78 Bit: “Erano gli anni... di Camporese con Canè!”



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78 Bit: “Erano gli anni... di Camporese con Canè!”

Tanti over 30 li ricorderanno. Mentre Thomas Johansson vinceva l'Australian Open e Albert Costa trionfava al Roland Garros, nel panorama musicale italiano comparvero quattro ragazzi di Rimini. Le loro sonorità fresche, sincere e coinvolgenti conquistarono un po' tutti. I 78 Bit si fecero conoscere a San Remo con la romantica “Fotografia” per poi consolidarsi con la hit “Chiara si Spara”, inserita nella compilation del Festivalbar. Una “major” aveva investito su di loro, tutto sembrava pronto per una bella carriera. E invece, da un giorno all'altro, lo scioglimento. Il marchio, con la spinta del leader Mario Fucili, è tornato circa quindici anni dopo. Il secondo album è ancora in cantiere, ma nel frattempo sono uscite alcune tracce interessanti, fedeli allo stile che aveva fatto emozionare adolescenti e ragazzine (ma non solo) in quel magico 2002. Cosa c'entra tutto questo con il tennis? Nulla... in apparenza. La scorsa estate è uscita “Gli anni degli anni”, pezzo che racconta gli anni 90 tramite i suoi simboli, le sue abitudini, i suoi personaggi. Ascoltandola per la prima volta, il nostalgico perde la corazza e affoga nella pelle d'oca, fino a quando... sorpresa! I “nineties” vengono definiti (anche) come gli anni “di Camporese con Cané”. Una citazione sorprendente, che accende la curiosità. Detto che il tennis ha pochissimi riferimenti nella musica italiana (si ricorda un Boris Becker citato da Caparezza), la citazione di Omar e Paolo è mirata, voluta. Non può essere casuale, soprattutto perché gli altri sportivi citati nel pezzo erano più famosi: Tomba, Senna, Piquet, Pagliuca, Taffarel, i fratelli Abbagnale e l'iconico Totò Schillaci, che ha anche collaborato al pezzo. E allora abbiamo voluto saperne di più. La chiacchierata con Mario Fucili, accento romagnolo ed entusiasmo travolgente, è stata un sentiero interessante, un tuffo nel mare degli aneddoti e un piacevole percorso a ritroso nel ricordare anni indimenticabili. Talmente belli che, nella sua canzone, Fucili canta: “E quelli come me vogliono raccontare a quelli come te... la mia generazione”. Il progetto 78 Bit è ripartito, con la consapevolezza della maturità, la forza di mille esperienze (anche negative)... e un po' di tennis. 

La prima domanda è inevitabile: come stai vivendo questo periodo così particolare? 
Abito a Rimini, zona più colpita in Romagna. È una situazione particolare, mai vissuta. Ritengo che debbano essere ascoltate le autorità, rimanendo a casa e rispettando ogni direttiva. I veri eroi sono i medici e quelli che lavorano ogni giorno per migliorare la situazione. Di carattere sono molto positivo e guardo avanti, ma approfitto dell'occasione per rilanciare un appello fondamentale: bisogna restare a casa. È necessario. Personalmente non esco da un paio di settimane.

Nel 2002 i 78 Bit hanno un grande impatto, con il percorso tipico di una band di successo: San Remo, Festivalbar, notorietà... poi il gruppo si scioglie e ricompare tre lustri dopo. Come mai?
In effetti abbiamo avuto un... mini-successo. Eravamo sotto contratto con Sony BMG, casa discografica di primissimo piano, che all'epoca aveva Eros Ramazzotti e Gigi D'Alessio. Insomma, partecipavamo alle riunioni “vere”. Di solito dopo il primo disco ci si rafforza, invece noi ci siamo sciolti. I motivi sono tanti: distrazioni, età e inesperienza la fanno da padrone e non ti aiutano a gestire le situazioni. Abbiamo deciso così, di comune accordo. Pensate che il contratto prevedeva cinque album. Quando il nostro direttore artistico Roberto Gasparini ci disse: “Allora, pronti per il prossimo album?” rimase sbalordito quando gli abbiamo comunicato lo scioglimento. “Vi sciogliete? Mai voi siete pazzi!”. Molto semplicemente, avevamo divergenze sul piano artistico. Negli anni successivi ho tenuto nel cassetto mille sogni, poi ho attraversato un momento difficile dopo la separazione. La musica mi ha aiutato a superare un periodo davvero complicato. Mi sono rifugiato nella scrittura, ho raccontato la mia sofferenza e l'ho messa in musica. C'è chi reagisce tirando un pugno contro il muro, io mi sono sfogato con la musica. Nel 2017 è uscita “Baila Movida”, pezzo che è servito a “oliarci”. E il produttore era sempre Roberto Gasparini, ex direttore della Sony BMG.. 

