“La partita che non avrei mai voluto vincere”: la dura vita del becchino...


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“La partita che non avrei mai voluto vincere”: la dura vita del becchino...

Si è trovato nel ruolo che nessuno voleva. I più gentili lo hanno definito “becchino”, anche perché quattro anni dopo avrebbe fatto lo stesso con Carlos Moyà. Qualcuno, a cui non difetta la memoria, ricorda il soprannome che gli ha affibbiato Andy Roddick: “Il ragazzo che ha ucciso Bambi”.

Nel contesto delle celebrazioni per i 50 anni di Andre Agassi, c'è spazio anche per B.Becker. No, non è Boris, odiato rivale di Andre. È il simpatico Benjamin, l'uomo che lo battè in quella strana domenica pomeriggio.

Era il 3 settembre 2006, tutti sapevano che sarebbe stato l'ultimo torneo di Agassi. L'aveva sfangata contro Marcos Baghdatis, ma non aveva più energie. Nemmeno la pioggia amica, che gli garantì 24 ore di riposo in più, servì a rimetterlo in sesto in tempo.

Dopo il matchpoint, un ace centrale, l'Arthur Ashe Stadium si accartocciò in un surreale silenzio, poi tramutato in 8 minuti di standing ovation per Agassi. Il “povero” Becker si trovò nella posizione più scomoda.

Guastafeste, anti-eroe, assassino agonistico. Pronunciò due parole di circostanza e poi fu scortato fuori dal campo mentre Agassi offriva uno dei commiati più emozionanti di sempre. Suo malgrado, i libri di storia ricorderanno Becker solo per questa partita.

Ingeneroso, perché ha una storia interessante. Si è ritirato nel 2017, oggi vive a Dallas e segue alcuni ragazzi dell'Università del Michigan. Risiede negli Stati Uniti da una vita, da quando la Baylor University di Waco, Texas, fu l'unica ad accoglierlo dopo che aveva preso il diploma al Gymansium Stefansberg di Merzig, Germania, sua città natale.

Ha studiato economia per quattro anni, mostrandosi molto forte. Nel 2004 ha vinto il Campionato NCAA e ha guidato i suoi compagni al titolo a squadre. Già vecchiotto, senza neanche la laurea in tasca (l'avrebbe presa quindici anni dopo), scelse di tuffarsi nel professionismo.

Una bella carriera, con un titolo ATP ('s-Hertogenbosch 2009), la convocazione in Coppa Davis e un best ranking al numero 35 ATP. In trentasei partecipazioni Slam, soltanto una volta è arrivato alla seconda settimana.

Accadde proprio allo Us Open 2006, quando bloccò la grande avventura di Agassi. Pochi credevano che ce l'avrebbe fatta: d'altra parte proveniva dalle qualificazioni e – fino ad allora – era un frequentatore dei tornei minori.

“Poco tempo prima ero stato in Ecuador – racconta Becker – non c'era la transportation, così per arrivare al circolo dovevo prendere il taxi. Il problema è che mancava la portiera dal lato del passeggero e il tassista guidava come un pazzo.

Come se non bastasse, il giorno dopo trovai un chiodo negli spaghetti”. Esperienze forti, forgianti. Cosa volete che sia, in confronto, sfidare una leggenda sul suo campo preferito? “Prima del torneo avevo solo un obiettivo: entrare tra i top-100 ATP – ricorda – avevo appena raggiunto il traguardo passando le qualificazioni e vincendo due partite nel main draw.

Agassi era uno dei miei idoli da ragazzino, insieme a Boris Becker e Goran Ivanisevic. Avevo comprato i suoi jeans strappati, poi il mio stile di gioco è stato un po' condizionato dal suo. Lo ammetto: mettere fine alla sua carriera mi ha turbato, mi sono sentito male.

Avrei preferito che fosse Roddick a farlo”. Invece non solo è toccato a lui, ma lo stesso Roddick (che lo batté negli ottavi) gli ha cucito quel soprannome che lo accompagnerà per sempre. “L'avvicinamento al match fu un po' diverso.

Quando vinsi il mio match di secondo turno, lui era ancora in campo contro Baghdatis. Volevo dare un'occhiata, anche per abituarmi all'ambiente, ma non sono riuscito ad entrare perché era troppo pieno. Gli addetti mi hanno bloccato, così ho seguito la fase finale in hotel.

Mi hanno concesso solo un'ora di allenamento sull'Arthur Ashe prima di affrontarlo. Ho soltanto cercato di immaginare 20.000 persone contro di me”. Non è stata una partita memorabile: il corpo aveva presentato mille cambiali ad Agassi.

Nella fattispecie, gli faceva male la schiena. “L'ho fatto correre, ma non ho esagerato con le smorzate: ogni volta che ne tiravo una venivo fischiato, e non volevo essere sommerso dai fischi”. Pensate a cosa può aver provato B.Becker: condizionato dall'ambiente, non ha adottato fino in fondo la sua tattica.

Avrebbe potuto costargli caro, ma il suo gran servizio l'ha aiutato. “In alcuni momenti ho pensato che fosse un videogioco: davanti a me c'era uno dei più grandi di semrpe, un'icona, era tutto surreale.

