La più grande tennista del mondo. Perché metterla al n.24?



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La più grande tennista del mondo. Perché metterla al n.24?

Un rituale autoconsolatorio sostiene che le leggende, talvolta, muoiano presto per non subire le ingiurie della vecchiaia. Un modo come un altro per esorcizzare il dolore. Una scomparsa prematura, tuttavia, serve ad alimentare un mito e tramandarlo nel tempo.

È certamente il caso di Suzanne Lenglen, la “Divina”, secondo molti la giocatrice più forte che abbia messo piede su un campo da tennis. 23 anni fa, il suo nome è stato perpetuato dalla federtennis francese, che le ha intitolato il secondo campo per importanza del Roland Garros.

Qualche anno fa è stato oggetto di un restyling, che lei – così civettuola – avrebbe certamente gradito. Oggi il nome “Lenglen” è legato a quello stadio, ma la “Divina” è stata molto di più.

Il mondo va di fretta e dimentica facilmente, ma oggi – nel giorno in cui sarebbe entrato nel vivo il Roland Garros – vale la pena ricordare cosa ha rappresentato per il tennis. E non solo. Molto prima di Billie Jean King, è stata la prima a dare dignità allo sport femminile.

Leggendo la sua biografia, sembra di avere a che fare con una donna contemporanea, nata per sbaglio un secolo fa. Per l'esattezza, 121 anni fa. Nata a Parigi il 24 maggio 1899, sin da piccola ha avuto problemi di salute. Asma cronica ed emicrania obbligarono i suoi genitori a spostarsi a Compiegne, nella fu Piccardia.

Stavano bene, i Lenglen. Papà Charles aveva ereditato una compagnia di trasporti. All'epoca non c'erano gli autobus, ma carri trainati dai cavalli: poco importa, i soldi arrivavano. Un giorno vendette tutto e, con il ricavato, portò con sé la famiglia a Nizza, nel cuore della Costa Azzurra, a due passi da un circolo di tennis.

Fu lui a mettere in mano la prima racchetta alla piccola Suzanne. E sempre lui sarebbe rimasto il suo allenatore principale. Charles Lenglen è stato il primo padre-padrone nella storia del tennis. Iscrisse la figlia a danza classica per modellare il suo fisico già a 14 anni, e la sottoponeva ad allenamenti massacranti.

Era solito mettere una moneta in punto qualsiasi del campo, costringendo la figlia a colpire fino a quando non l'avesse centrata. Era molto severo: si narra che di tanto in tanto la aggresisse e la picchiasse. A volte l'avrebbe derisa di fronte al pubblico, riducendola in lacrime.

Nemmeno mamma Anais le sarebbe venuta in soccorso. Cinica come il marito, dopo ogni errore le diceva: “Stupida ragazza, tieni gli occhi sulla palla”. Però il talento di Suzanne era impressionante. Ad appena 14 anni fu finalista ai Campionati di Francia, antesignani del Roland Garros, che però all'epoca erano riservati ai soli giocatori francesi.

Pochi mesi dopo avrebbe vinto i “World Hard Court Championships”, veri e propri precursori dello Slam francese. Era tutto, la Lenglen: vessata come Dokic, Pierce e Lucic; precoce come Hingis e Capriati; dominante come Court, Graf e Williams; talentuosa come la Navratilova.

La Prima Guerra Mondiale fu vista come un'opportunità da papà Charles: intanto la fece lavorare con il coach nizzardo Joseph Negro, che la rese una giocatrice forte e completa. Il club era chiuso? No problem: costruì un campo privato sul retro della loro villa.

E ne approfittò per farla allenare con diversi uomini, pagati per costringerla ad allenamenti sempre più duri e farle sviluppare un inedito tennis offensivo. Già, perché Suzanne Lenglen è stata la prima vera “attaccante” nella storia del tennis femminile.

Alla ripresa dopo la guerra, fu imbattibile. Apparecchiò la sua leggenda a Wimbledon 1919, quando divenne la prima donna non anglofona a vincere i Championships. In una finale da leggenda, batté la britannica Dorothea Lambert Chambers (che aveva vinto sette volte il torneo).

Fu l'inizio di un dominio, anzi, di un monopolio. La Lenglen faceva discutere anche per il suo comportamento: giocava con le braccia scoperte e il gonnellone che terminava appena sotto il ginocchio. Vestita dal noto stilista Jean Patou, usava gli abiti per rivendicare la sua indipendenza.

Si truccava prima di giocare e beveva cognac ai cambi di campo. La sua era una continua guerra ai tradizionalisti. Divenne popolarissima, al punto che le sue partite convinsero i britannici a cercare una nuova sede per Wimbledon.

A Worple Road non c'erano le strutture per accogliere la marea di spettatori che volevano vederla giocare. L'impianto di Church Road fu costruito anche per lei. Dopo la guerra, fu praticamente imbattibile. La sua carriera racconta di 341 vittorie e appena 7 sconfitte.

Di queste, soltanto una arrivò nel dopoguerra, per ritiro. Si dice che le sue avversarie contassero i punti che riuscivano a strapparle, non i game. Ha vinto per sei volte a Wimbledon, sei volte al Roland Garros (le ultime due quando fu aperto agli stranieri) e quattro edizioni degli “World Hard Court Championships”.