È rarissimo che un tennista venga citato in una canzone. Nel vostro ultimo brano, “Gli anni degli anni”, sono menzionati Omar Camporese e Paolo Cané. Perché?
Avevo un debole per loro. Cané era il bello e dannato, con i capelli lunghi, parlava con l'arbitro e s'incazzava. A cavallo tra gli anni 80 e 90, tornando a casa dopo la scuola, mi capitava spesso di guardare il tennis. Insieme a Cané c'era Camporese, che invece era l'esatto opposto. Ricordo il suo orologino che girava prima di servire. Questa combinazione di personaggi mi piaceva molto, inoltre ero un grande tifoso dell'Italia in Coppa Davis. Guardavo ogni partita, certi match facevano davvero appassionare. Accadeva un po' lo stesso con i fratelli Abbagnale: magari il canottaggio era meno popolare, però Gian Piero Galeazzi li valorizzava. E faceva lo stesso anche nel tennis. 

Se un grande appassionato di sport, ti si può anche definire un “mezzo calciatore” (Fucili ha giocato nel campionato sammarinese e vanta un paio di presenze in Europa League con "La Fiorita", ndr). Come collochi il tennis nella tua classifica di sport preferiti?
Subito dopo il calcio. Magari non proprio a pari merito, ma poco dopo. Conosco molte persone dell'ambiente, su tutti Filippo Volandri e il mio amico Giorgio Galimberti. Conoscevo anche il povero Federico Luzzi: con lui avevamo messo su anche una squadra di calcetto. Io ho un locale a Rimini: sai, dalle nostre parti o vendi la piadina o ti lanci in un locale. Per fortuna i miei sono sempre andati per la maggiore, si diffonde la voce e si riempiono facilmente. È dunque capitato di conoscere i vari Luzzi, Galimberti, Volandri, Starace. Gioco anche: ho la fortuna di farlo con qualche amico calciatore. Penso soprattutto ad Alessandro Matri e Fabio Ceravolo. 

Quello con cui hai un rapporto più stretto è Giorgio Galimberti. Come nasce la vostra conoscenza? Vi sentite spesso? 
Giorgio conosceva Igor Gaudi, altro ex ottimo tennista. Gaudi è di Rimini, è un amico e ci siamo conosciuti tramite lui. Inizialmente ci vedevamo soprattutto nei locali, poi siamo diventati soci: ho partecipato a un marchio di abbigliamento che Giorgio aveva proprio con Igor. Il logo aveva ranocchietta con racchetta, molto simpatico. Oggi Giorgio risiede da queste parti, la sua compagna è di Riccione, hanno un figlio, ci sentiamo spesso. Ogni tanto mi capita di scambiarmi qualche messaggio anche con Volandri. 

Segui il tennis attuale? Chi sono i tuoi giocatori preferiti?
Sono un grande fan di Rafael Nadal. Rappresenta il giocatore di temperamento, mi potete tranquillamente inserire nella sua schiera di fan. Quando posso, seguo i grandi tornei e anche le vicende dei tennisti italiani. Mi piace Fabio Fognini, lui è un po' l'erede di Cané sul piano comportamentale. Comunque sì, lo seguo e sono un nadaliano.

Ne “Gli anni degli anni” canti gli anni 90 e racconti la voglia di condividerli con i più giovani. Se ti dico “anni 90” quali sono le prime immagini che ti vengono in mente?
Nella canzone partecipa Totò Schillaci: giochiamo insieme nella Nazionale Cantanti ed è nata una grande amicizia. Per me, dunque, gli anni 90 sono rappresentati da lui. Il Mondiale del 1990 è quello in cui gli italiani hanno “sognato forte” e siamo arrivati a un pelo dalla finale. Per me gli anni 90 saranno sempre un “must”, rappresentano un bagaglio da cui attingere. Se penso a quegli anni, l'immagine principe rimane Totò Schillaci. Essendo grande appassionato di sport, mi vengono in mente anche gli Abbagnale, mi affascinava l'idea di una famiglia così unita che vinceva nello sport. Per me erano idoli veri. E poi non posso dimenticare Paolo Cané e Omar Camporese.

