Bye bye URSS: la fortunata rivoluzione di Natasha Zvereva



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Bye bye URSS: la fortunata rivoluzione di Natasha Zvereva

Chissà se Natasha Zvereva è al corrente della storia di Tommie Smith e John Carlos. I due sprinter americani sono entrati nella leggenda per la clamorosa protesta silenziosa a Città del Messico, nel 1968.

Rispettivamente primo e terzo nei 200 metri, alzarono il pugno in segno di protesta, senza scarpe e con lo sguardo rivolto verso il basso. Potente ribellione nera, nell'anno dell'assassinio di Martin Luther King. L'avrebbero pagata cara, finendo a vivere in povertà (il primo in un autolavaggio, il secondo a fare lo scaricatore di porto e il buttafuori), figli di una società ancora profondamente ingiusta.

Con loro, anche il solidale australiano Peter Norman. A modo suo, la Zvereva ha compiuto un gesto simile. Ma se ai suoi predecessori andò male, per lei fu l'inizio di una nuova vita. Forse più bella, sicuramente più ricca.

Era l'aprile di trentuno anni fa, nella ridente località di Hilton Head (sede di un torneo WTA che oggi si è spostato a Charleston). La giovane sovietica, che pochi giorni dopo sarebbe diventata diciottenne, frantumò il protocollo della premiazione.

Aveva appena perso 6-1 6-1 contro Steffi Graf, la stessa che dieci mesi prima l'aveva umiliata in finale al Roland Garros. 6-0 6-0 in 34 minuti (32 effettivi). Fu la più breve finale Slam di sempre. Ma stavolta il tennis c'entrava poco: anziché prendersi la sua coppetta, ringraziare staff e sponsor e mettersi in viaggio per il torneo successivo, la Zvereva scelse di prendersi un posticino nella storia.

Quando il colorito Bud Collins le mise il microfono sotto il naso, tuonò: “Questo assegno è soltanto un pezzo di carta. Vorrei che questi soldi restassero nelle mie tasche”. La folla applaudì, Collins colse l'attimo per assecondarla, chiudendo con un vigoroso “Spasiba”.

Così giovane, anche ingenua, scelse di mettersi contro il sistema della morente Unione Sovietica. Non poteva accettare, Natalya, che lo stato intascasse tutti i suoi guadagni. Non poteva accettare che i prize money guadagnati con il suo sudore fossero bonificati alla federazione sovietica.

Funzionava così, da quelle parti. Ma andiamo con ordine: nata a Minsk nel 1971, figlia di due maestri di tennis (papà Marat e mamma Nina), prese in mano la prima racchetta all'età di sette anni. Il padre stabilì che il tennis sarebbe stato il passaporto per la libertà della figlia.

All'epoca, infatti, i Paesi al di là della Cortina di Ferro concedevano con fatica l'opportunità di viaggiare ai propri atleti. Quando succedeva, li tenevano sotto stretta osservazione. Tante potenziali carriere, in diverse discipline, sono franate in nome della burocrazia.

Non fu il caso di Natalya: sin da giovane, era fortissima. Nel 1986 vinse Wimbledon junior battendo in finale la connazionale (ehm...) Leila Meskhi. L'anno dopo avrebbe addirittura intascato tre Slam. Nel primo anno da professionista entrò rapidamente tra le top-10, con la già citata finale a Parigi.

Sulle media guide dell'epoca, rigorosamente cartacee, c'era scritto che aveva intascato oltre 360.000 dollari. In realtà non le era rimasto in tasca quasi nulla. Prendeva tutto la sua federazione, lei si doveva accontentare di un indennizzo settimanale di 800 dollari.

Ma nello spogliatoio WTA, la piccola Natalya si rese conto che nel mondo non funzionava così. “Le altre giocatrici si tengono i soldi, lavorano. Il tennis non è un hobby, ma una professione”. Da lì, la scelta di ribellarsi.

Decise di firmare per un'agenzia americana, la ProServ. I soldi sarebbero finiti su un conto americano, non più in Unione Sovietica. Ovviamente in patria non la presero bene, anche se la Perestrojka lanciata da Mikhail Gorbaciov era a buon punto.

Le restrizioni per i cittadini sovietici erano sempre più morbide, ma le resistenze maggiori – paradossalmente – arrivarono dal mondo dello sport. Esisteva Sovintersport, ente che supervisionava la commercializzazione estera degli atleti sovietici.

