Bournemouth, 1968: quando il tennis diventò una questione di soldi



by   |  LETTURE 1814

Bournemouth, 1968: quando il tennis diventò una questione di soldi

Il tennis mette in palio parecchi soldi. Si può discutere sui criteri di distribuzione, ma non c'è dubbio che muova un impressionante giro d'affari. È stato possibile grazie a un lungo processo, durato una decina d'anni e sublimato dallo storico British Hard Court Championships di Bournemouth, primo torneo “Open” mai giocato.

Era il 28 aprile 1968 quando Ken Rosewall batteva Rod Laver in quattro set, intascando un assegno di 2.400 dollari. Virginia Wade si aggiudicava il torneo femminile ma non passava alla cassa, rinunciando al premio perché era ancora dilettante.

Oggi, più che mai, vale la pena raccontare il processo che ha portato il tennis ad essere l'attuale macchina da soldi. Come è noto, fino al 1968 era diviso in due categorie: da una parte i “cattivi”, i professionisti, coloro che scelsero di guadagnarsi da vivere con la racchetta.

Andavano ovunque, nei posti più improbabili, ovunque ci fosse qualcuno disposto a pagarli. Dall'altra i “buoni”, i dilettanti, gli unici che avevano accesso ai tornei più importanti. Per questo, gli albi d'oro degli Slam non sono così onesti.

Gente come Ken Rosewall ha perso ben 11 anni, i più belli della sua carriera: a fine 1956 passò al professionismo perché aveva deciso di sposarsi e mettere su famiglia con l'amata Wilma. Per non parlare di Pancho Gonzales, “bandito” dal tour per ben 19 anni.

Lo stesso Rod Laver ha perso ben cinque stagioni (e 20 Slam). Tuttavia, l'intero sistema si basava sull'ipocrisia dello “shamateurism”: in sintesi, i dilettanti più bravi prendevano cospicui sottobanchi per partecipare ai tornei più importanti, che ufficialmente non distribuivano denaro.

Una situazione insostenibile. I primi a rendersene conto, pensate un po', furono gli inglesi. Spesso accusati di tradizionalismo, talvolta immobilismo, sono stati gli unici a battersi per abolire l'anacronistica distinzione tra dilettanti e professionisti.

Nel 1959, gli organizzatori di Wimbledon pensarono di organizzare un torneo riservato ai professionisti, ma lasciarono perdere perché non volevano agire unilateralmente. Volevano almeno il sostegno della LTA (la federtennis britannica).

Quando lo ottennero, nel 1960 ci fu il primo grande passaggio. L'Assemblea Generale dell'ILTF (che avrebbe cambiato denominazione in “ITF” nel 1977, abbandonando la definizione “Lawn”) votò per abolire la distinzione tra dilettanti e professionisti.

Per ottenerla, ci volevano i due terzi dei voti. La proposta ne ottenne 134 su 209, fallendo l'obiettivo per appena cinque voti. Quattro anni dopo ci riprovarono, ma la sconfitta fu schiacciante. Si pensava che l'ipocrisia sarebbe andata avanti a lungo, ma ancora una volta furono i britannici a dare la spinta decisiva.

Nel 1967, un paio di mesi dopo l'edizione “regolare” (vinta da John Newcombe), Wimbledon organizzò un mini-torneo riservato ai professionisti, vinto da Rod Laver e passato alla storia per essere il primo torneo trasmesso a colori dalla BBC.

Ebbe un tale successo da convincere la LTA a lanciare il professionismo, costi quel che costi. L'assemblea interna a fine 1967 si espresse a stragrande maggioranza: 295 favorevoli e 5 contrari. Con la LTA pronta a fare da sola, si arrivò all'Assemblea ILTF del 30 marzo 1968, a Parigi.

Il clima era chiaro, anche per quello che stava succedendo nel mondo. Erano anni di rivolte politiche e sociali, di sublimazione dello spirito anarchico. In pochi mesi, gerarchie secolari sono crollate. Nel 1967, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha autorizzato i matrimoni tra persone di razza diversa.

L'anno dopo, le ragazze furono autorizzate a studiare all'Università di Yale, fino ad allora riservata ai soli uomini. A Parigi, l'assemblea si adeguò: gli 86 delegati votarono all'unanimità, sia pure “proteggendo” il dilettantismo. Per il 1968 furono autorizzati soltanto 12 tornei “Open” (dunque aperti anche ai professionisti, tra cui i tre Slam rimanenti), e ogni federazione aveva la possibilità se definire “professionisti” o “dilettanti” i propri giocatori.

