“Le donne vanno in passivo anche in alcuni tornei WTA”



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“Le donne vanno in passivo anche in alcuni tornei WTA”

Dichiarazioni serene, lucide, corrette. Fossimo nei capi della WTA, cercheremmo di coinvolgere Julia Goerges per assegnarle un ruolo nel post-carriera. Ci vorrà ancora un po' di tempo, perché la pausa per il COVID-19 ha modificato i piani della tedesca (oggi n.38 del mondo).

Alla ripresa, vorrebbe concedersi altre due stagioni complete. Significa che giocherà fino a tutto il 2022, prolungando una permanenza nel circuito che va avanti da tredici anni. Tanti, al punto da essersi dimenticata cosa significhi trascorrere parecchio tempo a casa in piena primavera.

Solitamente va in giro da un torneo all'altro, non si ferma mai. “Il tempo trascorso nel circuito si fa sentire, anche per questo non ho partecipato a tornei virtuali e cose del genere. Vivo tranquilla, sto utilizzando questo periodo per ricaricare le batterie.

Provo a sfruttare la situazione”. Si allena e rimane in forma, ci mancherebbe, ma sta assaporando quello che accadrà dopo il ritiro. “Ed è molto interessante”. Tuttavia, sta seguendo con attenzione l'attualità, in particolare il (presunto) processo di avvicinamento tra ATP e WTA.

“L'idea non mi dispiace, ma ci sono molte cose da organizzare – dice la Goerges – è positivo che ci sia un dibattito, però è innegabile che il tennis maschile abbia più successo.

Mi è piaciuto quello che ha detto Federer: vorrebbe semplificare le categorie di tornei e rendere tutto più comprensibile. Adesso, in effetti, c'è una viva incoerenza. Per un appassionato è difficile comprendere la differenza tra un Premier Mandatory e un semplice Premier.

Io sono una giocatrice e conosco le sfumature, ma il circuito ATP è strutturato in modo più semplice”. E poi c'è la questione dei soldi: la Goerges è vicinissima a tagliare il traguardo dei 10 milioni di dollari intascati in carriera (grazie anche ai buoni risultati in doppio), ma sa che non esiste una reale parità.

L'hanno raggiunta negli Slam al termine di infinite battaglie, poi avviene anche a Indian Wells. Ma sentite cosa succede altrove: “Prendiamo i WTA International, equivalenti degli ATP 250: lì prendiamo la metà rispetto agli uomini, talvolta un quarto, soprattutto nei primi turni.

Se viaggi con il team, o anche solo con l'allenatore, vai in passivo. Quando giochi un torneo del genere dovresti essere sempre in grado di coprire i costi, anche se perdi al primo turno”. Affermazione importante: il mancato break-even è quasi scontato nel circuito minore, ma alzi la mano chi pensava che ci fosse il rischio anche in alcuni WTA.

Le sensazioni della Goerges sono supportate dai fatti: il montepremi minimo nel circuito ATP è di oltre 600.000 dollari (o euro), mentre tra le donne è di appena 275.000 dollari, meno della metà. Le giocatrici che hanno perso al primo turno a Hua Hin o Acapulco, per intenderci, hanno raccolto 2.300 dollari lordi.

Al contrario, la sola partecipazione al piccolo torneo di Pune ne garantiva 5.450. “Quando si parla della parità di montepremi si pensa subito agli Slam, in cui può capitare che un uomo giochi quattro ore e una donna una, intascando lo stesso – continua la Goerges – ma è solo una piccola parte della realtà.

Durante l'anno non è così, gli uomini fanno più soldi. Non sono sicura che esista una soluzione per accontentare tutti. Ma di una cosa sono certa: i fan hanno bisogno di un meccanismo più semplice, soprattutto per le categorie di tornei.