Nel 1920 ha vinto tre medaglie alle Olimpiadi di Anversa: oro in singolo e in doppio misto, bronzo in doppio. In ben tre edizioni di Wimbledon (1920, 1922, 1925) ha realizzato il “triplete”, prendendosi singolo, doppio e doppio misto.

Nel 1925 perse la miseria di cinque game in tutto il torneo, mentre nel 1922 diede vita alla finale Slam più breve di sempre, da far impallidire Graf-Zvereva del 1988: impiegò appena 26 minuti per battere la malcapitata Bjurstedt Mallory.

Il "Match del Secolo" e il passaggio al professionismo

Fu il modo migliore per vendicarsi del momento più brutto della sua carriera. L'anno prima viaggiò negli Stati Uniti per giocare gli US Championships.

Voleva dimostrare di poter dominare anche fuori dall'Europa, e trovò il modo di recarsi in America nonostante stesse male e contro il parere del padre, che non l'avrebbe potuta accompagnare. In preda a forte tosse, si ritirò proprio contro la Mallory dopo che la sua avversaria di primo turno aveva dato forfait, costringendola a scendere in campo per la prima volta, contro un'avversaria molto forte, dopo settimane di inattività.

C'erano 8.000 persone e il suo ritiro fu accolto negativamente: l'accusarono di essersi ritirata per paura, non perché stesse male. In realtà le prescrissero otto giorni di riposo assoluto e saltò diverse esibizioni prima di tornare in Europa.

Da lì, sarebbe diventata imbattibile: raccolse 181 vittorie di fila, cifra sbalorditiva e mai più avvicinata. Nel frattempo, stava emergendo un'altra grande campionessa: l'americana Helen Wills. Dominava negli Stati Uniti e molti la consideravano la sua erede.

Fu dunque naturale che l'unico scontro diretto tra le due, ancora oggi, sia ricordato come “Match del Secolo”. Si giocò a Cannes e fu un evento mediatico senza precedenti. Nonostante i biglietti a 300 franchi ciascuno, si registrò un impressionante sold-out con 3.000 spettatori.

Qualcuno si arrampicò sugli alberi, pur di vedere qualcosa. Chi abitava nella vicinanze mise in vendita i posti dai propri balconi, dai quali c'era una discreta visuale del campo. Fu partita vera, vinta in due set dalla Lenglen: 6-3 8-6, a conferma della sua superiorità.

Il problema è che Suzanne non guadagnava denaro. Il suo status da dilettante la obbligava ad accontentarsi di modesti rimborsi spese. Per questo, aveva già deciso di diventare professionista a fine stagione. Accelerò la decisione per i fatti accaduti a Wimbledon: senza avvisarla, anticiparono un suo match dalle 16.30 alle 14 per facilitare la Famiglia Reale, che aveva annunciato la sua presenza.

Glielo dissero la mattina stessa, e lei reagì male. Tra l'altro, alle 14 aveva appuntamento dal dottore. Si presentò alle 15.30, quando la Regina Maria e il resto del pubblico stava aspettando da più di un'ora.

Gli organizzatori la riproverarono duramente: in tutta risposta, rifiutò di giocare. Per evitare la squalifica, la programmarono per il giorno dopo. Vinse, ma poi avrebbe dato forfait per un infortunio alla spalla. Quello sarebbe stato il suo ultimo torneo da dilettante.

Sul finire del 1926, passò professionista giustificandosi così: “In 12 di carriera ho fatto guadagnare il mondo del tennis, ma per me è stata soltanto una spesa. Ho lavorato duramente, ma non mi è rimasto in tasca nulla”.

In tutta risposta, fu bandita dalla Federazione Francese ed espulsa da Wimbledon (di cui era socia onoraria). L'accordo con il promoter americano CC Pyle le permise di guadagnare qualcosa come 100.000 dollari, cifra altissima per l'epoca.

Dopo essersi messa a posto economicamente, smise di giocare pur restando legata al tennis. Creò una scuola tennis nei pressi del Roland Garros e divenne stilista di abbigliamento sportivo, oltre ad apparire in diverse pubblicità e recitare in alcuni film.

È stata la prima tennista ad acquisire una certa popolarità al di fuori del suo sport. La salute, tuttavia, l'avrebbe consumata in fretta. Già nel 1934 fu operata di appendicite, poi le sue condizioni precipitarono nel 1928, quando si seppe che si era ammalata di leucemia. Divenne cieca e morì il 4 luglio 1938, ad appena 39 anni.

Un destino crudele, che ha alimentato il mito. Tuttavia, a oltre 80 anni dalla sua morte, non è ancora ricordata come meriterebbe. Nella graduatoria dei più forti tennisti di sempre, stilata da Tennis Channel, l'hanno collocata in 24esima posizione.

Nona donna, meglio piazzata tra quelle dell'epoca dilettantistica. Non è facile – anzi, è impossibile – fare classifiche di questo genere, ma la “Divina” ha rappresentato tanto, troppo, per essere così indietro.

Per fortuna, Gianni Clerici l'ha magistralmente raccontata nel suo “Divina” (Edizioni Fandango, 2010), con 400 pagine che ci trasportano di peso in un mondo che non c'è più. Se gli americani l'avessero letto, probabilmente, avrebbero ben altre idee.