2001: Il folle Masters 1000 di Albert Portas, "Dropshot Dragon"



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2001: Il folle Masters 1000 di Albert Portas, "Dropshot Dragon"

Rafael Nadal. Novak Djokovic. Roger Federer. Andy Murray. Quattro campioni, leggende, interpreti di un dominio senza precedenti (soprattutto i primi tre). Pensiamo ai Masters 1000: negli ultimi quindici anni, ne hanno vinti 107 su 135.

Cifra impressionante, un 80% che lascia le briciole agli avversari. Numeri che inaridiscono le storie degli underdogs, giocatori di secondo piano che – di tanto in tanto – azzeccano la settimana della vita. Negli Slam sono rarissimi, nei Masters 1000 un po' di pazienza permette di spolverare storie belle storie.

Ormai dimenticate, quasi sepolte, ma affascinanti quasi quanto i numeri di quei quattro lassù. “Finché non sei infortunato, la stanchezza è l'accettazione di uno stato mentale. Se ti concentri sul tuo compito, puoi batterla.

E puoi farcela”. Non è la frase di un motivatore da quattro soldi, non l'abbiamo tirata fuori da un manuale di psicologia. È il motto di Albert Portas, clamoroso vincitore al Masters 1000 di Amburgo, anno di grazia 2001.

Oggi fa l'allenatore: insieme all'amico German Puentes ha messo in piedi l'Ad In Tennis Academy, a Barcellona. Tanti giocatori di livello si allenano da quelle parti, la punta di diamante era Sara Sorribes Tormo.

È un tipo tranquillo, Portas. Non ha mai cercato la popolarità. Per una settimana, tuttavia, le stelle si sono allineate e gli hanno permesso di vincere il suo unico titolo in carriera. Dettaglio che rende ancora più speciale il successo ad Amburgo.

In quegli anni la federtennis tedesca aveva fatto valere il suo peso, ottenendo un vantaggioso scambio di date con Roma. Oggi le cose sono cambiate: l'ultimo grande torneo pre-Roland Garros si gioca di nuovo al Foro Italico, mentre Amburgo è franato nel mare degli ATP 500, spodestato (non senza polemiche) da Madrid.

Diciannove anni fa non era così. “In carriera ho giocato quattro finali, in alcuni casi avevo il match in mano, ma ho sempre perso. Ma Amburgo è un'altra cosa: non puoi scegliere dove vincere, è andata così e ne sono felice” dice oggi Portas, che rispetto ad allora ha conservato il mascellone da attore di soap opera, così come la serietà.

“Stavo giocando bene, ma non avrei mai pensato di arrivare in fondo – racconta oggi – avevo raggiunto i quarti a Barcellona, le semifinali all'Estoril e mi ero qualificato a Roma, passando un turno nel main draw”.

Risultati accettabili, ma nulla faceva pensare che quell'onesto pedalatore, presenza fissa tra i top-100 dal 1997 al 2004, potesse vincere un Masters 1000. Un Masters 1000, capite? È come se oggi Ugo Humbert vincesse a Miami, per prendere in prestito la 42esima posizione di Portas quando mise piede al Rothenbaum.

Qualche settimana prima aveva iniziato a lavorare con Marcos Aurelio Gorriz e i risultati, in effetti, stavano arrivando. Partì con le qualificazioni: via Christian Vinck e Mariano Zabaleta (che due anni prima sfiorò il titolo, perdendo in cinque set contro Rios).

Poi, nel main draw, il miracolo. Uno dopo l'altro, si sono arresi Vladimir Voltchkov, Magnus Norman (n.9 ATP), Sebastien Grosjean, Alberto Martin, Lleyton Hewitt (n.7) e Juan Carlos Ferrero (n.6). L'obiettivo iniziale era un posticino nel main draw, anche perché avrebbe portato un upgrade nella sistemazione alberghiera.

Già, perché i qualificati stanno in un hotel, i big in un altro. “Dopo le qualificazioni stavamo per spostarci, ma ci siamo resi conto che i due hotel erano piuttosto distanti tra loro – dice Portas – e il giorno dopo avrei giocato presto.

Allora abbiamo pensato che sarebbe stato meglio restare lì. Avessi vinto, mi sarei spostato il giorno seguente. 24 ore dopo, stessa conversazione. Ogni sera, stessa storia. Fino alla finale”. L'ha edificato da solo, questo successo: oltre a dormire in un hotel a 3 stelle, non ha avuto sconti in tabellone.

Al secondo turno, ha evitato il terzo set contro Norman, finalista in carica a Parigi. “Ho annullato un setpoint nel tie-break del secondo. Pioveva, il terzo set sarebbe stato sicuramente rinviato al giorno dopo. Quel match mi ha dato grande fiducia”.

Dopo gli ottavi su un campo secondario, ha messo piede sul centrale nel derby contro Alberto Martin, poi ha effettuato una bella impresa contro Lleyton Hewitt. 3-6 7-5 6-2, in rimonta, grazie a parecchie smorzate. Talmente tante che gli diedero un soprannome: “Dropshot Dragon”, il dragone delle palle corte.

“Oggi è difficile tirare questo colpo, perché il tennis è molto fisico. Ai miei tempi era più umano e c'era più tempo” sospira Albert il nostalgico, cresciuto nell'epoca pre-internet, quando un ragazzo doveva fare tutto da sé.

