Nè Masha, né Anna: Sofya Zhuk si ritira (forse) a 20 anni



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Nè Masha, né Anna: Sofya Zhuk si ritira (forse) a 20 anni

“Non potrei vivere senza tennis”. Lo diceva non troppo tempo fa, Sofya Zhuk, nell'intervista-ritratto con Scoop Malinowski pubblicata lo scorso giugno. A quell'età, evidentemente, si cambia idea in fretta.

Nei giorni in cui il tennis chiudeva a tempo indeterminato, la baby-russa (ex campionessa di Wimbledon Junior) ha scelto un botta e risposta su Instagram per comunicare una sorta di ritiro. “Ho avuto gravi infortuni, senza sosta – dice la moscovita – concedo un paio d'anni di pausa al mio corpo, poi vedremo come va”.

Lasciare ad appena 20 anni, dopo aver raccolto le prime vittorie nel circuito maggiore, e sfiorato le top-100 WTA, non sembra una grande idea. Dicevano di lei che avrebbe potuto essere la nuova Sharapova. Bella, bionda, russa, con un debole per gli Stati Uniti...

e vincente. Tempo dopo, volendo essere severi, la si può considerare una Kournikova meno fortunata. “In questo momento sto lavorando come modella, ma sto cercando anche di fare cose diverse” ha detto la Zhuk ai suoi fan, circa 45.000, nel social media fotografico.

“Anna non perde perchè fa servizi fotografici. Scattare due foto non è mai stato un problema” ruggiva Nick Bollettieri vent'anni fa, quando qualcuno mormorava per i risultati così così della Kournikova.

In realtà ha vinto molto in doppio, è stata tra le top-10 in singolare e semifinalista a Wimbledon. Risultati che la Zhuk non ha neanche avvicinato, nonostante sembrasse un robottino programmato per vincere. Secondo la prima maestra Ludmila Granaturova, quella bimba che ha preso una racchetta in mano a 5 anni aveva il fuoco giusto per diventare una campionessa.

Lavoratrice, perfezionista, combattente. Forse voleva dare qualche soddisfazione alla nonna perché aveva abbandonato la ginnastica. Già, perché il fratello maggiore aveva smesso per un problema al ginocchio.

Era rimasta Sofya, poi la doccia fredda: “Ma tornerai a praticarla?” le chiedeva la nonna, quando aveva iniziato col tennis. “No, è troppo tardi” rispose. La Zhuk ha seguito il percorso tipico di un baby fenomeno: primo torneo vinto a 9 anni, trasferimento a 12 in Belgio, presso l'accademia di Justine Henin (“Qui c'è tutto a portata di mano, non è dispersiva come la Russia”), e primo titolo ITF a 14. Era l'ottobre 2014 quando la Zhuk si imponeva a Shymkent, in Kazakhstan.

Prima di lei, soltanto sedici giocatrici avevano vinto un torneo professionistico prima del quindicesimo compleanno. Tra loro, Dinara Safina e la stessa Justine Henin. Ma l'esempio veniva dalla Grande Madre Russia, quella Maria Sharapova che è sempre stata il suo esempio.

L'aveva conosciuta quando aveva 12 anni e giocava l'Eddie Herr presso la IMG Academy. “Masha si allenava lì e abbiamo anche fatto una foto insieme”. Era transitata anche in Italia, vincendo il Torneo dell'Avvenire nel 2013.

Anni fa, Rino Tommasi sosteneva che il torneo del TC Ambrosiano “non sbagliasse mai un pronostico”. È stato così per anni, ma le cose sono cambiate. Se escludiamo Jelena Ostapenko (vincitrice nel 2011), l'ultima “slammer” a imporsi a Milano è stata Martina Hingis nel 1992.

La Zhuk sembrava ben decisa rovesciare la tradizione, anche perché nel 2000 era giunta in finale una certa Maria Sharapova. La suggestione si è fatta grande nel 2015, quando ha vinto la prova junior di Wimbledon.

Davanti a 9.000 persone, sul Campo 1, vinse in due set contro Anna Blinkova. Era successo solo una volta che due russe si affrontassero in finale: era il 2002, quando Vera Dushevina sconfisse... Maria Sharapova. “Mi è piaciuto da matti giocare su un campo importante e davanti a tanta gente – diceva a suo tempo – ho sempre sognato di vincere Wimbledon, ma il mio obiettivo è farcela anche tra le professioniste.

