Davvero Agassi compie 50 anni? Dura da accettare...



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Davvero Agassi compie 50 anni? Dura da accettare...

Non è facile digerire l'idea che i miti possano invecchiare. Nell'immaginario, resteranno sempre gli eroi che hanno segnato una generazione. Forti, giovani, quasi immortali. Per questo, fa impressione festeggiare i 50 anni di Andre Agassi.

Mezzo secolo, ci rendiamo conto? Agassi è l'icona di un periodo, gli anni 80-90, colorato e colmo di sogni. Un personaggio, un rivoluzionario, l'uomo che ha cambiato il tennis. Andre ha inventato una tipologia di giocatore, l'attaccante da fondocampo, che poi avrebbe segnato il gioco fino ai giorni nostri.

Carismatico ma timido, ribelle ma rispettoso delle tradizioni, cresciuto sul cemento ma incapace di vincerci uno Slam fino a 24 anni. E mille altre contraddizioni riassunte dal passaggio-cult del suo mitico “Open”: “Odio il tennis, lo odio con tutto il mio cuore”.

Per 35 anni, Andre ha odiato lo sport che gli ha dato soldi e popolarità. Per 35 anni, Andre è stato un paradosso vivente. Lo è stato fin dall'inizio, dalle sue prime apparizioni con capelli lunghi, pantaloncini Denim, scaldamuscoli, divise da gioco con improbabili colori fosforescenti.

Ti aspetteresti un esibizionista, affamato di popolarità. Era l'esatto contrario: dietro l'apparenza c'era soltanto voglia di nascondersi, come se l'abbigliamento da clown fosse una corazza, una protezione.

Talvolta ha provato a spiegarlo ai giornalisti, ma spesso ha avuto da ridire anche con loro. “Non capisco le persone che vogliono assomigliare ad Agassi... io non vorrei essere Agassi. Quando mi fate certe domande, toccate l'argomento che conosco meno: me stesso”.

Eppure le ragazzine lo amavano, i giovani hanno preso a seguire il tennis, si sono identificati in lui. Agassi era il personaggio giusto in epoca di edonismo reaganiano, ed era perfetto per rappresentare l'orgoglio americano al tempo della Guerra del Golfo.

Era il salvatore del tennis americano, terrorizzato all'idea di non avere eredi all'altezza per John McEnroe e Jimmy Connors. A lui non interessava, ma non ha avuto la forza di opporsi ai desideri di papà Mike, ex pugile olimpico che ha riversato su di lui certi sogni di gloria.

Andre non amava il tennis, ma gliel'hanno fatto ingurgitare sin da piccolo. Non aveva alternative, poi ha fatto pace con se stesso perché ha capito di essere troppo forte. “Ero sicuro che sarei diventato un grande campione, volessi o no.

Non l'avevo deciso io. Con una prospettiva del genere, almeno il destino aveva una sua logica. E questo mi consolava”. Per (tanti) anni è andato avanti così, con l'inerzia da fenomeno. Al terzo torneo della sua vita, sul cemento di Stratton Mountain, è arrivato nei quarti.

Aveva 16 anni e perse contro John McEnroe, che però rimase fulminato da alcune sue risposte al servizio. “Ho giocato contro Becker, Connors e Lendl e nessuno aveva mai fatto una cosa del genere”. L'anno dopo affronta la prima crisi esistenziale.

Una sconfitta contro Patrick Kuhnen a Washington lo porta sull'orlo del ritiro, ma poi si riprende e coglie una bella semifinale a Stratton Mountain, dove per poco non batte il n.1 Ivan Lendl. Chiude il 1987 intascando il primo dei suoi 60 titoli, sul cemento brasiliano di Itaparica.

L'anno dopo gioca due semifinali Slam e diventa numero 3 del mondo. La sua popolarità schizza alle stelle, ma intanto i suoi compagni di viaggio vincono tutti uno Slam prima di lui. Michael Chang si impone a Parigi, Sampras lo strapazza in finale allo Us Open, Jim Courier ne vince addirittura un paio.

Nel frattempo, l'incipiente calvizie diventa un incubo. Il parrucchino lo accompagna nelle due finali Slam perdute a Parigi nel 1990 e nel 1991. “Image is Everything”, dice una celeberrima pubblicità che lo vede protagonista.

Diceva così, ma non lo pensava. E non pensava che il suo primo Slam sarebbe arrivato a Wimbledon, il tempio della tradizione, laddove i suoi abiti colorati non erano ammessi. C'era andato per la prima volta nel 1987: non essendo ancora tra i migliori, non poté allenarsi sull'erba.

Dopo essersi preparato sul cemento indoor, sul Campo 2 (il celeberrimo “Cimitero dei Campioni”) prese una stesa memorabile contro Henri Leconte. “Fu uno shock. La palla era incontrollabile. Non era erba, ma ghiaccio ricoperto di vaselina.

Avevo paura di scivolare, camminavo in punta di piedi. Dopo la partita, dissi a Nick Bollettieri che avrei preferito abbracciare mio padre piuttosto che tornare a Wimbledon”. Avrebbe tenuto fede alla promessa per tre anni, salvo tornarci nel 1991.

Con un completo bianchissimo, si spinse nei quarti e fece pace con Londra. E arriviamo al 1992, anno-icona di questa storia. Non solo anno olimpico, non solo anno di Tangentopoli. Fu l'anno dell'incredibile trionfo di Agassi a Wimbledon.

