Black Tennis USA, la disperata ricerca di un nuovo Ashe



by   |  LETTURE 1749

Black Tennis USA, la disperata ricerca di un nuovo Ashe

Un paio d'anni fa, Frances Tiafoe ha vinto il suo primo (e unico) titolo ATP a Delray Beach. Quel successo aveva dato un barlume di speranza al tennis “black”: nonostante l'imponente comunità afro-americana, e l'esempio delle sorelle Williams tra le donne, il tennis americano fatica a lanciare tennisti neri di livello.

Si contano sulle dita di una mano: dopo il mitico Arthur Ashe, che aveva fatto dell'antirazzismo una delle sue bandiere, il più forte è stato MaliVai Washington, finalista a Wimbledon nel 1996. Fu particolare il caso di James Blake, cresciuto in un contesto sociale più abbiente, poi si erano creati qualche illusione con Donald Young: dopo aver vinto tutto da junior, non ha neanche avvicinato quel rendimento tra i professionisti.

Adesso le speranze “black” sono affidate a Tiafoe, figlio di un immigrato della Sierra Leone che si guadagnava da vivere facendo il custode in un club di Washington. Tuttavia, il fenomeno è impressionante: nelle leghe professionistiche americane, gli atleti neri la fanno da padrone.

Basti pensare all'NBA. Sin da giovani, i talenti atletici neri si riversano sui campi di basket e football americano. Qualcuno ripiega sul calcio e sul baseball, mentre al tennis rimangono le briciole. Ma è soltanto una questione sociale? È davvero tutto spiegabile dal luogo comune secondo cui il tennis è sport costoso, borghese, di difficile accesso? Proviamo a ribaltare il concetto.

In realtà, football e baseball hanno sviluppato sistemi che permettono di identificare e perfezionare i talenti, prendendoli da ragazzini e trascinandoli fino al professionismo. Il mondo del tennis, invece, ha impiegato decenni a rendersi conto che inclusione e diversità sono strumenti chiave per ridare ossigeno a un movimento in crisi, nonostante la USTA sia la più ricca federazione al mondo.

Sono trascorsi diciassette anni dall'ultimo titolo Slam raccolto da un tennista americano (Andy Roddick allo Us Open 2003): un'eternità, dato inaccettabile, che si è sommato ad altre umiliazioni, come l'uscita della della bandiera a stelle e strisce dai top-10 ATP.

Anche per questo, reclutare i migliori talenti atletici del Paese sarebbe fondamentale. Tra le donne è più facile: la concorrenza degli altri sport è meno pressante, poi le sorelle Williams hanno ispirato tante giovani a prendere la racchetta in mano.

Prendete i casi di Sloane Stephens e del baby fenomeno Cori Gauff. Tra gli uomini, l'unico grande campione di colore è stato Arthur Ashe. “Mi piacerebbe dire che l'assenza di campioni neri sia una questione di cicli temporali, ma bisogna ammettere che questo ciclo è un po' troppo lungo” ha detto Chris Widmaier, portavoce della USTA.

Eppure il tennis avrebbe discrete frecce nel suo arco. Per esempio, l'assenza di contatto fisico. Sport come basket e (soprattutto) football americano possono essere molto pericolosi. Tuttavia, il miraggio di diventare una stella del campionato NFL è una prospettiva ben più invitante rispetto a quella di diventare un tennista.

Come è noto, arricchirsi nel tennis è molto più complicato che in uno sport di squadra, poi c'è una questione sociale: nel basket e nel football ci sono moltissimi atleti neri, mentre nel tennis c'è il rischio dell'isolamento, di essere l'unica faccia nera tra migliaia.

Donald Young è convinto che sia un fattore: “Quello del tennis è un ambiente difficile perché pratichi uno sport e vedi pochissime persone come te, mentre nelle altre discipline è più facile relazionarsi.

Nel tennis è complicato confrontarsi anche su temi banali come la musica, mentre altrove è molto più semplice”. Le differenze culturali vengono meno tra le donne, inoltre per una ragazza di colore è molto più facile dedicarsi al tennis, perché è la migliore disciplina per guadagnarsi da vivere.

Soltanto il golf può essere paragonabile, mentre le calciatrici statunitensi sono in causa con la loro federazione per gli scarsi guadagni. Per non parlare della WNBA, lontana anni luce dalla lega maschile. “In effetti gli uomini hanno molte più opzioni – ha detto Patrick Galbraith, presidente USTA – loro hanno molte opzioni, mentre per una ragazza il tennis è una priorità assoluta.

Se avessimo cinque volte la quantità di bambini che giocano a tennis, i nostri problemi si risolverebbero. È una questione di numeri: per ogni 10.000 bambini praticanti, una certa percentuale potrà diventare professionista.

Se riusciamo a convincere tanti bambini a giocare a tennis, il processo sarà ancora più rapido”. Ok, ma come fare? La prima soluzione possibile potrebbe essere una riduzione dei costi, creando diversi centri tecnici USTA in giro per il mondo, evitando di costringere tutti i più forti a recarsi in Florida.

Se è vero che il nuovo centro di Orlando è un'eccellenza mondiale, con ben cento campi, è altrettanto vero che non deve accentrare l'alto livello: il basket e il football sono ovunque. “Dobbiamo trovare la chiave per attirare sempre più praticanti – prosegue Widmaier – in questo momento non ho le risposte.

So che dobbiamo portare più giovani nelle seconde settimane degli Slam, proprio come è accaduto alle donne”. Le filastrocche sono sempre le stesse: aumentare l'inclusione, abbattere le barriere e coinvolgere più persone nello sport.

In estrema sintesi, assimilare il tennis alla realtà circostante. “Abbiamo bisogno che il tennis americano assomigli per davvero all'America: quando accadrà, torneremo ad avere il ruolo centrale che dovrebbe essere la normalità”.

Alle parole, sembra che la USTA abbia deciso di far seguire i fatti. Nel programma di aiuti per fronteggiare l'emergenza COVID-19, varato in queste ore, la USTA ha pensato anche alle “comunità meno abbienti”, di cui fanno inevitabilmente parte le minoranze etniche.

Cinque milioni di dollari: non una cifra record, considerando il fatturato federale, ma pur sempre una base per certificare la vicinanza a quello che potrebbe essere uno dei serbatoi più importanti. Una vicinanza che, in un futuro troppo lontano, potrebbe rappresentare la rinascita del tennis americano al maschile. Qualcuno già sogna di parlare di “Black Revolution”, ma chissà quanto tempo ci vorrà.