“Era diverso, oggi anche un 15enne ha il manager. Provate a chiedere a un ragazzo di 17 anni a fare 2-3 cose diverse in un giorno e vedrete come andrà in crisi..”. . In finale, derby spagnolo contro “Mosquito” Ferrero, numero 6 del mondo ma Re indiscusso sulla terra.

Veniva da 16 vittorie di fila, con i titoli a Barcellona e Roma. E in semifinale aveva strangolato Albert Costa con un secco 6-2 6-1. “Non ho giocato bene. Ho giocato in modo incredibile” diceva Ferrero. Cosa poteva fare, il Dragone, per metterlo in difficoltà? “In quei giorni non ho fatto niente di diverso rispetto al solito, mi sono semplicemente concentrato sul mio compito.

Ma che partita! In quel periodo, Ferrero non perdeva mai”. Match al meglio dei cinque set: oggi sembra una romanticheria, all'epoca era una prassi anche per diversi tornei ATP, non solo per i Masters 1000. Poi i tennisti hanno abbaiato e hanno imposto al loro sindacato di giocare sulla breve distanza, privando il pubblico di tante finali dal profumo di epica sportiva.

Proprio come quel 20 maggio 2001, quando Albert Portas entrò ebbe un lungo black-out tra il terzo e il quarto set. “Nel secondo ero entrato bene in partita, poi mi ha dato 6-0 nel terzo ed è salito 3-0 nel quarto” sibila Portas.

Si giocasse col format attuale, avrebe vinto Ferrero. Ma nel 2001 era tutto diverso. “Sotto 3-0 nel quarto, ho solo pensato a non prendere un altro 6-0. Sarebbe stato umiliante finire così. Ferrero stava giocando troppo bene, non mi permetteva di fare niente”.

In nove giochi, Portas aveva raccolto la miseria di 13 punti. “Poi però ho vinto un game, lui ha commesso qualche errore e l'ho agganciato sul 3-3. In quel momento mi sono sentito di nuovo vicino”. Sia pure con qualche tremore, si è aggiudicato il tie-break del quarto (con doppio fallo di Ferrero sul setpoint).

“Nel quinto lui era stanco, sicuramente più stanco di me. Aveva giocato molte partite nelle ultime settimane, quindi poteva succedere di tutto”. In effetti, è successo di tutto. Sul 3-3, Portas ha annullato tre palle break, poi è stato lui a scappare via.

Quando ha servito sul 5-3, si è fatto travolgere dalle vertigini. “Ho commesso alcuni errori che solitamente non faccio – aggiunge – ti vengono mille pensieri ed è difficile gestirli. Però ho mantenuto la forza di volontà per lottare fino alla fine”.

Agganciato sul 5-5, ha vinto gli ultimi due game. Un rovescio largo di Ferrero gli ha permesso di sdraiarsi sulla terra tedesca, dopo 3 ore e 36 minuti, quando le ombre del tendone di Amburgo avevano coperto quasi tutto il campo.

4-6 6-2 0-6 7-6 7-5, punteggio d'altri tempi. “Amburgo resterà per sempre nel mio cuore” disse durante la premiazione. “Ho impiegato qualche giorno a realizzare quello che avevo fatto – dice Portas – all'epoca non c'erano i social network, però da allora la gente mi ha seguito di più.

Arrivato a quei livelli, hai una pressione diversa rispetto a quando sei n.500. Quell'anno l'ho patita, specialmente al Roland Garros. Non che volessi vincere il torneo, ma mi aspettavo qualcosa di più”. Invece perse tre set a zero contro Greg Rusedski, che sulla terra non la cacciava di là.

Il trionfo ad Amburgo è rimasto l'unico acuto del “Dragone”. È tornato da dove era arrivato, buon terraiolo con qualche scalpo qua e là, ma a distanza di sicurezza dai migliori. “La gente si fissa con la continuità, ma è una dote che ad altissimi livelli hanno in pochi, soltanto i migliori.

Potevo fare meglio, ma anche peggio”. Orgogliosamente catalano, ricorda con quasi più affetto la finale a Barcellona, nel 1997. “Quella fu la svolta della mia carriera, perché entrai tra i top-100 con vittorie su Kuerten, Rios e Berasategui.

Non era un Masters 1000, ma il livello era simile. Inoltre in quella settimana ebbi più attenzione rispetto ad Amburgo... non so, sinceramente non saprei scegliere”. Avesse vinto il Conde Godò, non sarebbe ricordato come un One Hit Wonder del tennis, ma in fondo va bene così.

Subito dopo il ritiro, ha avuto l'opportunità di allenare Daniela Hantuchova (“Ma mi sono reso conto che non ero pronto, troppi viaggi, non ero preparato a riprendere quel tipo di vita. Oggi è tutto diverso”) e oggi, con quell'atteggiamento un po' così, da possibile attore che preferisce indossare i panni dell'umile coach, cerca di guidare alla stessa gloria un gruppo di giocatori che si fidano di lui.

Nella sua accademia, oggi, ci sono soprattutto ragazze. Dopo la fine della collaborazione con la Sorribes Tormo, avvenuta appena prima dello scoppio dell'emergenza COVID-19, la giocatrice di maggior livello è la turca Cagla Buyukakcay.

Chissà che Portas non trovi la chiave per riportare la palla corta anche nel circuito WTA. D'altra parte, lui è ancora “Dropshot Dragon”, l'uomo che spezzò le gambe a Mosquito Ferrero con 32 smorzate, una dopo l'altra, nella finale di un Masters 1000.