Youzhny sulla ripresa: “L'ATP ha paura di cause legali”



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Youzhny sulla ripresa: “L'ATP  ha paura di cause legali”

Un servizio della TV spagnola lo ha definito uno dei più grandi “pazzi” nella storia dello sport. Suo malgrado, molti ricorderanno Mikhail Youzhny per essersi ferito alla fronte con una racchettata nel 2008, durante il torneo di Miami, contro Nicolas Almagro.

“In realtà quell'episodio mi ha aiutato, perché ho vinto 7 punti di fila e poi mi sono aggiudicato la partita” racconta l'ex top-10 russo, rimasto nell'ambiente nelle vesti di coach.

Da qualche tempo, segue Denis Shapovalov. “Se non fosse uscito il sangue, nessuno se ne sarebbe accorto. Non sono stato né il primo, né l'ultimo a darsi una racchettata. Non avevo sfruttato una palla break e mi sono innervosito”.

Sarebbe ingenuo ridurre il ricordo di Youzhny a quell'episodio: no problem, sta scrivendo un libro in cui racconterà una carriera durata quasi 20 anni, in cui è stato uno degli immediati rincalzi ai più forti.

Top-10, semifinalista Slam, vittorie su Djokovic, Nadal e Murray (“Con Federer non ce l'ho mai fatta, anche se 2-3 volte ci sono andato vicino: diciamo che il mio tennis ben si adattava al suo..”. ). Il momento clou è arrivato all'inizio, quando vinse lo storico singolare che consegnò alla Russia la sua prima Coppa Davis, a Bercy contro Paul Henri Mathieu.

Tra un allenamento con Shapovalov e una diretta Instagram con il suo amico Safin, il “Colonnello Youzhny” ha rilasciato un'interessante intervista a Sport Express, in cui ha mischiato ricordi del passato e trepidazioni per l'attualità.

Da un lato è ottimista (“Credo che torneremo alla normalità”), dall'altro si rende conto che il tennis è uno sport complicato per riprendere in tempi brevi. “Il grosso problema sono i viaggi – dice Youzhny, che attualmente si trova negli Stati Uniti – se alcuni paesi consentono di viaggiare e altri no, diventa complicato ricominciare.

L'ATP ha paura di cause legali se dovesse ricominciare senza poter offrire la par condicio a tutti gli atleti. Per il resto, sul piano tecnico è uno sport abbastanza sicuro e ci si può allenare”. Due volte semifinalista allo Us Open, il russo è favorevole a qualsiasi progetto che miri a “salvare” il tennis nel 2020.

“Bisogna privilegiare i grandi tornei. Giocare a Parigi in autunno non è un'idea terribile, poi non trovo niente di sbagliato nel far giocare qualche ATP 250 nella seconda settimana degli Slam. Peccato per Wimbledon, ma per sua natura deve giocarsi nei mesi estivi.

Più in generale, meglio giocare a porte chiuse che non giocare per niente. Si può iniziare così, poi si vedrà”. Quando gli hanno detto che un'eventuale disputa del Roland Garros avrebbe favorito Nadal nella battaglia Slam con Federer, ha tagliato corto: “Non credo che in questo momento la la competizione tra i due interessi a molti”.

È curioso che Youzhny abbia scelto di allenare un canadese (che comunque ha forti radici russe), trovandosi a passare molto tempo fuori dalla Russia. Proprio lui, che da ragazzo non si è mai allenato fuori dalla Grande Madre.

Era il 1993 quando Boris Sobkin lo vide e decise di scommettere tutto su di lui, figlio di un membro dell'esercito. È finita che sono rimasti insieme per 25 anni. “In Russia c'era tutto quello che mi serviva – dice Youzhny – avevo un buon team e campi a disposizione.

Non importa il luogo, ciò che conta è con chi ti alleni”. Non erano ricchi, a casa Youzhny. Gli anni 90 della Russia sono stati complicati. Da una parte c'era un passato da scrostare ma rassicurante, dall'altro i timori per il futuro.

In mezzo, una profonda crisi economica. “Quando ho iniziato a giocare, una società mi ha dato soldi a credito. Non appena me lo sono potuto permettere, ho restituito tutto. Sponsor? Il tennis non è economico, ma non è neanche così costoso.

Se lo vuoi veramente, si trova sempre un'opzione per ridurre i costi. In altre parole, ce la puoi fare anche senza supporti e senza provenire da una famiglia troppo ricca. È molto più importante trovare le persone giuste e fissare gli obiettivi corretti.