E pensare che a Parigi era stato strangolato da Courier in semifinale. Un 6-3 6-2 6-2 che lo aveva fatto piombare nell'ennesima crisi personale. Dopo quella sconfitta è tornato a Las Vegas per giocare a golf. Non ha toccato racchetta per cinque giorni.

Poi, mercoledì 17 giugno, ha chiamato Bollettieri. “Stavo aspettando la tua telefonata” rispose il guru di Bradenton. Il giorno dopo si sono allenati, poi sono sbarcati a Londra. Senza aspettative. Ai primi turni giocò maluccio, comportandosi male contro Andrei Chesnokov.

Rischiò addirittura la squalifica. Ma poi è cambiato qualcosa. Aveva trovato la pace interiore nella casa presa in affitto, condivisa col suo team. Guardava film dell'orrore, giocava a backgammon, ascoltava musica e parlava di tutto tranne che di tennis.

Nei quarti, uno dei suoi grandi rivali: Boris Becker. Dal 1985, il tedesco aveva “steccato” solo nel 1987. Per il resto, tre vittorie e tre finali. Col suo serve and volley, accompagnato da un servizio “Bum Bum”, il tedesco era l'ovvio favorito.

Agassi restava a fondocampo. All'epoca nessuno lo faceva, anche il più incallito dei pallettari si avventurava a giocare la volèe. Agassi no, aveva troppa fiducia nei suoi passanti e nel suo tennis-flipper. Vinse in cinque set e un esausto Becker disse: “Non ho mai visto nessuno giocare questo tipo di tennis a Wimbledon”.

In semifinale avrebbe giocato la partita perfetta contro John McEnroe. “Ho trovato l'equilibrio ideale tra controllo e assunzione dei rischi” disse. Mac rimase totalmente scioccato, al punto che non avrebbe più giocato a Wimbledon.

Quanto successo il 5 luglio 1992, beh, è storia. L'ultima volèe di Goran Ivanisevic, la Donnay rosso fuoco che vola per aria, le lacrime di gioia, l'imbarazzato ballo con Steffi Graf durante la cena di gala.

Non accadeva da 46 anni che Wimbledon fosse vinto da un tennista col cappellino in testa. L'ultimo era stato Yvon Petra nel 1946. Gli anni 90 di Agassi si sarebbero poi sviluppati tra paurosi alti e bassi. L'immensa rivalità con Sampras, sublimata da un paio di spot Nike che sono rimasti nell'immaginario ancor più di certe partite.

La love story con Brooke Shields, famosa attrice e nipote di un ex finalista di Wimbledon, sfociata in un infelice matrimonio e in una depressione che lo avrebbe portato a consumare anfetamine a finire nella rete (ancora bucherellata) dell'antidoping.

L'ATP scelse di coprirlo, e oggi non importa se sia successo una volta (come dice Agassi) oppure quattro (come sostiene Marcelo Rios). Tale crisi lo avrebbe fatto precipitare fuori dai top-100, obbligandolo a giocare un paio di Challenger.

Roba da matti. Ma Andre ha avuto la forza di risollevarsi, diventando quasi imbattibile in Australia e completando il Career Grand Slam vincendo a Parigi nel 1999, il giorno dopo l'ultimo Slam di Steffi Graf. Già in quei giorni, i due stavano iniziando timidamente a frequentarsi.

Riuscirono a restare anonimi per qualche settimana, poi le telecamere impertinenti della CBS colsero in flagrante la tedesca nei meandri dell'Arthur Ashe Stadium durante lo Us Open. Alla soglia dei 30 anni è iniziata una terza carriera, contro una terza generazione di avversari.

Un dolce planare verso il ritiro, ma colmo di soddisfazioni: altri tre titoli in Australia (2000, 2001 e 2003), la leadership ATP a 33 anni, il record di vittorie nei tornei Masters 1000, alcune sfide epiche contro il primo Federer.

Il tutto senza cappellino, con la testa rasata e un aspetto da monaco zen, così diverso rispetto al punk da strada di 15 anni prima. L'ultimo sussulto è stata la finale allo Us Open 2005, poi l'addio di dodici mesi dopo, sempre sullo stesso campo, sconfitto da un omonimo dell'odiato Boris Becker, quel Benjamin che si è trovato un paio di volte al posto giusto (qualche anno dopo avrebbe messo fine alla carriera di Carlos Moyà).

Commozione, lacrime – stavolta di nostalgia – e applausi scroscianti. Oltre al dispiacere per la fine di una carriera, i 25.000 dell'Arthur Ashe erano disperati per la fine di un'epoca. Con Agassi se ne andavano anni che non sarebbero più tornati, in cui si era trovato il perfetto equilibrio tra umanità e tecnologia, oggi perduto a causa del dominio digitale.

Agassi è stato onesto, evitando patetici ritorni e limitandosi a qualche esibizione. Più che la fugace apparizione a fianco di Novak Djokovic (fortemente voluta dal serbo), ha fatto parlare di sé per il fantastico “Open”, uscito nel 2009, miglior autobiografia mai scritta da un tennista, tra le migliori in ambito sportivo.

Si è messo a nudo, aiutato dal Premio Pulitzer John Joseph “J.R”. Moehringer, continuando nell'impressionante opera umanitaria nella sua Las Vegas. Aveva iniziato già da tennista, poi con l'aiuto della Graf ha contribuito a dare un'istruzione a migliaia di bambini.

Continua a farlo, senza sosta, anche oggi che compie 50 anni e persino il suo grande rivale Boris Becker gli ha mandato gli auguri con un bel pezzo scritto sulla Bild. Oggi Andre Agassi compie 50 anni. Accidenti, fatichiamo a crederci.