Cosa ti manca di quegli anni?
Il Booster, il mio amato motorino! Mamma mia, i motorini di allora erano fantastici... Poi c'era una libertà diversa: in quegli anni frequentavo le scuole medie e vedevo i miei amici in sella al mitico MBK Booster... un must pazzesco. E poi i primi amori, le prime cotte, i primi baci al molo, sul porto di Rimini. C'era un sapore che mi manca molto. Più in generale, ricordo con affetto le prime esperienze.

E invece cosa ti piace del 2020, che magari sarebbe stato bello avere allora?
La tecnologia. In pochi anni ha fatto passi da gigante e oggi la fa da padrone, soprattutto con i telefonini. Ho fatto un po' di fatica ad adattarmi, non ero particolarmente tecnologico, ma poi lo sono diventato. Il progresso ci ha portato avanti, sul serio. È bello e mi piace.

Parliamo un po' di 78 Bit. Nel 2002 andate a San Remo e ottenete un ottimo sesto posto tra le Nuove Proposte. Quell'anno vinse una giovanissima Anna Tatangelo: che esperienza è stata?
San Remo è uno show, un grande circo, una cosa pazzesca. Non avevamo idea di dove saremmo finiti, siamo stati catapultati in una nuova dimensione. Abbiamo firmato con la casa discografica nel 2001, e pochi mesi dopo eravamo già al Festival. Io avevo un' certo tipo di esperienza, gli altri componenti della band ne avevano altre, così ci siamo amalgamati in fretta e furia. Ma sai cos'è successo? Che le nostre canzoni piacevano! Come dice lo slogan, “San Remo è San Remo”. Un giorno eravamo al nostro bar di paese, quello dopo ci trovavamo a scherzare con Michele Zarrillo. Fu un'edizione con tanti nomi importanti: c'era Francesco Renga, Gianluca Grignani con “Lacrime dalla Luna”. Mi piace ricordare un aneddoto: nel pre-palco del Festival c'era una sorta di “Green Room” in cui tutti gli artisti si radunavano, e ci capitò di fare una bella schitarrata insieme a Grignani. Lui ha ha un cugino di Riccione e da lì sono nate tante situazioni, anche amicizie. 

Su Youtube c'è traccia della vostra esibizione: qualcuno sostiene che non abbiate reso al massimo, anche con qualche stonatura... 18 anni dopo, che puoi dire?
Eravamo tesi. Io avevo la responsabilità di aprire il brano ed ero veramente agitato, inoltre non avevamo l'esperienza dei big. È stato molto faticoso, ma ce la siamo cavata. Ricordo San Remo come una bella scuola per arricchire il nostro bagaglio, anche culturale. Stonature? Eccome! Basta rivedere l'esibizione... Però col tempo siamo migliorati, eh! 

Il vostro 2002 è stato quasi surreale. Quattro 24enni si sono trovati ad annusare lo star system: San Remo, compilation del Festivalbar, passaggi in radio, popolarità, interviste, un futuro ormai definito... Com'è possibile che abbiate voluto uscirne?
Non abbiamo alimentato quel fuoco. Facendo un paragone calcistico, ci siamo trovati in Serie A ma non avevamo le scarpe, giocavamo a piedi nudi. Adesso, insieme ai ragazzi della nuova band, vorremmo tornarci. Devo dire che all'interno della band non c'era troppa amicizia. Il produttore era Max Monti, lo stesso di “Gam Gam”, e si sono messe insieme due anime musicali: gli altri tre si chiamavano “Class 78”, io ero semplicemente Mario Fucili. Ci hanno messi insieme e ci hanno dato il nome “78 Bit”, poiché tutti e quattro siamo nati nel 1978. Io mi sono inserito in un nucleo già esistente, non ci siamo amalgamati a dovere, poi da “3 e 1” siamo diventati “2 e 2” e a quel punto ci siamo divisi. Più che amicizia, è stata una convivenza non andata a buon fine. La si può paragonare a una storia d'amore finita. Eravamo 4 DJ, ma avevamo prodotto una canzone melodica come “Fotografia”. A quel punto, c'era chi voleva proporre suoni più “tosti”, ma non eravamo i Subsonica... A mio avviso, avevamo creato la nostra identità artistica e tale doveva rimanere. Faccio un esempio: i Velvet erano partiti con un certo tipo di musica, poi hanno cambiato pelle e hanno incontrato qualche difficoltà. 

Curiosità: la “Chiara” di “Chiara si Spara”, la vostra hit più famosa, esisteva veramente oppure era un personaggio immaginario?
La curiosità è che eravamo quattro uomini con tre fidanzate di nome Chiara! Il concetto era che dovevano spararsi un po' di musica, altrimenti avrebbero rotto le scatole a noi! Poi da lì è partito il concetto della ribellione della protagonista della canzone. In quel periodo, comunque, non era facile stare con noi. 

