Alta 1.59, numero 1 del mondo: la storia della “Ratita”



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Alta 1.59, numero 1 del mondo: la storia della “Ratita”

Marcelo Rios è stato numero 1 del mondo. Nicolas Massu ha vinto uno storico oro olimpico. Fernando Gonzalez ha piegato decine di braccia con il suo dritto a sventaglio, ma se il Cile si trova nell'albo d'oro di uno Slam lo deve a una “ratita”, una topolina che oggi non ricorda più nessuno.

Era l'11 settembre 1937 quando Anita Lizana, dal basso dei suoi 159 centimetri, vinse gli Us Championships a Forest Hills, battendo 6-4 6-2 la polacca Jadwiga Jedrzejowska. Un momento storico, seguito da attimi di paura: dopo la stretta di mano con la rivale, è svenuta.

Il grande caldo e l'emozione ebbero la meglio, ma si riprese in tempo per sollevare il trofeo. Fu il culmine di una carriera, e una vita, straordinaria. I Lizana erano una dinastia del tennis. Zio Aurelio era fortissimo: si narra che battesse tutti i migliori quando si palesavano in Cile, ma il suo status di dilettante gli impedì di andare a giocare all'estero.

Suo fratello Roberto, padre di Anita, sarebbe stato lo scopritore di Luis Ayala (avversario di Nicola Pietrangeli in una finale al Roland Garros, poi capitano della Davis cilena). Sarà stata la passione per il gioco, o forse il desiderio di un riscatto trasversale, a convincere Aurelio Lizana ad avvicinare la nipote al tennis.

Piccola e talentuosa, tirò i primi colpi presso il “Club Tennis Riege des Deutschen Turvereins”, gestito da tedeschi. Presero in simpatia i Lizana e misero a loro disposizione la casa del custode: l'unica in famiglia ad appassionarsi al tennis, tuttavia, fu Anita.

Si narra che passasse ore in attesa che un campo si liberasse per scendere in campo, o che si addormentasse stringendo a sé una racchetta da tennis. Ben presto divenne la più forte in Cile, ma i confini le stavano stretti.

Il passaggio chiave arrivò nel 1935, quando rifilò un secco 6-2 6-1 6-2 a Hugo Chiessa, membro del team svizzero di Coppa Davis. Era chiaro che avrebbe dovuto provare a misurarsi con le più forti: una colletta tra parenti e amici, organizzata dal padre, raccolse 120.000 pesos e le permise di recarsi in Europa e negli Stati Uniti.

Colse per due volte i quarti a Wimbledon, poi la grande impresa di Forest Hills, davanti a 14.000 spettatori. “Non credo di aver mai giocato così bene in tutta la mia vita – disse durante la premiazione – mando i miei più cari saluti alla famiglia e ai cileni.

Credo che lo svenimento fosse dovuto all'ansia di vincere”. Quel successo le diede lo status ufficioso di numero 1 del mondo. Il computer (per le donne) sarebbe arrivato 38 anni dopo, ma le classifiche stilate dal giornalista Arthur Wallis Myers, corrispondente del Daily Mail, la collocarono davanti a tutte.

Con 60 anni d'anticipo rispetto a Marcelo Rios, avrebbe portato il tennis nell'immaginario dei cileni. Ma il mito della “ratita”, come l'avevano soprannominata, era vivo da un paio d'anni. Quando tornò in patria dopo il suo primo tour internazionale, nell'ottobre 1935, non poteva credere a quello che vide.

Il transatlantico Orduna sbarcò a Valparaiso e c'erano 200.000 persone ad attenderla, comprese diverse autorità. Stessa storia a Santiago del Cile: dopo essere arrivata alla stazione Mapocho, fu portata al Palacio de la Moneda, residenza presidenziale.

Ad attenderla c'era il presidente Arturo Alessandri Palma, che la accompagnò al balcone del palazzo per salutare la folla in festa. Senza volerlo, divenne il simbolo della lotta femminista in una società fortemente “machista” come quella sudamericana.