Ma ormai i cancelli erano stati aperti. Non a caso, nel 1969 i tornei “Open” furono portati a 30. Tuttavia, non si ebbe il coraggio di iniziare con uno Slam. Il primo torneo aperto a dilettanti e professionisti, dunque, si è giocato presso il West Hants Club di Bournemouth, nel sud dell'Inghilterra.

Posto tranquillo, non troppo distante dalle spiagge. L'ideale per un inizio soft. In quel momento, i professionisti più forti si radunavano in due leghe: la NTL (National Tennis League) di George McCall, di cui facevano parte Laver e Rosewall, e il WCT che contava sui famosi “Handsome Eight” (Newcombe, Roche, Pilic, Buchholz, Taylor, Barthes, Drysdale e Ralston).

Con Bournemouth in programma dal 22 aprile, il circuito WCT era in pieno svolgimento e non poté mandare a i suoi giocatori. Al contrario, NTL organizzò in fretta e furia alcuni tornei di preparazione. Erano le 13.43 di martedì 22 aprile 1968 quando si giocò il primo scambio dell'Era Open: in campo il dilettante John Clifton e il professionista Owen Davidson.

Se lo aggiudicò Clifton con un bel vincente al quinto colpo. Vinse comunque Davidson in quattro set: nel tabellone a 32 giocatori, tutte le teste di serie erano professionisti, ma non ebbero vita così facile. Il protagonista della settimana fu il britannico Mark Cox, dilettante e laureato a Cambridge.

Alloggiava (a sue spese) in un bed and breakfast, ma batté Pancho Gonzales al secondo turno (“Prima o poi doveva succedere che un dilettante battesse un professionista, e qualcuno doveva essere il primo” disse Gonzales) e poi Roy Emerson.

I giornali locali, schierati a favore dei dilettanti, lo elessero a eroe. Ma fu lo stesso Cox a rendersi conto della particolarità della situazione, ridimensionando i suoi successi. “I professionisti sono sotto pressione, è come se giocassero con dei pesi attaccati alle gambe”.

La sua avventura sarebbe terminata in semifinale contro Rod Laver. Curiosamente, nonostante il nome (“British Hard Court Championships”) si giocò su terra battuta. Il termine “hard” era per delineare una superficie diversa dall'erba, considerata “soft”.

La pioggia rese i campi scivolosi, complicando le cose ai giocatori. Fu un torneo strano, un po' “zoppo”, poiché diversi dilettanti non parteciparono perché non erano sicuri di mantenere l'eleggibilità ai grandi tornei.

Tra gli assenti c'erano Arthur Ashe, Ilie Nastase e Manolo Santana. Stessa cosa in campo femminile, con alcune giocatrici che rinunciarono perché ritenevano troppo basso il premio per per le donne (720 dollari alla vincitrice, meno di un terzo rispetto a quello per il vincitore).

A capo della rivolta, naturalmente, Billie Jean King. “In effetti c'erano giocatori che non avevo mai sentito nominare” disse Rod Laver. La sua classe, tuttavia, gli permise di arrivare in finale contro l'avversario di sempre, quel Ken Rosewall che in semifinale aveva regolato Andres Gimeno.

Il match fu sospeso per pioggia sul 3-0 al terzo per “Muscle”. I due tornarono in campo la mattina dopo, alle 10 del mattino, con Rosewall che vinse nove dei successivi dodici game, chiudendo col punteggio di 3-6 6-2 6-0 6-3.

Qualche settimana dopo, il Roland Garros avrebbe ospitato il primo Slam “Open” della storia (anch'esso vinto da Rosewall su Laver), poi il passaggio al professionismo si sarebbe evoluto per altri vent'anni.

Seccata dall'aggressività del circuito WCT, la federazione internazionale lanciò il proprio circuito “Grand Prix”. I tour si unirono nel 1978, salvo poi separarsi nuovamente nel 1989. Nel frattempo i sindacati dei giocatori (ATP per gli uomini, WTA per le donne) si facevano sempre più potenti e – in una storica conferenza stampa tenutasi nel parcheggio di Flushing Meadows – annunciarono che dal 1990 avrebbero preso in mano il circuito.

Ma questa è davvero un'altra storia. Una storia che non sarebbe potuta esistere se nell'aprile del 1968 non si fosse giocato il torneo di Bournemouth. Lo spartiacque tra passato e futuro, il giorno in cui il tennis ha iniziato ad assumere l'aspetto che conosciamo.

Il giorno in cui il tennis iniziò a diventare una questione di soldi. Alla luce del sole.