Qual è la canzone che senti più tua, quella che rappresenta meglio di ogni altra il discorso 78 Bit?
“Bella”. Mi piacciono molto le donne, da buon romagnolo i nostri punti di riferimento sono la piadine e le donne. È una canzone che mi piace molto. Il nostro primo singolo è stato “6.50 Espresso”, uscito prima di San Remo: il titolo rappresentava il treno che portava da Riccione a Bologna, simbolo della fine del weekend. Alla stazione finivano gli amori, il treno portava lontano e bisognava andare via. Magari ti rivedevi nel weekend successivo, ma era un po' come staccare la spina. Nel fine settimana i bolognesi venivano dalle nostre parti, “cuccavano” le nostre donne e poi ripartivano. Però noi ci siamo presi le nostre rivincite andando a Bologna...

Cosa prevede il progetto 78 Bit? Il vostro unico album rimane “Contro la Noia” ed è di difficile reperibilità: su Amazon si trova il CD a 27 euro, talvolta compare persino la musicassetta... Uscirà un nuovo disco?
Ne sono sicuro. Abbiamo tante canzoni in cantiere, oltre a mettere in piedi diverse collaborazioni e situazioni importanti. Di recente abbiamo cantato al Mapei Stadium di Reggio Emilia per Sassuolo-Juve, c'era Cristiano Ronaldo, c'era Dybala... Quando la Juve è scesa in campo per il riscaldamento noi eravamo a centrocampo e Dybala mi ha dato la mano, senza neanche sapere chi fossi! Cantare davanti a 30.000 persone è davvero una bella emozione, la gente ha gradito, ci ricorda e ha fiducia.

Cosa pensi del mercato discografico? Sono scomparsi riti leggendari come la scelta del CD tra gli scaffali dei negozi di dischi, ormai in via d'estinzione. Ha ancora senso fare il CD, ormai reperibile soltanto nei grandi centri commerciali? Acquistarlo è un po' un gesto anni 90...
Vero. È cambiato tutto e ci siamo dovuti adattare. Ai tempi della BMG Sony, quando andavano alla centrale del latte di Roma, esisteva ancora la fabbrica di dischi in ceralacca. Era la vecchia sede della storica RCA Ariola, poi diventata BMG Sony con una fusione. All'epoca si facevano ancora i dischi, oggi la musica è proprio diversa, anche come sonorità. Mi mancano le cassette, i CD... sono un po' superati, ma quando li vedo mi emoziono ancora. Noi ci siamo dovuti adattare: prima eravamo più rock-pop, mentre oggi più synth-pop, ma il retrogusto è sempre 78 Bit: felicità, gioia e positività. E il nostro album avrà sicuramente il formato in CD!

Di recente hai realizzato l'inno del Rinascita Rimini Basket. Ti piacerebbe incidere una canzone su un grande tennista italiano? Adesso abbiamo Berrettini, Fognini che ti piace molto, Sinner che ha grandi prospettive... Diversi tennisti di vertice hanno avuto la loro canzone, ma mai un italiano...
Adesso che me lo fai presente... chissà! A Rimini, la vicenda del basket è stata un po' travagliata. Ci sono stati anni di retrocessioni, difficoltà, ristrettezze economiche... poi la squadra è ripartita dai riminesi. L'ho vista come una rinascita, una rivincita. Ho messo insieme le parole perché chi ha rilevato la società è un vero biancorosso. “Seconda pelle addosso” è il concetto che mi hanno trasmesso quando abbiamo parlato. Allora ho detto: “Tranquilli, adesso ci penso io”. Credo che il senso di appartenenza sia fondamentale, è quello che fa andare avanti e vincere. Succede ovunque, immagino anche nel tennis. 

Credi che un giorno possa tornare la spensieratezza e lo spirito degli anni 90, magari partendo dalle consapevolezze che ci sta lasciando l'emergenza coronavirus?
Dobbiamo riscoprire i vecchi valori. Io ho la fortuna di vivere con mia nonna, dunque non li ho mai dimenticati. Faccio colazione con lei, sento la filippica di Radio Maria prima di andare a dormire... Conosco le sue abitudini, non invado i suoi territori. Ha 86 anni ma è bella lucida, prepara il sugo, le tagliatelle, le piadine... Ripeto: credo che si debbano riscoprire i valori. Non c'è dubbio che negli anni 90 ce ne fossero di più. Però, a livello di musica, tutti fanno ancora riferimento a quegli anni. Gli anni 90 hanno fatto scuola.