Quella vittoria su Federer, la grande illusione di Richard Gasquet



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Quella vittoria su Federer, la grande illusione di Richard Gasquet

Scaramanzie a parte, avremmo dovuto vivere un bel venerdì 17. Si sarebbero giocati i quarti del Masters 1000 di Monte Carlo, giornata in cui il turismo tennistico italiano raggiunge il suo apice. Niente, se ne parlerà l'anno prossimo.

Ripensando ai quarti nel Principato la mente corre a quindici anni fa, quando Richard Gasquet azzeccò la vittoria più bella della sua carriera battendo Roger Federer. Avrebbe dovuto essere un trampolino di lancio per una carriera scintillante, invece rimane la perla di una vita spesa alle spalle dei migliori.

Ma Gasquet, poveretto, ha avuto due grandi sfortune. La prima, un'infinita pressione che gli ha bruciato l'anima quando era ancora un ragazzino. La seconda riguarda la qualità dei suoi avversari. Ha fronteggiato gente più brava di lui, poco propensa a sconti e omaggi.

Ma 15 titoli ATP, tre finali Masters 1000 e altrettante semifinali Slam sono risultati da vero campione, e come tale andrebbe ricordato. Non esiste articolo o monografia di Gasquet in cui non si menzioni la storica copertina di Tennis Magazine, che lo ritrae ad appena nove anni, con uno strillo che riecheggia ancora oggi: “Il dono del cielo”.

“Ho avuto grandi difficoltà perché attorno a me c'era molta attesa – racconta oggi – fin da quando avevo 10 anni dicevano che ero un fenomeno, mettendomi sotto i riflettori. Ma un ragazzo così giovane ha bisogno di spazi, per me è stata una follia.

Mi sarebbe piaciuto avere una guida, qualcuno che sapesse bene il da farsi”. Non è stato così, ma in quel pomeriggio di aprile sembrava che fosse nata una stella. Nel 2004, diciottenne, aveva giocato la sua prima finale ATP a Metz, ma l'avvio di stagione non era stato facile: due mesi e mezzo di stop a causa della varicella.

“Però mi ero presentato a Monte Carlo con la giusta fiducia. Avevo vinto un paio di Challenger in Italia, ero in forma”. Non gli diedero una wild card, così fu costretto a giocare le qualificazioni. Furono perfette per mettergli il turbo: Guillermo Garcia Lopez e Felix Mantilla raccolsero appena otto giochi in due partite.

“Poi batto Davydenko alla distanza: in quel momento era top-20 ATP”. Ed ecco la sfida a King Roger, in quel momento leader indiscusso. Il fenomeno Nadal stava per irrompere ai piani alti, ma era ancora in divenire.

Proprio in quel torneo, Rafa avrebbe vinto il suo primo Masters 1000. Ma allora il punto di riferimento era Federer. Aveva perso una sola partita negli otto mesi precedenti (la rocambolesca semifinale dell'Australian Open contro Marat Safin).

“Non sapevo cosa aspettarmi – racconta Gasquet – prima della partita mi sono ritrovato con mio padre e coach Eric Deblicker, ipotizzando di perdere 6-0 6-0. Non avevo nessun riferimento a quei livelli. Il piano di gioco era giocare alto e liftato sul suo rovescio”.

Federer gli è scappato via 2-0, ma Gasquet si rese conto di essere in partita, che la sua strategia aveva senso. E ha continuato a lottare anche dopo aver perso il primo set. “Lui non mi conosceva, si è trovato in una situazone non facile, mentre io ero pieno d'entusiasmo, contento di essere in partita”.

Gasquet domina il secondo set, poi il terzo diventa un entusiasmante spalla a spalla: Gasquet vola 5-2 ma si fa risucchiare fino al tie-break. Lì Federer sciupa tre matchpoint, uno addirittura sulla propria battuta. Sul primo, Gasquet si salva un servizio vincente.

Nei restanti due, lo svizzero commette un paio di errori di misura, uno in lunghezza e uno in larghezza. Pochi centrimetri, ma sufficienti a tenere vivo il sogno. Dall'8-8, è uno show di Gasquet: prima si conquista il matchpoint con un dritto vincente, poi chiude con un fantastico passante di rovescio, lungolinea, tirato da lontanissimo.