Sarebbe bello avere un unico manuale in cui è spiegato tutto”. Di tanto in tanto, si parla della possibilità di bloccare certe polemiche introducendo il 3 su 5 anche tra le donne. “La differenza esiste solo per tradizione – continua la Goerges – io non sarei contraria, e mi pare che la maggior parte delle giocatrici siano d'accordo.

L'argomento, tuttavia, è più complesso di quel che sembra. Non è che si può iniziare da un momento all'altro: giocare al meglio dei cinque set avrebbe un forte impatto sulla programmazione.

Non so se gli Slam potrebbero terminare in due settimane, adesso è tutto molto compatto”. Reduce da un modesto inizio di stagione, almeno per le sue ambizioni (i migliori risultati sono i quarti ad Auckland e il terzo turno a Melbourne), la Goerges è scettica su quanto potrà accadere nell'immediato.

Il tennis è uno sport internazionale, in cui si radunano gli atleti di diverse discipline. “È necessaria la libertà di viaggio, quindi sarei sorpresa se si ripartisse nel 2020. Ma è solo un'opinione.

Presto avremo certezze e allora tornerà la tensione, adesso è tutto diverso. Vedo comunque con favore i tornei nazionali, servono a dare una mano ai giocatori”. Come tutti, Julia non è entusiasta dei tornei a porte chiuse (“Per un breve periodo potrei accettarli, ma non deve diventare la soluzione”), anche se qualsiasi evento estivo dovrebbe svolgersi così.

Per esempio, la ricca Bundesliga che dovrebbe rivederla tra le protagoniste con il TC Rot-Blau Regensburg. Da ormai molti anni, Julia si è trasferita in Baviera, nel sud della Germania. Durante il periodo di offseason si è allenata a Oberhaching, presso i campi della federazione bavarese.

Dista circa 150 km dalla sua abitazione di Ratisbona, ma le strutture erano perfette. E poi era convinta di aver trovato il coach giusto in Jens Gerlach, che per seguirla a tempo pieno aveva rassegnato le dimissioni da capitano di Fed Cup.

È andata malissimo, con una separazione a inizio marzo, ancora prima del lockdown. I numeri parlano di 6 vittorie e 5 sconfitte e un ranking peggiorato di una decina di posizioni. Male, per chi soltanto un paio d'anni fa accarezzava le top-10 e arrivava in finale a Wimbledon.

“Abbiamo lavorato duramente su alcuni aspetti, ma per ragioni personali è meglio che io mi dimetta dal ruolo” aveva detto Gerlach. Scavallati i 30 anni, la Goerges ha applicato un vivo turnover di allenatori, inusuale per le sue abitudini.

Per anni ha lavorato con lo stesso tecnico (Sascha Nensel), poi si è afficata a Michael Gereser per tre anni e mezzo. Di recente, ha cambiato tre allenatori negli ultimi dodici mesi. Può essere segno di ambizioni, di una certa consapevolezza nei suoi mezzi.

Vuole ritrovare le prime dieci e magari infilare un exploit che la faccia ricordare in eterno: non sarà facile migliorare una semifinale a Wimbledon, ma l'importante è crederci. “Sto cercando il nuovo tecnico.

Vorrei un coach esperto, che mi aiuti a evolvere un gioco che ha ancora bisogno di essere elaborato”. Tra un paio d'anni sapremo se ha fatto la scelta giusta. Solo allora potrà finalmente staccare la spina e coronare un piccolo sogno: andare alle Maldive quando non c'è nessuno.

“Adesso possiamo andarci solo a ottobre-novembre, e trovo sempre un mucchio di tennisti”. Dopo, un futuro dietro alla scrivania sembra nelle sue corde. “Negli ultimi mesi ho ricevuto parecchie mail, ho anche telefonato a Steve Simon, presidente WTA, voleva avere un colloquio diretto con le giocatrici”.

Simon avrà certamente capito di aver trovato una testa (molto) pensante. Un patrimonio che il tennis femminile non dovrebbe lasciarsi sfuggire.