Coronavirus e allenamenti: FIT, perché alcuni sì e altri no?



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Coronavirus e allenamenti: FIT, perché alcuni sì e altri no?

È un momento difficile per tutto il Paese. L'emergenza coronavirus obbliga l'Italia, e chi la governa, a fronteggiare una situazione mai accaduta in (quasi) 74 anni di storia repubblicana. Per questo, sarebbe ingiusto andarci giù pesante con alcune norme stabilite nei decreti governativi del 9-11 marzo.

L'obiettivo, evidentemente, è la salute generale. Un decreto scritto in fretta (perché in fretta doveva essere pubblicato) non può prevedere ogni singolo caso. Prendiamo la possibilità di fare passeggiate e/o attività sportiva: il decreto lo consente, ma c'è stato bisogno dell'interpretazione (e del successivo chiarimento) del Viminale per mettere il punto sulla vicenda.

Nel frattempo, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli aveva parlato di autocertificazione anche per chi esce a piedi, generando ulteriore confusione. Ci sta, il momento è difficile e deve essere complicato ritrovarsi ogni giorno, alla stessa ora, davanti a telecamere e taccuini per informare su malati, ricoverati, guariti e – purtroppo – deceduti.

Con apprezzabile rapidità, il mondo del tennis ha bloccato ogni attività per sei settimane. Lo ha fatto l'ATP, si è adeguata l'ITF e poi anche la WTA (sia pure meno reattiva) ha chiuso il proprio circuito fino al 26 aprile.

Che succederà dopo, si vedrà. Rimane il fatto che lo sport è una macchina da soldi, una delle più importanti “industrie” della società occidentale. Ergo, i suoi protagonisti hanno bisogno di allenarsi.

Ma la necessità di allenamenti agonisti cozza con quella di restare a casa. E allora in Italia che si fa? Il decreto del 9 marzo (che sul punto non è stato toccato da quello successivo dell'11) offre la possibilità agli atleti “riconosciuti di interesse nazionale del Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) e dalle rispettive federazioni, in vista della loro partecipazione a ai Giochi Olimpici o manifestazioni nazionali ed internazionali” di allenarsi e usufruire, sia pure a porte chiuse, degli impianti di allenamento.

La decisione è discutibile ma ha una sua logica: come tante categorie hanno la possibilità di recarsi al lavoro, il concetto si può estendere agli sportivi (il cui reddito dipende dalla loro attività).

Rimane il problema che diversi sport sono di contatto (calcio e basket su tutti) e non garantiscono la distanza di sicuezza di un metro, stabilita dai vari decreti per evitare il rischio di contagio. Il tennis, in teoria, è tra i più sicuri.

I giocatori distano una ventina di metri tra loro, giocano su un campo di 400 metri quadrati (out compresi, in certi casi anche di più) e i tecnici possono restare a distanza di sicurezza. Come da decreto, è la FIT a stabilire quali sono i tennisti a rientrare nella categoria specificata.

Per questo, qualche giorno fa è uscita una maxi-lista di atleti che possono allenarsi. Si tratta di circa 160 nomi tra maschi e femmine, under e over, che (ovviamente, vien da dire) ha creato diversi malumori. Le critiche sono di due tipi: 1) Chi ritiene che sia sbagliato consentire lo svolgimento degli allenamenti, poiché – sia pure con tutte le precauzioni del caso – è impossibile garantire la sicurezza degli atleti.

Lo stesso decreto, in effetti, dice che in occasione degli allenamenti devono essere effettuati “controlli idonei a CONTENERE (e dunque non eliminare, ndr) il rischio di diffusione del COVID-19”. Nel calcio è pressochè impossibile: basti vedere i casi di positività che stanno fioccando, sia in Italia che all'estero.

Nel tennis il rischio è minore, ma esiste. In effetti, c'è la possibilità di contatto indiretto tramite le palline. Se una persona infetta tocca una pallina, c'è il rischio (basso, ma esistente) che il virus possa essere trasmesso nel momento in cui la stessa viene toccata da altri.

Si potrebbe risolvere con l'utilizzo dei guanti, ma non è così facile: come la mettiamo con chi gioca il rovescio a due mani? Sarebbe in grado di colpire nel modo corretto con il “fastidio” del guanto? Il tutto senza considerare le difficoltà logistiche e organizzative per aprire gli impianti, ormai chiusi in tutto il territorio nazionale.

Una visione prudenziale consiglierebbe di lasciar perdere, costringendo gli atleti al “sacrificio” di accontentarsi dell'allenamento casalingo, limitato alla sola parte fisica. Si può discutere all'infinito, ma ognuno valuterà in base alla propria sensibilità.

È comunque giusto segnalare che non esiste nessun “obbligo” all'allenamento. Semplicemente, viene offerta una possibilità che ognuno potrà decidere se sfruttare o meno. 2) Ancora più scivoloso, perchè entrano in ballo ipotetiche faccende politiche: i criteri con cui sono stati selezionati gli atleti “di interesse nazionale”.

Come detto, la lista è piuttosto lunga e comprende tutti i nostri migliori giocatori, ma anche diversi nomi poco conosciuti. Si tratta di giovanissimi, anche minorenni, il cui coinvolgimento implica anche quello dei genitori.

Dando una rapida occhiata alla lista (piuttosto disordinata, diversi nomi sono ripetuti due volte), si scopre che viengono utilizzate come “linee di confine” (ma piuttosto flessibili) la 600esima posizione ATP e la 500esima WTA.