“Il colpo che ricordo più di tutti. Lo gioco spesso in allenamento, è un mio punto di forza, ma tirarlo sul matchpoint contro il numero 1 del mondo è stato fantastico”. Partite come questa hanno contribuito a rendere Federer più forte: consapevole delle sue difficoltà, è migliorato laddove ne aveva bisogno.

Gasquet lo dice chiaramente: “Aveva problemi con il rovescio, molto più di oggi. Anche contro Nadal, ormai, non va più in difficoltà”. In semifinale avrebbe trovato proprio lo spagnolo. I due si conoscono benissimo: nati a 15 giorni di distanza, si erano affrontati in una storica finale a “Le Petits As” di Tarbes, vinta da Gasquet.

“Ogni tanto la riguardo” sospira il francese, come a sottolineare che da allora non gli ha più fatto il solletico. Tra i professionisti ci ha sempre perso, 16 volte su 16. “Ma quella volta c'era un modo per vincere, sapevo di potercela fare.

Quel match è un rimpianto. Quanto a Rafa, lo conosco bene e sapevo che avrebbe avuto grande successo. Aveva una testa fuori dal comune. Ho perso semplicemente perché era Nadal”. Vinse il primo set, ebbe più di una chance nel secondo, ma poi si arrese alla distanza.

Dopo quel torneo, la percezione degli avversari sarebbe cambiata. Un paio di settimane dopo avrebbe affrontato Andre Agassi a Roma, perdendo 6-2 6-3. “Ho avuto troppo rispetto per lui, contro Federer sapevo che avrei potuto fare qualcosa, ma Agassi era una leggenda, ero cresciuto guardandolo in TV.

Dopo la partita ci siamo parlati, non conoscevo bene l'inglese e tramite un interprete gli ho detto che era il più grande con cui avevo giocato. 'Ma tu hai appena battuto Federer' rispose”. Tale carico di fiducia lo spinse a giocare ancora meglio ad Amburgo, dove raccolse la sua prima finale in un Masters 1000.

Federer si prese la rivincita battendolo tre set a zero: “Aveva imparato a conoscermi, anche se in quel momento gli ero ancora vicino”. Da allora, la forbice si è allargata. In venti scontri diretti, Richard l'ha spuntata soltanto due volte.

Oltre a Monte Carlo, si è imposto anche a Roma nel 2011. Col senno di poi, Gasquet può essere moderatamente soddisfatto della sua carriera. Avrebbe potuto vincere di più? Certo, ma non così tanto. E ha fronteggiato difficoltà mica male, come la positività a un test antidoping.

I suoi avvocati riuscirono a provare che la contaminazione era arrivata con un bacio “alla cocaina” con una misteriosa ragazza di nome Pamela. Ci sono state velate allusioni a una possibile omosessualità (sempre smentite) e diversi infortuni, oltre a parecchi cambi di coach.

Oggi Gasquet è sereno, sa che bene o male il meglio è alle spalle. Sta vivendo con disincanto lo stop forzato, limitandosi a preparazione atletica, corsa e addominali. “Credo che sia molto complicato giocare prima di settembre – dice – con una crisi del genere, il tennis è la disciplina peggiore.

Non credo ci sia uno sport così globalizzato, in un torneo capita che ci siano persone di 60 nazionalità diverse”. Quando gli chiedono se le gerarchie cambieranno, è convinto di no. “Nadal e Djokovic sono più forti di tutti, tornerà anche Federer.

Loro sono i migliori di sempre, non è come Sampras e Agassi che giocavano poco sulla terra: loro sono competitivi da gennaio a dicembre”. Gasquet va oltre: “Non credo che siano stati aiutati dal rallentamento delle superfici: Federer e Djokovic avrebbero vinto lo stesso, forse Nadal avrebbe perso 1-2 partite in più, ma è tutto da vedere.

Sono una generazione straordinaria. I giovani sono bravi, ma non credo che ci sia qualcuno in grado di vincere 18-20 Slam. D'altra parte, Nadal ha iniziato a vincere da giovanissimo”. E Gasquet? A giugno compirà 34 anni e sta sfruttando la pausa per tornare fisicamente al top dopo diversi acciacchi.

Spera di giocare ancora per qualche anno, ma ha già iniziato a pianificare il futuro. Ama il tennis, ha l'esperienza giusta e probabilmente farà il coach. Magari potrà essere lui quella guida che da ragazzino non ha avuto.

Le guide sono importanti, ma il suo braccio - soltanto quello - bastò per battere Federer in un frizzante pomeriggio di primavera.