Maledetta Seconda Guerra Mondiale

La sua popolarità era così grande che le dedicarono un tango in Argentina, il cui inizio recitava “Arriba Anita, muchacha sin igual, con tu raqueta eres de fama mundial” (Avanti Anita, ragazza senza eguali, con la tua racchetta hai raggiunto fama mondiale).

Nel 1936 sarebbe tornata in Europa, negli ultimi attimi di pace prima dello scoppio della guerra. Vinse un paio di tornei, ma la sua vita sarebbe cambiata all'improvviso, in occasione di un doppio misto organizzato in un hotel scozzese.

Il suo rivale era Richard Ellis, numero 2 di Scozia. Dopo la partita, quando la Lizana provò a consolarlo per la cattiva prestazione, rispose: “Non riuscivo e vedere la palla, guardavo soltanto te”. Quelle parole la convinsero a restare in Gran Bretagna, e un paio d'anni dopo, con in tasca il titolo di New York, sarebbe diventata la signora Ellis.

Il matrimonio si è svolto a Londra e sarebbe stato un grande evento: l'abito fu disegnato dal famoso stilista Ted Tinling (che qualche anno dopo avrebbe firmato i capi di Lea Pericoli e altre giocatrici). All'evento parteciparono diversi giocatori, tra cui Fred Perry.

La signora Ellis avrebbe voluto continuare a giocare e vincere, ma la Seconda Guerra Mondiale avrebbe bloccato tutto. Dopo la fine delle ostilità, la coppia si è trasferita a Dundee, in una residenza che scelsero di chiamare “Forest Hills”, in onore al successo di qualche anno prima.

Avrebbe giocato ancora qualche torneo, ma l'età ormai avanzata (aveva scavallato i 30 anni) e una scarsa motivazione (non avrebbe più giocato fuori dalla Gran Bretagna) le impedirono di tornare ai livelli di un tempo.

Dopo la guerra avrebbe giocato soltanto uno Slam, Wimbledon 1947, in cui si presentò come Anita Ellis e avrebbe perso al secondo turno contro Patricia Canning Todd. In teoria avrebbe potuto intraprendere la carriera professionistica, ma scelse di lasciar pedere su pressione del marito, chiudendo la carriera con il bottino (tutto sommato misero) di 17 titoli in singolare.

Già madre di due figli, smise di giocare a tennis per dedicarsi al golf. A causa delle ristrettezze economiche, nessuno dei parenti ebbe la possibilità di andarla a trovare. Da allora si è recata soltanto due volte in Cile: la prima nel 1966, quando fu invitata dal governo di Eduardo Frei Montalva: aveva 51 anni ma si fece convincere a giocare il Campionato Suamericano.

Rimasta vedova nel 1978, ebbe numerose richieste di tornare a vivere in ma preferì restare in Gran Bretagna, laddove ormai era stata adottata e dove vivevano figli e nipoti. Era anche un modo per tenersi alla larga da qualsiasi strumentalizzazione: erano gli anni del regime di Augusto Pinochet e lei preferì restare tranquilla e serena laddove comandava la Lady di Ferro Margaret Thatcher.

Nel 1989 si concesse un viaggio a Vina del Mar ma poi tornò in Scozia, dove morì serena, il 21 agosto 1994, a 79 anni di età. Non avrebbe fatto in tempo a vedere Rios, Massu e Gonzalez. In fondo, nessuno dei tre è riuscito ad eguagliarla.

Una fine tranquilla, senza rimpianti. Anzi, uno sì. “Se non ci fosse stata la guerra, avrei vinto Wimbledon” sussurrava a chi la conosceva bene. Un rimpianto che non le ha impedito di vedersi intitolare alcune vie in diverse città cilene e, soprattutto, il campo centrale del Parque Deportivo Estadio Nacional.

Lo stesso dove l'Italia vinse la sua unica Coppa Davis, nel 1976.