per ore, fino a quando l'allestimento del suo tennis era completo. Per carità, ha perso moltissime partite. La Navratilova, in particolare, l'ha messa in grande difficoltà.

Ma anche quando ci perdeva sistematicamente, si è sempre ingegnata per trovare una soluzione. Risultato: è rimasta in campo per quasi vent'anni, iniziando contro Margaret Court e terminando con Monica Seles.

Allo Us Open 1989, a un tiro di schioppo dal ritiro, le diede una lezione di tattica, respingendo la minaccia con l'esperienza. La Evert aveva la grande qualità di non fare capire il suo stato d'animo. Le altre sbuffavano, rantolavano, talvolta urlavano.

Lei era sempre uguale, silenziosa. Non fosse per i cambi di acconciatura e l'inesorabile scorrere dell'età, la “Chrissie” del 1989 era la stessa del 1972. “Nello sport, devi creare la sensazione di emergenza nel tuo avversario – sostiene Mary Carillo – la Evert iniettava questa paura nel sistema operativo delle avversarie grazie alla pazienza.

A un certo punto, le avversarie entravano nel panico”. La grande qualità della Evert sarebbe utile in piena pandemia, con gli Stati Uniti che sono di gran lunga il paese più colpito. Molte categorie hanno diritto ad essere impazienti, persino disperate.

Piccoli imprenditori, lavoratori, disoccupati, gente imprigionata nella morsa della crisi. Ma gli altri non hanno scuse. “La vita si è fermata, abbiamo avuto il tempo di pensare alle cose che abbiamo trascurato. Abbiamo avuto la possibilità di rivalutare le nostre priorità” dice la Evert.

Insomma, la pandemia ha messo alla prova la nostra pazienza. La pazienza di non arrabbiarci di fronte ai comportamenti sconsiderati. Insomma, il lockdown ci ha dato l'occasione per tirare fuori l'Evert che è in noi.

Chi ne è uscito migliore, rafforzato, è chi ha saputo prendersi cura di sé. Chi ha saputo fare il lavoro invisibile. Proprio come fece la Evert dopo quel pomeriggio romano, in cui bruciò un vantaggio di 4-1 nel terzo set contro la sedicenne Austin.

“Per me fu una sconfitta dura, ma ripensandoci sono contenta che sia successo contro la Austin, davvero una grande avversaria”. Dice oggi. Qualche giorno dopo sarebbe sbarcata a Parigi, dominando il Roland Garros, perdendo solo dieci game dai quarti in poi.

Potere della pazienza.