No, Thomas, purtroppo non era un pesce d'aprile...



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No, Thomas, purtroppo non era un pesce d'aprile...

Quella sera del 31 marzo 1989, Thomas Muster era rimasto in campo 3 ore e 11 minuti. Aveva rimontato due set di svantaggio a Yannick Noah, centrando la finale più importante della sua carriera. 36 ore dopo, sarebbe sceso in campo per contendere a Ivan Lendl il titolo del “Lipton”, l'ex torneo di Key Biscayne, oggi rinominato “Miami Open” dopo essersi spostato presso l'Hard Rock Stadium.

Era strafelice, l'austriaco, negli spogliatoi dell'impianto di Crandon Park. Rideva, beveva birra e brindava insieme a coach Ronnie Leitgeb. L'euforia era dettata anche da ragioni economiche: i 55.050 dollari destinati al finalista rappresentavano il principale guadagno della sua carriera.

Quando stava per scoccare la mezzanotte, l'allegra brigata decise di lasciare l'impianto. A bordo dell'auto di cortesia guidata dalla volontaria Linda Boyd c'erano Muster, Leitgeb e un fotografo tedesco. Durante il viaggio verso l'hotel, l'austriaco ebbe un improvviso attacco di fame e chiese di potersi comprare qualche panino.

La Boyd virò verso il Bayside Marketplace, maxi-centro commerciale situato nel centro di Miami. Accostò la macchina su un marciapiede. Muster scese dell'auto e andò a recuperare il portafoglio dalla sua borsa, nel bagagliaio.

In quel momento, la sua vita è cambiata. Dal lato opposto della strada, guidando contromano, sopraggiunse una Lincoln Continental 1983, una berlina un po' datata. Al volante c'era un uomo di 37 anni, Robert Norman Sobie, esule cubano che viveva di espedienti e aveva già avuto problemi con la giustizia.

Gli avevano già ritirato la patente un paio di volte. Era ubriaco fradicio. L'impatto non fu violentissimo, ma sufficiente a colpire Muster. Si è consumato tutto in pochi secondi: non esiste una versione certa dell'accaduto.

La più accreditata racconta che, dopo lo speronamento, l'auto di Muster lo colpì da dietro, con i detriti ad accanirsi sul suo ginocchio sinistro. Pare che l'austriaco abbia fatto un volo di 6 metri. Gli si era strappata la tuta, ma non si rese subito conto della gravità dell'infortunio.

Spazzò via lo sporco e rassicurò Leitgeb: “Tranquillo, domenica gioco contro Lendl. Al massimo, faremo un bendaggio sul ginocchio”. La realtà si sarebbe manifestata pochi secondi dopo, in tutta la sua crudeltà.

Nel provare ad alzarsi, Muster si rese conto che non era in grado di muoversi. “Allora ho pensato che non avrei mai più potuto camminare, ero scioccato e ho pensato che ero fortunato ad essere vivo”. Leitgeb mantenne un briciolo di lucidità e gli disse di sdraiarsi, in attesa dei soccorsi.

Nel frattempo, Sobie cercò di scappare via. Fece invesione di marcia ma la sua fuga sarebbe durata 200 metri. In preda ai fiumi dell'alcol, andò a sbattere contro un muro e terminò la sua corsa su un albero, proprio davanti al centro commerciale.

Arrestato, da allora non si è più saputo nulla di lui. Muster fu portato presso il Mercy Hospital di Miami e fu visitato dal dottor Charles Virgin, già medico dei Miami Dolphins. La diagnosi fu ritenuta medio-grave: rottura del collaterale mediale e del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro.

Inoltre aveva un livido a una coscia, più vari graffi e contusioni. Un mezzo miracolo, considerata la dinamica dell'incidente. “Potrebbero volerci tra i 6 e i 9 mesi per rivederlo in campo” dissero i medici, che però preferirono non operarlo: le escoriazioni erano troppe, dunque c'era il rischio di infezioni.

Muster si sarebbe operato una settimana dopo, a Vienna. Furono giorni durissimi per l'austriaco. Proprio lui, fanatico degli allenamenti, incapace di stare fermo, fu costretto a bloccarsi. Cadde in una spirale simile alla depressione, ma il “fuoco dell'agonismo” (come lo avrebbe definito Leitgeb) ricomparve quando gli prepararono una panca studiata appositamente per colpire dritto e rovescio da seduto.

Fu un'iniezione di adrenalina che lo convinse a presentarsi a Roma, un mese e mezzo dopo l'incidente, e promettere solennemente: “L'anno prossimo tornerò qui e vincerò il torneo”. Detto, fatto.

Gli organizzatori del Lipton sostituirono la finale con un'esibizione a cui assistettero 12.000 persone: Ivan Lendl contro Jakob Hlasek. Fu proprio Lendl, in un insolito slancio di umanità, a condividere il ritorno di Muster al tennis giocato.

Era il 18 settembre 1989, meno di sei mesi dopo. Thomas era tornato e sarebbe stato ancora più forte. L'incidente di Miami ebbe anche una pesante appendice legale. I legali di Muster prepararono una maxi-causa, depositata nel novembre 1989.

Attaccarono un po' tutti, quattro società e tre persone fisiche, chiedendo un risarcimento di un milione a testa. Nell'occhio del ciclone finirono Lipton Sports, Thomas J. Lipton Inc., General Motors Corporation e Manufacturing Hanover Wheelease, oltre a Robert Sobie, Vera Gilford e addirittura l'autista Linda Boyd.

L'austriaco riteneva che fossero responsabili dei tornei perduti, degli ingaggi andati in fumo e di una classifica ATP che sarebbe andata a male. Lipton fu chiamata in causa come sponsor del torneo, mentre gli organizzatori dovettero difendersi dall'accusa di averlo fatto salire su un auto guidata da un'autista non professionista (la Boyd era una semplice volontaria).

General Motors fu coinvolta perché aveva prodotto sia l'auto su cui viaggiava Muster che quella guidata da Sobie. La prima causa si bloccò sul nascere per un errore procedurale, ma Muster ne fece una questione di principio: una nuova causa fu depositata quattro anni dopo, il 25 ottobre 1993. La sentenza è arrivata il 10 novembre, al termine di una camera di consiglio durata 6 ore e mezzo, dopo che gli avvocati di General Motors aveva proposto una transizione, seccamente rifiutata.

In realtà, il torneo, General Motors e Linda Boyd fecero difesa comune, intentando a loro volta una causa verso Robert Norman Sobie, reo di essere privo di assicurazione. Curiosamente, proprio l'investitore non è mai stato oggetto del rancore di Muster.

“Era un povero ragazzo, gli avevano già ritirato la patente, queste cose possono succedere in pochi secondi”. Ad ogni modo, i giudici stabilirono un risarcimento di due milioni e mezzo. “In realtà mi sono rimasti in tasca appena 700.000 dollari – avrebbe detto Muster qualche anno dopo - tutto il resto è andato via in tasse e spese legali.

L'importante è che io abbia potuto riprendere a giocare”. Lo diceva con un enorme sorriso sulle labbra. Già, perchè si trovava proprio a Miami, stavolta con la coppa tra le mani. Otto anni dopo (ed era proprio il 31 marzo) avrebbe vinto il torneo, mettendosi alle spalle ogni incubo.

Fu l'ultimo dei suoi 44 titoli in carriera. Dopo, non avrebbe più avuto motivazioni. Quel che doveva fare, l'aveva fatto.