Lo Us Open “guarda” alle porte chiuse. E vorrebbe restare a New York.



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Lo Us Open “guarda” alle porte chiuse. E vorrebbe restare a New York.

Dubbi. Speranze. Paure. Il mondo del tennis freme per capire cosa succederà nel 2020: i circuiti ATP-WTA riprenderanno, oppure si ripartirà direttamente l'anno prossimo? Ad oggi è impossibile capire cosa succederà tra qualche mese.

L'ultimo a fornire qualche indizio è stato Eugenie Lapierre, direttore della Rogers Cup di Montreal (quest'anno la città francofona dovrebbe ospitare la prova femminile, mentre gli uomini giocherebbero a Toronto) A suo dire, le sorti della stagione americana sul cemento si decideranno a giugno, non oltre (Andrea Gaudenzi, in realtà, ha detto di auspicare una decisione in tal senso già a metà maggio).

Inoltre, ha fatto sapere che il suo torneo non prevede di giocarsi a porte chiuse. L'evento principe dell'estate sarebbe lo Us Open, ancora programmato dal 24 agosto al 13 settembre. Come è noto, da qualche giorno Flushing Meadows è diventato una sorta di ospedale a cielo aperto, con il coinvolgimento di 12 campi per un totale di 475 posti letto (di cui 20 dedicati alla terapia intensiva).

Uno scenario che allontana, soprattutto sul piano emotivo, lo svolgimento del torneo. Ma c'è una differenza con il Canadian Open: gli americani sembrerebbero orientati a farlo giocare a porte chiuse. Si tratta di indiscrezioni, ma la USTA punterebbe a fare tutto il possibile per salvare il torneo e, naturalmente, il suo indotto.

Per questo, accetterebbero anche la serrata dei cancelli. Secondo gli ultimi conti pubblicati, il torneo intasca ogni anno circa 400 milioni di dollari e non ha il paracadute di Wimbledon, assicurato da “malattie infettive”.

Grazie a questo colpo di fortuna, i britannici hanno diritto a un indennizzo di 100 milioni. Se lo Us Open non dovesse giocarsi, la USTA rischierebbe una forte esposizione economica. Qualcuno sostiene che più della metà del personale potrebbe essere licenziato.

Nelle sue recenti dichiarazioni, Gaudenzi ha fatto sapere che la federtennis americana sta pensando a un possibile rinvio del torneo se la situazione non migliorerà entro l'estate. Tuttavia, secondo alcune indiscrezioni raccolte dal Telegraph, l'idea di uno spostamento di sede non piacerebbe agli organizzatori.

Nei mesi di novembre o dicembre, le condizioni climatiche non permetterebbero di giocare a New York. Tutto farebbe pensare a Indian Wells, che avrebbe dalla sua il clima della California e una struttura di primissimo livello.

Ma ci sono parecchi punti interrogativi: uno degli sponsor principali del torneo è JP Morgan, banca con sede a New York. È uno dei pochissimi brand a comparire nei teloni di fondocampo, dunque ad avere esposizione mondiale.

E sembrerebbe che JP Morgan preferisca che il torneo si giochi a due passi dai suoi uffici. Inoltre i diritti TV per gli Stati Uniti sono stati acquistati qualche anno fa da ESPN: lo svolgimento tra novembre e dicembre porterebbe il tennis in contrasto con discipline come basket, baseball e football americano, con ovvie conseguenze sugli indici d'ascolto.

Ma siamo in balia del virus: le posizioni potrebbero cambiare se il contenimento dell'epidemia non fosse efficace. In particolare, New York è il principale focolaio degli Stati Uniti. Fino a poche ore fa, la città aveva raccolto oltre 400.000 casi, circa un terzo del totale dei malati degli Stati Uniti.

Lo svolgimento dello Us Open è un passaggio chiave per le speranze del tennis, espresse da Gaudenzi: la sua speranza è arrivare a fine anno con tre Slam e sei Masters 1000 regolarmente giocati. Se l'Open degli Stati Uniti si dovesse giocare nelle date preposte, l'ATP sta già lavorando per una stagione sulla terra battuta al ritorno dagli Stati Uniti.

Potrebbe essere ricollocato il Masters 1000 di Madrid (dal 14 settembre), con Roma subito dopo. Tuttavia, pur di far giocare il torneo, la federazione italiana è disposta a cambiare data e superficie. Le ragioni sono di natura economica, non così diverse da quelle del Roland Garros e dello stesso Us Open.

“Lo scenario migliore sarebbe avere il cemento americano durante l'estate, poi la terra battuta, la stagione asiatica e infine le ATP Finals” ha detto Gaudenzi. In quel modo, si svolgerebbe grossomodo l'80% della stagione.

Una previsione decisamente ottimistica. Se lo Us Open dovesse saltare o essere rinviato, tale scenario franerebbe. Dietro le quinte, gli organi di governance tennistica sanno che il completo annullamento del 2020 è uno scenario più realistico rispetto a una ripresa delle competizioni a fine estate.

Il problema del tennis è la sua natura internazionale, che lo rende vulnerabile alle restrizioni di viaggio che inevitabilmente ci saranno, anche quando le misure di contenimento saranno allentate. Ci sono poi questioni economiche: Gaudenzi ha fatto sapere che il sistema può reggere per un anno senza tennis, ma non certo per due o tre.

“Più tempo ci vorrà per risolvere la situazione, peggiore diventa la nostra condizione”. In casa ATP, l'evento principale è il Masters di fine anno. Fino all'anno scorso era l'unico evento direttamente organizzato dal sindacato, poi quest'anno si è aggiunta l'ATP Cup.

Il Masters 2020, ultima edizione a Londra, è in programma dal 15 al 22 novembre. L'evento porterebbe circa 15 milioni nelle casse dell'ATP, che può tirare un sospiro di sollievo per i 10 milioni incassati a gennaio in Australia.

Per il resto, il reddito del sindacato è piuttosto basso, limitandosi a parte dei diritti televisivi e delle licenze pagate ogni anno dai singoli tornei. In altre parole, il denaro incassato con l'ATP Cup permetterebbe di ripartire nel 2021 senza contraccolpi.

In caso contrario, potrebbe essere un problema. Si torna sempre lì, al denaro: questioni simili a quelle del Roland Garros e dello Us Open. Il risiko è sempre più intricato.