Non mi piace generalizzare, ma non è vero che se non hai soldi devi smettere di giocare. Gli anni 90? Passavo tutto il mio tempo tra la scuole e il tennis, la mia cerchia sociale era tutta lì. I nostri genitori non ci hanno mai fatto pesare i problemi del Paese.

Ovviamente sapevamo cosa succedeva, ma non ci hanno mai influenzato”. E così si è sviluppato un giocatore di valore, nonché di ottima tecnica. Il suo rovescio, tanto personale quanto efficace, è considerato uno dei colpi più belli degli ultimi anni.

Sarà tutto raccontato in un libro. Quella con Sport Express non era un'intervista celebrativa o promozionale. Il discorso è uscito per caso, quando gli hanno chiesto di una delle sua più belle vittorie: 2013, Us Open, ottavi.

Sotto due set a uno contro Hewitt, poi 1-4 nel quarto e 2-5 nel quinto, con tanto di matchpoint annullati, l'ha rimessa in piedi. “È stata una partita molto istruttiva. Sto scrivendo un libro e sarà raccontata nel dettaglio.

Ebbe grande merito lo psicologo con cui stavo lavorando in quel momento. Per adesso non fatemi raccontare altro!”. Nella sua lunga carriera, Youzhny si è bloccato a 499 vittorie. Una in più, e avrebbe fatto cifra tonda.

A quanto pare, non ha rimpianti. “C'è stato un momento in cui l'ho desiderato, ma poi mi sono reso conto che non sarebbe cambiato nulla. Il Club 500 esiste solo sulla carta, l'hanno inventato i giornalisti.

Se avesse portato dei privilegi o mi avesse cambiato la vita, beh, ok. Ma non c'era bisogno, poi mi piaceva l'idea di chiudere a San Pietroburgo”. Peccato che abbia perso una partita combattuta contro Roberto Bautista Agut.

L'avesse portata a casa, sarebbe stato un bel regalo. Sin dal 2010, Youzhny ha abbracciato l'idea di fare l'allenatore. Ha iniziato con una scuola in Siberia: a fine anno ci trascorreva una settimana e palleggiava con i ragazzi.

Inoltre, aveva inaugurato una collaborazione con Tennis Australia. Poi è arrivata la chiamata di Shapovalov: affascinante, irrinunciabile. Con gli occhi del coach, ha seguito la storica finale di Wimbledon tra Roger Federer e Novak Djokovic.

“Ammetto di aver tifato per Djokovic. Mica per altro: mi piaceva che l'intrigo sulla lotta per gli Slam rimanesse vivo. Quando Federer ha brekkato sul 7-7, si pensava che Federer ce l'avesse ormai fatta, ma il tennis è imprevedibile.

A ben vedere, sui matchpoint non è successo niente di terribile: una palla è finita fuori di poco, sul secondo è andato a rete. Le cose possono cambiare alla svelta”. Diverse volte gli hanno chiesto chi è più forte tra i Big Three, senza ottenere soddisfazione.

Il russo rimane fedele a se stesso: “Federer è più versatile, Djokovic più stabile, Nadal è mentalmente un fenomeno. Non vedo perchè individuarne uno per forza. Ognuno si distingue per qualcosa, poi dal punto di vista professionale si equivalgono.

Il tempo è dalla parte di Djokovic, ma è in ritardo e non è detto che all'improvviso emerga qualche giovane”. Youzhny non lo dice, ma spera che a scompigliare le carte arrivi proprio il suo Shapovalov.

Il tennis, insomma, continua ad essere la sua vita. E pensare che si era ritirato per dedicare più tempo ai suoi figli. “Prima il tennis era tutto per me, poi con la loro nascita è diventato solo una delle cose.

Non rimpiango nulla, ho scelto quando ho voluto io. Ora i miei figli grandi (Maxim di 10 anni, Igor di 8, ndr) giocano a tennis, a calcio e praticano anche il pugilato. Nessuna pressione: decideranno loro cosa fare”. E l'anno scorso è arrivata una bambina, la terzogenita.

È tranquillo, Youzhny, quasi fatalista. Lo è dal 2004, quando un suo volo per le Maldive rischiò di cadere. “Le vie del Signore sono infinite” disse il Comandante, a pericolo scampato. Mikhail ha abbracciato questa filosofia.