Si ritira Romina Oprandi, braccio d'oro e fisico di cristallo


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Si ritira Romina Oprandi, braccio d'oro e fisico di cristallo

Col suo italiano tanto incerto quanto creativo, Romina Oprandi era entrata a gamba tesa nei nostri radar. Non la conosceva quasi nessuno, prima degli Internazionali del 2006. Arrivò nei quarti battendo grandi giocatrici come Stosur e Zvonareva, prima di perdere per un pelo contro la Kuznetsova.

7-6 al terzo. Ce l'avesse fatta, all'epoca sarebbe stato un risultato storico. Talentuosa, brillante, cultrice della palla corta, la Oprandi era quello di cui avevamo bisogno. E pazienza se nelle prime conferenze stampa chiedeva di parlare in inglese, lingua che conosceva meglio dopo il tedesco.

Eppure, accanto al suo nome, c'era un bel tricolore verde, bianco e rosso. Merito di papà Roberto, bergamasco che anni prima aveva conosciuto in discoteca la bernese Romy. I due si erano sposati e avevano messo al mondo Romeo e Romina.

Lei amava il calcio (lo ama tuttora), e avrebbe potuto sfondare nelle file del Berna. Invece optò per la racchetta, nonostante Swiss Tennis l'avesse un po' trascurata. Al contrario, riceveva un bel po' di telefonate dagli uffici romani della FIT.

“Come va, come stai, ci piacerebbe averti con noi”. Al momento di decidere il Paese da rappresentare, scelse l'Italia. Le piaceva la gente, il calore del pubblico, la città di Roma. C'erano tutti gli ingredienti per una bella storia.

La è stata, ma magari avrebbe preferito non avere un fisico da cristalleria invasa da elefanti. 16 operazioni chirurgiche ne hanno sconquassato la carriera. Avete letto bene, sedici. Nel provare a ricordarle ci si perde in un labirinto: di certo, la parte più martoriata è stata la spalla destra, finita otto volte sotto i ferri.

I primi problemi risalgono al 2004, oggi ha soltanto il 10% di mobilità. “Ha iniziato a darmi fastidio anche nella vita di tutti i giorni, devo stare attenta a non fare movimenti sbagliati – dice oggi, a 34 anni – ho sempre dovuto convivere con la paura che qualcosa andasse storto.

Non ho più fiducia nel mio corpo”. E così, a quasi un anno dalla sua ultima partita (il ritiro dopo appena un game contro Deborah Chiesa all'ITF di Brescia), ha ufficializzato l'addio. C'è ancora il suo nome nella classifica WTA, in virtù di un turno passato alle qualificazioni del Roland Garros.

Non ci si recava da tre anni, era ferma da otto mesi e tentò la fortuna grazie al ranking protetto. Sin dall'inizio, Romina è stata una tennista part-time. Oltre alla martoriata spalla, si è dovuta operare a un ginocchio nel 2012, poi nel 2018 c'è stato un delicato intervento a entrambi i polsi.

L'ultimo intervento, sempre a un polso, risale allo scorso 16 ottobre e l'ha spinta verso la decisione più dolorosa. Il suo ritiro non rimbomba nelle prime pagine, perché non lasciava da tempo tracce nel circuito maggiore.

Ciò che fa notizia, ripensando alla sua carriera, è il tempo bruciato a causa degli infortuni. Analizzando la sua attività, si scopre che ha perso oltre cinque anni di tornei. Un'eternità. A volte è stata sfortunata, come quando nel 2013 (nel suo momento migliore) un fisioterapista le strappò i legamenti della sua povera spalla destra.

Aveva 27 anni, stava artigliando la sua miglior classifica di sempre (n.32 WTA) e fu costretta a bloccarsi sul più bello. Ma Romina non si è mai abbattuta, non ha perso il sorriso e ha documentato via social le sue vicissitudini, tra un'operazione e l'altra.

Non ha mai perso la speranza di riprovarci, ma a un certo punto ha raggiunto il limite. E allora bye bye tennis, almeno a livello professionistico. Perché la Oprandi si è lanciata in un nuovo progetto. E che progetto: insieme alla compagna Karin Rothlisberger ha assunto la gestione del centro sportivo “Thalmatt” a Herrenschwanden, nei pressi di Berna.

Lo hanno chiamato “Oro Sport” e Romina svolge lezioni di tennis, da quelle individuali fino a corsi collettivi con un massimo di quattro allievi, mentre la Rothlisberger (ex fisioterapista WTA) si occupa, appunto, di fisioterapia.

Il suo palmares le darà una mano a trovare adeguata clientela: d'altra parte vanta un terzo turno all'Australian Open (con tanto di vittoria sulla Schiavone) e una finale WTA, a Marrakech nel 2014. Sempre in quel torneo vinse il titolo di doppio, insieme a una giovane Garbine Muguruza.