Intanto contro la Blinkova avevo perso 4 volte di fila e non sapevo come giocarci”. La sua capacità di gestire il momento fece la differenza, così come il suo aspetto fisico l'ha resa facile preda di sponsor e agenti.

IMG, Reebok e Wilson, tutti le sono piombati addosso, garantendole quella agiatezza economica che non aveva da ragazzina, anche perché la federtennis russa non le aveva dato particolare aiuto. Pur di sostenere il suo sogno, la famiglia (guidata dall'energica mamma Natalya) arrivò a spendere fino a 100.000 dollari all'anno per permetterle di giocare.

Chi l'ha vista dopo il trionfo londinese, tuttavia, ha percepito una luce nuova nei suoi occhi. Il tennis non era l'unica opzione, ma soltanto una delle cose belle di una vita improvvisamente fantastica. Sofya è molto bella, ama godersi la vita e ben presto si è resa conto di apprezzare gli shooting fotografici.

Da perfetta esponente della Generazione Z si concede un diffuso utilizzo dei social network: ben presto, tuttavia, ha preferito Instagram a Facebook. Dalla scorsa estate sono scomparse le foto con la racchetta in mano, mentre si sono moltiplicate le immagini in spiaggia, i servizi fotografici, gli aperitivi con le amiche.

Tutto normale, per una (bella) ragazza di 20 anni, con la differenza che la Zhuk avrebbe (aveva?) grandi ambizioni nel tennis, sport che richiede mille sacrifici. Nel dialogo con i suoi fans ha parlato di guai alla schiena e ha tenuto aperta una porta per il rientro.

In un paio d'anni, tuttavia, possono cambiare tante cose. Magari troverà il suo Enrique Iglesias, o semplicemente troverà un contratto ben più remunerativo senza dover impugnare di nuovo una racchetta.

Oppure le tornerà voglia di resettare tutto e riprendere col tennis. D'altra parte, meno di un anno fa, diceva di non poter stare senza il nostro sport. Purtroppo per lei, da professionista non ha neanche avvicinato gli obiettivi di ragazzina: ha vinto sei tornei ITF, l'ultimo nel 2017, si è qualificata per un paio di Slam (Us Open 2017 e Roland Garros 2019) e ha vissuto il suo miglior momento in avvio di 2018, con la finale a Newport Beach e le prime vittorie nel circuito maggiore, a Indian Wells.

In entrambe le occasioni ha perso contro Danielle Collins: sconfitte simboliche, contro una giocatrice che ha avuto un percorso ben diverso dal suo. Cresciuta sui campi pubblici, poi brillante studentessa universitaria, la Collins ha vinto molto più di lei e potrebbe rappresentare un esempio.

Il problema della Zhuk, forse, risiede nell'America che ha conosciuto. Bellissima, opulenta, attraente. Non potrebbe essere altrimenti per chi, a Mosca, vedeva soltanto neve e freddo. “Mentre invece negli Stati Uniti è sempre estate, ci vengo sin da quando avevo 8 anni perché la mia madrina viveva in California e mio fratello si allenava a Placerville, non troppo distante da San Francisco”.

Dopo il successo a Wimbledon ha colto l'occasione per lasciare l'Europa e spostarsi in Florida, a un quarto d'ora da Sarasota. Sofya vive a cinque minuti da una spieggia “ed è tutto come una vacanza, è sempre estate, mi reco direttamente al mare e posso utilizzare le moto d'acqua.

È stupendo vivere lì, dopo aver vissuto in Florida non credo che potrei spostarmi altrove”. Tutto troppo bello, troppo perfetto, per dedicarsi a tempo pieno al tennis. Per ipotizzare un rientro, magari più vincente, dovrà scavare nelle proprie motivazioni.

Ad esempio, le possibilità da dare a suo padre. “Vive ancora in Russia, non viene a trovarci troppo spesso perché lavora. Vorrei che quest'anno smetta di lavorare e venga da noi”. Se non ci fosse ancora riuscita, il tennis potrebbe essere la spinta giusta.

In fondo, di Yuri Sharapov non ne nascono molti. Ne avesse avuto uno anche la Zhuk... chissà.