Lo ammetto: dopo l'ultimo punto mi è venuta la pelle d'oca. L'atmosfera nello stadio era impressionante, non ho mai più visto niente di simile”. Riguardando le immagini, lo si vede in imbarazzo.

Non sapeva come esultare, se esultare. Non sapeva come stringere la mano ad Agassi. E non sapeva cosa fare. Era profondamente a disagio. Nel rispetto del protocollo, gli hanno fatto proferire un paio di banalità, con Mary Joe Fernandez.

“Non ricordo cosa ci siamo detti alla stretta di mano perchè ero scioccato, avevo battuto Agassi nel suo salotto. Volevo soltanto allontanarmi e lasciargli il palcoscenico. Durante la standing ovation mi sono sentito uno spettatore come gli altri.

Quegli otto minuti mi sono sembrati 30 secondi. Quando mi hanno detto che avrei dovuto parlare, ho pensato: 'Perché proprio io?' Dopodiché, sono stato portato fuori e non ho potuto vederlo, ma solo ascoltarlo.

Se fossi stato uno spettatore, avrei pianto di sicuro”. Si è trovato al posto sbagliato, nel momento sbagliato. Nessuno avrebbe voluto chiudere la carriera di Agassi, non in quel modo. Il senso di vuoto si è amplificato negli spogliatoi.

Quando è arrivato Agassi, tutti i giocatori si sono alzati in piedi e lo hanno applaudito. All'arrivo di Becker, è calato un gelido silenzio. “Sono andato rapidamente al mio posto con la testa china, poi dritto in doccia.

È stata la doccia più lunga della mia vita”. Non che l'abbiamo rimproverato, ma rimane quella sensazione un po' così, l'amaro in bocca per una vittoria che non si è potuto godere.

Una vittoria che lo segna ancora oggi, nel bene e nel male. “Qualche anno dopo ho visto Agassi da lontano, ma ho cercato di evitarlo perché mi sentivo ancora in colpa. Tempo dopo mi fece i complimenti tramite il mio manager e c'era l'idea di un'esibizione, ma poi non se n'è fatto niente.

Non ho il suo numero, ma cercherò di trovare un modo per fargli gli auguri”. Tra 50-100 anni, quando si parlerà di Benjamin Becker, sarà inevitabile ricordare quel match. “Eppure non è stato il momento clou della mia carriera – sottolinea – per me è stato più importante entrare tra i top-100, giocare in Davis e vincere il mio primo titolo ATP.

Quella partita non mi ha aiutato, perché nell'immaginario collettivo sono stato ridotto a quello. Non è sempre stato piacevole, di sicuro non è stato utile”. Becker è stato un buon “operaio” del circuito, un ragioniere, una persona intelligente in un mondo difficile.

Ogni anno spendeva 125.000 dollari per sovvenzionarsi l'attività. “Ed è una grande pressione, perché prima devi guadagnarli e solo dopo intaschi qualcosa. Senza uno sponsor privato, difficilmente ce l'avrei fatta.

Non ho avuto la fortuna dei tennisti francesi, australiani e cinesi, le cui federazioni sovvenzionano l'attività. Non bisogna aspettarsi nulla del genere dalla federtennis tedesca”. Nel 2011 si è bloccato per sette mesi a causa di un paio di interventi al gomito: in quel periodo ha azzerato i guadagni. “Per fortuna mia moglie ha lavorato, garantendo almeno un reddito.

Non avevo neanche l'assicurazione..”. . Altri problemi fisici lo hanno costretto a smettere nel 2017. Ha completato gli studi, adesso lavora come coach al college, peraltro mostrando alcuni video di Agassi ai suoi allievi (“Mi piace mostrare la sua risposta al servizio e il suo senso dell'anticipo”), eppure non associa ad Agassi i momenti più emozionati della sua vita: quando andava all'università, per qualche giorno fu ospite del mito NHL Wayne Gretzky.

La famiglia dell'hockeista ospitò alcuni giovani tennisti in occasione di un torneo, e gli regalò un DVD con le fasi salienti della sua carriera. “È stato davvero emozionante”. Qualche anno dopo, avrebbe anche conosciuto Boris Becker.

“Era il mio esordio in Coppa Davis, quando lo vidi arrivare negli spogliatoi sono rimasto senza respiro per un minuto”. Sembra quasi che non gli faccia piacere essere contattato solo per ricordare il successo su Agassi, ma allo stesso tempo sa che è inevitabile.

Ma possibile che quel successo non gli abbia lasciato nulla di positivo? Scavando a fondo, qualcosa si trova: dopo la sconfitta contro Roddick, andò in un ristorante di New York insieme a staff, fidanzata e alcuni amici del college che erano andati a fare il tifo per lui.

“Tranquilli, pago io”. Al momento del conto, quando lasciò la sua carta di credito, il proprietario del ristorante quasi si scusò. “Mi perdoni, non l'avevo riconosciuta! Lei è quello che ha battuto Andre Agassi, ovviamente è nostro ospite”.

“Per questo, ancora oggi i miei amici dicono che devo loro una cena. Io rispondo dicendo che mi sono sdebitato in altro modo”. La dura vita di chi ha messo fine alla carriera di Andre Agassi.