Nel 2011 si è tolta lo sfizio di battere Kim Clijsters sull'erba di 's-Hertogenbosch. La Oprandi era una delizia per gli occhi: chi la vedeva giocare, se ne innamorava all'istante. C'era tutto nel suo tennis: talento, fantasia, idee.

Parlando di lei, Flavia Pennetta disse che talvolta abusava della smorzata: “Ma varia talmente tanto che risulta sempre imprevedibile. Spezza tantissimo il ritmo e sa affondare quando è necessario”. Il suo tennis ricordava un po' quello di Ashleigh Barty.

Meno protesa verso la rete la Oprandi, meno incisiva con il rovescio coperto la Barty. Vedendo fino a dove si è spinta l'australiana, sulla Oprandi veleggia una gigantesca nuvola con scritto: “What If?”.

Già, chissà cosa avrebbe combinato se il fisico l'avesse lasciata in pace. Romina è stata anche l'ultima giocatrice a rappresentare due nazioni in Fed Cup, prima che entrassero in vigore le nuove regole: nel 2006 aveva fatto parte del team italiano che vinse il titolo (pur senza essere convocata in finale), poi nel 2013 ha esordito con la Svizzera (vincendo entrambi i singolari nella sfida contro il Belgio).

Il ritorno in rossocrociato, avvenuto nel 2012, fece discutere: decise durante l'Australian Open. Da una parte c'era Heinz Gunthardt che la corteggiava, dall'altra lo staff della FIT non presenziò al suo primo turno (a differenza della delegazione svizzera), mentre durante il match contro la Schiavone, Corrado Barazzutti (allora capitano di Fed Cup) e il factotum Sergio Palmieri seguirono la partita dall'angolo di Francesca.

Quando l'interesse della Svizzera divenne di dominio pubblico, la FIT le chiese un colloquio: le dissero che in quel momento non c'erano i margini per una convocazione in Fed Cup e per le Olimpiadi di Londra, ma che la Oprandi era ritenuta “il futuro” del tennis femminile azzurro insieme a Sara Errani e Karin Knapp.

Tali parole non la convinsero, al punto da convincerla a firmare per Swiss Tennis. Era il 24 gennaio 2012. I rapporti con la federtennis italiana si erano già incrinati nel 2011, quando per il match contro la Russia – dopo i forfait di Schiavone e Pennetta – le furono preferite Brianti e Camerin, peggio piazzate di lei.

Alla richiesta di spiegazioni, ricevette una telefonata di Barazzutti in cui si sentì dire: “Pensavamo che stessi male”. Qualcun altro avrebbe piantato un albero di polemiche, a lei interessava il giusto.

Romina ama guardare il bicchiere mezzo pieno. “Il nostro problema è che non apprezziamo mai abbastanza quello che abbiamo – dice oggi – io dico spesso a me stessa: 'Dai, non importa'”.

Avrebbe potuto fare di più, ma anche molto meno: nel 2007, ancora giovanissima, si ruppe l'avambraccio destro e sembrava che la sua carriera fosse finita. Era finita. Si ritirò e finì a fare l'animatrice a Sharm El Sheikh.

Ma il sacro richiamo della racchetta l'avrebbe convinta a riprovarci qualche anno dopo. Storicamente allenata dal fratello, tifosa della Juventus e cresciuta nel mito di Alessandro Del Piero (anche se una volta, allo Us Open, si presentò in conferenza stampa con la maglia del Napoli, rivelando simpatie partenopee), oggi è una donna serena.

Ha trovato il giusto equilibrio, la quadratura del cerchio, e lascia il tennis consapevole che non c'erano altre vie. “Ho dovuto decidere se avere una vita futura ragionevolmente buona oppure rischiare”. Ha scelto la prima opzione e va bene così.

Così come vanno bene le sue dichiarazioni alla stampa elvetica. “Mi sento più svizzera: sono legata all'Italia, ma le mie radici sono a Berna”. Ma noi, che l'abbiamo vista spuntare dal nulla in quel maggio di quattordici anni fa, amiamo ricordarla per il suo talento e le sue divertenti dichiarazioni tra una vittoria e l'altra, in giorni magici.

“Alcune delle giocatrici che ho affrontato in questi giorni le avevo viste soltanto in TV – diceva – anche se in realtà mi sono stancata di più a firmare autografi che a giocare a tennis. Non pensavo che il centrale di Roma fosse così grande...

Una volta non riuscivo a trovare il campo, così sono tornata indietro. Una signora mi ha visto negli spogliatoi e mi ha chiesto perché non fossi in campo”. Adorabile, inimitabile Romina. Viel Glück.