Chi ci sta dentro può allenarsi, chi è fuori no. Non sorprende che la protesta sia partita da Davide Galoppini, 25enne di Livorno, oggi numero 629 ATP in singolare (ma 586 in doppio). Via social network, Galoppini scrive: “Da giocatore professionista di tennis trovo profondamente ingiusto che un giocatore over 600, secondo i criteri adottati dalla FIT, sia impossibilitato a svolgere gli allenamenti, dal momento che chi si occupa di tennis conosce bene quanti sacrifici e dedizione occorrano per entrare nella classifica ATP e provare a migliorarla.

Se poi, come credo, in questo momento, sia più utile per la sicurezza delle persone astenersi dagli allenamenti per evitare contagi è giusto che le misure restrittive riguardino tutti i tennisti, di ogni età e livello, come del resto già avviene per altri sport.

Perciò, o lo “stop” agli allenamenti vale per tutti, oppure non è corretto che il numero 599 possa allenarsi e il numero 601 ATP no”. Difficile dargli torto, anche perchè è vittima di un paio di beffe.

Intanto è stato numero 489 ATP, quindi ha certamente la possibilità di crescere in classifica, poi perché l'autorizzazione è stata data a giocatori fuori dai top-600 ATP, ammessi evidentemente con altri criteri.

Per esempio, tra loro ci sono Emiliano Maggioli (18 anni, n.622) e Matteo Donati (25enne, n.771, sia pure reduce da un lunghissimo stop). Insomma, la sensazione è che la selezione sia stata fatta in modo un po' frettoloso e non esattamente scientifico.

Per esempio, fa sorridere che nella “Dream List” ci sia Stefano Napolitano, che si è recentemente operato al gomito e dunque non è assolutamente in grado di effettuare allenamenti sul campo. Come detto in avvio, sarebbe ingeroso puntare il dito contro provvedimenti presi in fretta e furia, peraltro in una situazione inedita.

Tuttavia, pare certo che si potesse fare meglio. Le critiche sono state talmente accese da giungere alle orecchie dei vertici FIT e produrre una replica. A parte alcuni passaggi che avremmo francamente evitato, a noi interessa il merito.

E sul merito la federazione asserisce che i giocatori selezionati "Sono coloro i quali hanno con la FIT un accordo per la preparazione agonistica, ritenuti quindi di interesse nazionale, e che con questo criterio oggettivo si è proceduto alla scelta".

In altre parole, si sostiene che l'autorizzazione ad allenarsi è arrivata a chi possiede "un accordo di preparazione agonistica" con la stessa FIT, chiaramente siglato in precedenza allo scoppio dell'epidemia.

Tuttavia, "avere un accordo" non significa essere più forti o avere maggiore diritto ad allenarsi rispetto ad altri. Definire "oggettivi" i criteri sembra dunque una forzatura, anche perché ci domandiamo quale urgente bisogno di allenarsi abbia un under 14 rispetto a un numero 650 ATP che brama dal desiderio di raccogliere punti e dollari fondamentali per carriera e sostentamento economico, o a due ex top-200 WTA come Corinna Dentoni e Anastasia Grymalska.

Sul piano formale, le scelte della FIT sono inattaccabili (si tratta della principale autorità tennistica in Italia e - nel rispetto delle Carte Federali - può fare le delibere che vuole) ma certe critiche sono più che comprensibili.

A parere di chi scrive, l'errore è nel testo del decreto, quando si parla di partecipazione a "Giochi Olimpici o Manifestazioni Nazionali ed Internazionali" Con l'aggiunta di "manifestazioni nazionali e internazionali" si apre un mondo, in cui chiunque - anche il mestierante che porta a casa la pagnotta con i tornei Open - potrebbe accampare qualche pretesa.

Sul punto, in effetti, la FIT è stata messa in difficoltà e ha gestito la faccenda in modo discutibile. Ma se è facile criticare, è altrettanto difficile fare proposte davvero convincenti. Sempre secondo chi scrive, in virtù della gravità della situazione e dell'enorme contagiosità del COVID-2019, la migliore soluzione sarebbe stata un blocco degli allenamenti per tutti, limitando la lista dei privilegiati ai soli tennisti in odore di Olimpiadi.

Se è vero che i Giochi non sono un appuntamento centrale per il tennis, il 2020 è (anzi, sarebbe...) anno olimpico, e diversi giocatori puntano a centrare la qualificazione. L'ammissione dovrebbe essere stabilita dalle classifiche ATP-WTA dell'8 giugno 2020, quindi per loro sarà cruciale presentarsi in piena forma, e ben allenati, alla ripresa dei tornei.

Limitandosi ai potenziali atleti olimpici, le porte si aprirebbero a una dozzina di giocatori, considerando singolari, doppi e doppio misto. Tra l'altro, diversi giocatori di questa categoria hanno-avrebbero la possibilità di allenarsi all'estero e quindi non sono direttamente coinvolti.

Fabio Fognini vive a Barcellona, Matteo Berrettini e Simone Bolelli risiedono a Monte Carlo, Andreas Seppi addirittura negli Stati Uniti, lo stesso Sinner non avrebbe problemi a spostarsi da Bordighera a Monte Carlo (non crediamo che le forze dell'ordine farebbero storie alla lettura della sua eventuale autocertificazione...).

Insomma, i coinvolti sarebbero davvero pochissimi. In questo modo, invece, si scontenta un po' tutti. Da una parte chi mette da parte l'agonismo e pensa esclusivamente alla salute, dall'altra chi si sente escluso (giustamente o meno). Una situazione scomoda. Francamente, non vorremmo essere nei panni di chi deve decidere.