Il responsabile Victor Galaev sottolineava che gli atleti non mancava nulla: allenatori, preparatori atletici, tutto quello che serviva per svolgere l'attività. “Eppure non hanno vinto neanche una medaglia olimpica, nonostante le promesse – diceva – sfortunatamente, non hanno adempiuto ai loro obblighi”.

Come se arrivare tra le prime tre al torneo olimpico fosse semplice, o addirittura un “obbligo”. Non poteva concepire che la Zvereva volesse staccare il cordone ombelicale e godersi la vita, tra un romanzo rosa e qualche videoclip su MTV.

In particolare, non gradì l'intenzione della giocatrice di sfruttare la sua “libertà” acquistando una Mercedes. I tempi erano maturi, anche se Natalya aveva paura di tornare in patria. Temeva le conseguenze dei suoi gesti: i soldi di Amelia Island furono gli ultimi a finire in URSS, mentre i 10.000 dollari guadagnati ad Amelia Island e i 2.300 a Largo finirono nelle sue tasche.

Inoltre si era messa in mezzo IMG, forte di un accordo con l'URSS che le demandava la gestione di tutti i tennisti sovietici. Cosa sarebbe successo al suo rientro a Mosca? Avrebbe smesso di giocare? Le avrebbero sequestrato il passaporto? Intervistata da decine di TV americane, diede massima pubblicità alla sua vicenda.

“Penso di non aver fatto nulla di sbagliato – diceva – andrò a Mosca e parlerò con loro, nella speranza di trovare una soluzione. Se non sarà possibile, smetterò e tornerò a studiare”.

Tali paure le costarono parecchio: uscì dalle top-10 e non ci sarebbe più rientrata. Tuttavia, l'Unione Sovietica era ormai prossima al collasso. Per questo, la federtennis accettò di lasciarle il denaro in cambio della disponibilità a giocare Olimpiadi e Fed Cup.

Avrebbe fatto appena in tempo: nel 1991, diversi Paesi dichiararono la loro indipendenza, compresa la sua Bielorussia. L'anno dopo avrebbe partecipato ai Giochi di Barcellona con la bandiera provvisoria della CSI (Comunità Stati Indipendenti) e colse la medaglia di bronzo in doppio.

Con lei, Leila Meskhi, la stessa battuta sei anni prima a Wimbledon junior. Peccato che una fosse bielorussa, l'altra georgiana. Se le Olimpiadi si fossero svolte anche soltanto un anno dopo, non sarebbe stato possibile. Forte della sua libertà, poté finalmente dare sfogo alla sua frizzante personalità.

Nel 1990 smise di viaggiare con il padre (“Per lui la vita è soltanto tennis, io non sono così”), restando senza allenatore per il resto della carriera, fino alla scelta di cambiare legalmente nome di battesimo: nel 1994, da Natalya, diventò Natasha.

Pigra, amante del divertimento, sarebbe diventata una delle più forti doppiste di sempre. Con metà degli sforzi avrebbe intascato ben 18 Slam, di cui 14 con Gigi Fernandez. Avrebbe avuto un sussulto nel 1998, quando giocò un fantastico Wimbledon in singolare.

Prima battè Steffi Graf (unico successo in 21 scontri diretti, parziale rivincita dell'umiliazione parigina), poi Monica Seles. In pochissime sono state capaci di batterle nello stesso torneo. L'avventura sarebbe terminata in semifinale contro Nathalie Tauziat.

“Mi piacerebbe tornare tra le top-10, ma non troppo più in alto – quasi sussurrava – mi andrebbe benissimo un piazzamento tra l'ottava e la decima posizione. Sapete, non sono molto potente e non ho troppa voglia di lavorare per il singolare”.

Come darle torto. Avrebbe giocato il suo ultimo match cinque anni dopo, costruendosi una vita negli Stati Uniti e un montepremi di quasi otto milioni di dollari. Le sue scelte l'avrebbero portata, nel 2010, a prendersi un posto nella Hall of Fame.

Ribelle, ma anche fortunata. “Se avesse detto quelle cose anche soltanto cinque anni prima, non sarebbe più uscita dall'Unione Sovietica” disse Martina Navratilova, che nel 1975 era fuggita dalla Cecoslovacchia.

Una storia ben diversa. Natalya fu coraggiosa, ci mancherebbe. Ma ebbe la sorte tutta per sè.