“Togliamo soldi ai doppisti!” Ecco perché Marion Bartoli ha torto



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“Togliamo soldi ai doppisti!” Ecco perché Marion Bartoli ha torto

Marion Bartoli sapeva di attirare critiche, ma ha avuto coraggio di esporsi e per questo va rispettata. Le sue frasi anti-doppio, tuttavia, meritano un approfondimento che vada oltre un banale qualunquismo. Ospite in una diretta sul sito “Tennis Majors” (con lei c'erano anche Noah Rubin e il giornalista Ben Rothenberg), l'ex campionessa di Wimbledon ha detto la sua sul problema della distribuzione del denaro nel tennis, deflagrato nel periodo di lockdown.

Sono tutti concordi nel sostenere che la struttura attuale sia troppo generosa con i più forti e altrettanto severa con chi sta in basso. E allora, come fare? Tra mille polemiche, ATP e WTA hanno scelto di aiutare i giocatori fino al numero 500 in singolare (e 175 in doppio), mentre l'ITF ha esteso il supporto fino al numero 700.

Alcune federazioni hanno disposto un aiuto economico per i loro giocatori. Benissimo, ma poi? Quando il circuito riprenderà, le cose cambieranno o resterà tutto uguale? Per ora ci sono tante chiacchiere ma nessuna proposta concreta per dare una mano ai tennisti di seconda-terza fascia.

Ed ecco l'idea di Marion Bartoli: “So che non mi farò degli amici, ma penso che vada detto: non capisco tutti questi tornei di doppio. Capisco Slam e Olimpiadi perché il doppio fa parte della storia, ma sono stata ad alcuni tornei con la mia giocatrice e mi sono resa conto che i doppisti si portano dietro un maxi-staff, anche di sei persone.

Quando giocavo, non potevo permettermi di pagarmi sei persone che viaggiassero sempre con me. Loro possono permetterselo e si limitano a giocare il doppio!”. Traduzione: a suo dire, i doppisti guadagnano troppo senza contribuire al successo degli eventi.

Ergo, dovrebbero guadagnare meno. La Bartoli ritiene che il denaro sottratto ai doppisti dovrebbe essere ricollocato altrove. “Perché non diamo un po' di quei soldi a chi gioca le qualificazioni, o magari si limita ai Challenger? Non capisco: in doppio non c'è lo stesso sforzo del singolare, non ti alleni così tanto.

Non so se il doppio dovrebbe essere abolito del tutto, ma credo che bisognerebbe dargli meno soldi e riversarli sulle qualificazioni o altro. Credo che sarebbe una soluzione”. Le parole di Marion, oggi felicemente sposata con il calciatore belga Yahya Boumedine, hanno inevitabilmente fatto discutere.

La risposta più pungente l'ha firmata il suo connazionale Nicolas Mahut: ottimo singolarista, nonché uno dei più forti doppisti degli ultimi anni. Con un paio di tweet, ha provato a smontare la Bartoli: “Sono geloso!

Pensavo di avere uno staff numeroso... per favore, puoi presentarmi un doppista che viaggia con sei persone?”. Non contento, si è concesso un'altra frecciata. “Seguendo fino in fondo il tuo ragionamento sul concetto di sforzo, immagino che che secondo te le donne non dovrebbero avere lo stesso prize money degli uomini negli Slam perché non giocano al meglio dei cinque set, giusto?”.

Anche Dani Vallverdu (attuale coach di Karolina Pliskova) non ha preso bene le parole della Bartoli. Al di là delle premesse un po' infelici, tuttavia, la francese ha parzialmente centrato il punto. Il doppio non è criticabile sul piano sportivo e nemmeno su quello spettacolare.

Lo è su quello economico: attualmente costa troppo e rappresenta soprattutto un peso per gli organizzatori. A parte la sparata sui maxi-team (ma dove li ha visti?), è vero che ci sono alcuni doppisti (pochissimi, in verità) che possono vivere nell'opulenza.

Da quando la specialità viene snobbata dai migliori, un'ampia fetta di giocatori ha individuato nel doppio una nuova chance di guadagno. Ma si tratta di una scappatoia, una via alternativa, non certo il sentiero principale.

Radio Spogliatoio informa che alcuni singolaristi abbiano mugugnato. Di sicuro non sono troppo contenti i direttori dei tornei: alcuni loro sostengono che il doppio rappresenti solo una spesa, senza alcun ritorno sugli investimenti.

Francois Caujolle, direttore del torneo di Marsiglia, sostiene che l'abolizione del doppio sarebbe “razionale” dal punto di vista economico, ma allo stesso tempo non è una via percorribile. “Non si può portare alla disoccupazione un'intera categoria di giocatori, anche loro fanno parte del tennis”.

Secondo Gerard Tsobanian, che dirige il Masters 1000 di Madrid, una soluzione potrebbe essere la riduzione dei tabelloni e maggior spazio per i tennisti che hanno una buona classifica in singolare (in verità, il regolamento lo permette già oggi).

Agendo così, tuttavia, tanti specialisti lascerebbero spazio (e soldi) a chi ne ha meno bisogno. Insomma, la Bartoli ha centrato l'argomento ma non ha colto il punto: il problema non sono i guadagni dei doppisti, ma i benefici che la disciplina porta al mondo del tennis.

Tuttavia, lo scenario proposto da Marion è pressoché irrealizzabile. Diamo un'occhiata alle percentuali riservate ai doppisti nei vari tornei. L'ultimo Australian Open ha messo in palio 71 milioni di dollari australiani: di questi, soltanto 8,49 erano complessivamente riservati al doppio (maschile, femminile e misto), meno del 12% (11,95%).

Visto che le coppie devono anche dividersi i premi, la fetta a loro disposizione è davvero irrisoria. Vediamo cosa succede nel circuito ATP: a Indian Wells, i doppisti si sono spartiti 1.630.100 dollari su un totale di 8.359.455 (19,55%), mentre a Roma il doppio ha pagato 1.040.440 su 5.207.405 euro (19,48%).

La percentuale aumenta leggermente nei Challenger: nei tornei con il montepremi minimo (46.600€), il doppio vale poco più del 23% (10.760). Ma si tratta di cifre irrisorie in un contesto di sopravvivenza. Non a caso, diversi tennisti lo giocano solo per arrotondare.

Ma torniamo alla proposta della Bartoli: con percentuali così basse, ridurre la percentuale a favore dei doppisti significherebbe stritolare la specialità. Insomma, abbiamo un cane che si morde la coda: abolire il doppio avrebbe una logica di business ma sarebbe un abominio sportivo.

Al contrario, potrebbe essere corretto ridurre i guadagni dei migliori e distribuirli nei circuiti Challenger e ITF... ma sarebbe una follia commerciale, perché – ahinoi – i piccoli tornei non muovono particolare interesse.

Dare una mano ai tennisti di seconda fascia sarebbe beneficenza pura: etico, ma insensato dal punto di vista del business. E il tennis, da parecchi anni, è diventato una grande, immensa fonte di business. La faccenda è complicata, ma la soluzione non risiede certo nel togliere denaro ai doppisti.

Se diamo un'occhiata alla classifica dei guadagni del 2020, tra i top-100 ci sono solo nove giocatori che hanno intascato più soldi col doppio che con il singolo. Ovviamente, si tratta di quelli che sono andati in fondo all'Australian Open. Ridurre ancora i loro compensi significherebbe affossare la specialità. Su questo non ci sono dubbi.