23 anni, top-10. Ma vuoi mettere il richiamo della savana...


by   |  LETTURE 2706
23 anni, top-10. Ma vuoi mettere il richiamo della savana...

Pensate se Matteo Berrettini dovesse annunciare il ritiro. Oggi, da top-10, all'improvviso. Sarebbe una breaking news, capace di conquistare le prime pagine. Quarant'anni fa, Greer Stevens si trovava più o meno nella stessa situazione.

Era tra le migliori al mondo, aveva appena raggiunto i quarti a Wimbledon e all'Australian Open, ma decise di lasciar perdere dopo la sconfitta contro Sylvia Hanika al torneo di Sydney. Aveva 23 anni e 10 mesi, un bel talento e un notevole futuro davanti.

Erano anni un po' così, nei quali il tennis femminile non aveva la popolarità di oggi. E nemmeno i montepremi. L'agognata parità (almeno negli Slam) sarebbe arrivata oltre vent'anni dopo, quindi il ritiro prematuro di un'ottima giocatrice non fece troppo scalpore.

Attorno alla curiosa storia della Stevens, sudafricana oggi 63enne (è nata Pietermaritzburg il 15 febbraio 1957), si sono create false leggende. Il bello è che la realtà è ancora più emozionante, romanzesca.

Intanto, sfatiamo il mito: non si è ritirata per il grave infortunio al ginocchio patito nel 1978 durante un match del World Team Tennis. Anzi. La leggenda dice così perché circolano foto di gioco con un enorme tutore a coprirle quasi tutta la gamba sinistra, dal gonnellino fino ai calzini.

Un obbrobrio visivo, simile a quello utilizzato anni dopo da Goran Prpic. No, Greer Stevens si è ritirata perché aveva sentito il richiamo della savana. Ma andiamo con ordine: poiché le pulzelle guadagnavano poco, il World Team Tennis era una bella occasione per intascare quattrini.

Per questo, la Stevens indossava gioiosamente la divisa dei Boston Lobsters quando si fece male. Fu operata immediatamente ma rimase fuori dal circuito per otto mesi, dal maggio 1978 al gennaio 1979. La famiglia le rimase vicino, permettendole di coltivare i suoi sogni.

Negli anni dell'apartheid, la Stevens nacque nella parte “fortunata” del Sudafrica: quella dei bianchi, ricchi, occidentalizzati. Certo, il passaporto sudafricano le creava qualche problema negli spostamenti, ma tant'è.

Rientrò nove mesi dopo al torneo di Houston, nello stesso impianto che qualche anno prima aveva ospitato la Battaglia dei Sessi tra Billie Jean King e Bobby Riggs. Perse in tre set contro Anne Smith, ma durante la partita scoppiò a piangere.

Nessuno capì: erano lacrime di gioia, perché si era resa conto di poter ricominciare a fare la tennista. Sullo slancio, la settimana successiva vinse l'unico torneo della sua carriera, a Pembroke Pines, Florida, dentro il maestoso Hollywood Sportatorium.

Al primo turno sconfisse Chris Evert, allora numero 1 al mondo. Il risultato fece scalpore perché si giocava a due passi da Fort Lauderdale, laddove “Chrissie” era nata. Ne parlò persino il New York Times, nell'edizione del 23 gennaio 1979.

“Miss Stevens ha tirato dritti violenti ed è rimasta costante con il rovescio, di solito traballante. 'Mi sento come intorpidita' ha detto la 21enne Stevens, che pensava di perdere e volare domani a Dallas, per giocare le qualificazioni del prossimo torneo.

Per lei è il secondo impegno dopo l'infortunio al ginocchio dello scorso maggio. 'La settimana scorsa non ho giocato bene perché il mio dritto non funzionava, oggi invece ho tirato il più forte possibile'

'Greer ha giocato davvero bene – ha detto la Evert – non mi ha mai lasciato entrare in partita. È una giocatrice da o la va o la spacca. E oggi non ha sbagliato'”. Lo stato di grazia sarebbe durato per tutta la settimana, fino al successo in finale contro Dianne Fromholtz.

La Stevens era molto forte in doppio, al punto da vincere tre Slam in misto, tutti con il “reietto” Bob Hewitt. Wimbledon nel 1977 e nel 1979, Us Open nel 1979 (curiosamente, sempre in finale contro McMillan e Betty Stove).

Quando uscirono le ben note indiscrezioni su Hewitt, poi sfociate in pubblico ludibrio e condanne, la Stevens testimoniò in suo favore: “È stato anche il mio allenatore per un breve periodo, ma con me non è mai successo niente del genere.

Bob è sempre stato un buon amico e lo è ancora”. Per questo, sarà ben contenta del recente indulto che permetterà a Hewitt di uscire di prigione. Nel 1980 ottenne i suoi migliori risultati, con tanto di finale a Montreal (persa dalla Navratilova), ma la sua testa era altrove: in piena serenità, a meno di 24 anni, ha lasciato il tennis per ricongiungersi con il fidanzato Kevin Leo-Smith.

I due sarebbero diventati marito e moglie e oggi, quarant'anni dopo, stanno gioiosamente insieme. Non solo hanno messo al mondo due figli (Brent e Dylan), ma si sono messi in società. Lui era proprietario di alcune fattorie e si sono rifugiati lì, in mezzo alla savana, lontano da tutto e da tutti.

Qualche tempo dopo, mettendo insieme i loro diciassette appezzamenti di terreno, hanno creato il Kwando Safari, all'epoca la più grande riserva naturalistica sudafricana. Già durante il vittorioso torneo di Pembroke Pines disse che stava raccogliendo soldi per acquistare una fattoria insieme al fidanzato.

È stata di parola. Nel 1997 si sono spostati in Botswana e proprio a Maun hanno aperto i loro uffici. Ancora oggi, Kwando Safari è attivissimo e fornisce la possibilità di svolgere vacanze decisamente suggestive, nel pieno rispetto (come è segnalato sul sito internet) della sostenibilità sociale e ambientale.

Una scelta coraggiosa, quella di Greer Stevens: aveva apparecchiato la sua vita per diventare una tennista ricca e di successo, ma ha preferito inseguire la felicità. Ciò che conta veramente: in giorni difficili come questi, è bene ricordarlo.

Non ha abbandonato il tennis: di tanto in tanto offre qualche lezione ai ragazzi di strada e talvolta si reca al torneo ATP di Gstaad, in cui effettua delle clinic insieme al suo amico Roy Emerson (“Nel mondo del tennis, la persona da cui ho imparato di più”).

È una persona felice, utilizza Facebook per tenersi in contatto con i vecchi amici e osservando le sue più recenti apparizioni pubbliche (alcune interviste radiofoniche) traspare tutta la sua serenità, una felicità che difficilmente avrebbe ottenuto con il tennis.

È questa, forse, la lezione più preziosa che ci ha dato Greer Stevens, pardon, la signora Leo-Smith.