2003: la rivoluzionaria proposta di Nargiso... e Mangiante



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2003: la rivoluzionaria proposta di Nargiso... e Mangiante

Scartabellando qua e là, nei vecchi archivi cartacei, capita di trovare cose interessanti. Talvolta, vere e proprie chicche. Visto che oggi Diego Nargiso compie 50 anni (auguri!) vale la pena ricordare una sua proposta rivoluzionaria, datata 2003. Si era ritirato da poco (aveva giocato il suo ultimo match nel luglio 2001), ma è sempre rimasto nell'ambiente e – ancor prima che un valido tecnico – è un sincero appassionato. Il 2002 fu una stagione particolare: eravamo nel periodo di transizione tra l'era Sampras-Agassi e quella Federer-Nadal, e in effetti ci furono alcuni risultati a sorpresa. Thomas Johansson vinse l'Australian Open, Albert Costa il Roland Garros. Il più bravo di tutti, in quel periodo, fu Lleyton Hewitt: non a caso, vinse una strana edizione di Wimbledon. Allo Us Open, “Pistol Pete” chiuse in bellezza la sua carriera, anche se avrebbe annunciato il ritiro soltanto l'anno dopo. Con Federer ancora incostante e Nadal giovanissimo, c'era viva preoccupazione per il futuro. Il tennis avrebbe saputo resistere al cambio generazionale? Avrebbe mantenuto la sua popolarità? I dubbi c'erano, acuiti dal cattivo momento del tennis azzurro, con il solo Davide Sanguinetti tra i top-100 ATP. E allora, in un clima d'incertezza, arrivò la proposta-shock di Nargiso. Internet non aveva ancora la diffusione odierna, quindi si affidò alle pagine della rivista “Il Tennis Italiano”. Scrisse di essere consapevole che le sue idee avrebbero ricevuto critiche, ma anche qualche consenso. Andiamo a vederle, anzi, rivederle. Le proposte erano tre:

1) Match a tempo, con durata prestabilita (30 minuti) per ogni set.

2) Permettere al pubblico di muoversi liberamente sugli spalti.

3) Modificare il sistema di classifica, tornando alla media punti utilizzata fino al 1989, sia pure con qualche aggiustamento.

La vera rivoluzione, naturalmente, sarebbe stata la prima. Sin dal brevetto del Maggiore Walter Clopton Wingfield, il tennis non è mai stato uno sport “a tempo”, ma legato al punteggio. Per renderlo appetibile alle TV generaliste, i cui palinsesti sono rigidi e spesso irremovibili, Nargiso pensò di regolamentare la durata degli incontri. In sintesi, ogni set sarebbe durato 30 minuti (più recupero per eventuali perdite di tempo). Allo scadere del tempo, il set sarebbe andato a chi si trovava in vantaggio in quel momento. Secondo Diego, ci sarebbero stati diversi vantaggi.

- Sarebbe stato molto più televisivo, perché la durata sarebbe stata più o meno la stessa, circa 90-100 minuti a partita. Guarda caso, la stessa di una partita di calcio, sport televisivo per eccellenza.

- Tutti i punti avrebbero avuto una certa importanza, perché il giocatore in svantaggio non si sarebbe potuto permettere di tergiversare in virtù di un nemico in più: il cronometro.

- L'ansia del tempo. Il giocatore in vantaggio avrebbe cercato di rallentare i tempi (naturalmente entro lo spazio regolamentare tra un punto e l'altro), mentre l'altro avrebbe tentato di velocizzare. Questo avrebbe creato potenziali tensioni e svelato la personalità dei giocatori, smascherando i più scorretti.

- I tennisti sarebbero stati più completi, perché avrebbero dovuto adeguare il loro stile di gioco in base alla situazione di punteggio. Giocatori d'attacco come Henman o Rafter, in una situazione di vantaggio, avrebbero accettato qualche palleggio in più, mentre “fondocampisti” come Ferrero o Costa, in certe situazioni, avrebbero avuto bisogno di accorciare i punti.

- Il pubblico sarebbe stato ancora più coinvolto, schierandosi in via naturale (e casuale) con uno dei due giocatori.

Una rivoluzione, uno sradicamento del tennis dalle sue fondamenta, la cancellazione del principio che “sai quando inizia, ma non quando finisce”. Detto che la proposta non è mai stata presa seriamente in considerazione (se ne parlò in una vecchia riunione dell'ITF, ma l'idea venne bocciata da quasi tutti i capitani di Davis), ricevette più critiche che consensi. L'arrivo di campioni straordinari come Federer, Nadal e poi Djokovic ha poi mandato in letargo un certo tipo di esigenze, puntualmente ricomparse una dozzina d'anni dopo e concretizzate con la formula sperimentale delle Next Gen Finals. Sia pure diverse dalle idee di Nargiso, partono comunque da un principio simile: accorciare la durata degli incontri. L'idea del napoletano fu apprezzata, ripresa e integrata dal giornalista Angelo Mangiante. Oggi è noto per seguire le vicende dell'AS Roma per conto di Sky, ma all'epoca era apprezzata voce di Stream TV e ha un notevole background nel nostro sport (ex professionista, per un periodo ha allenato l'ex top-10 Amanda Coetzer). Da uomo di comunicazione, pensò soprattutto alle esigenze della TV e modellò così la sua proposta: giocare due set da 45 minuti ciascuno, sostituendo il terzo con un super tie-break a 10 punti. Anche secondo la sua proposta, il giocatore in vantaggio allo scadere dei 45 minuti avrebbe intascato il set. Tuttavia, aveva individuato una debolezza nella proposta-Nargiso: se un giocatore si fosse trovato in svantaggio 4-0 dopo 20 minuti, non avrebbe avuto la chance di recuperare e avrebbe potuto mollare il set. Al contrario, Mangiante riteneva di dare un valore al punteggio dei primi due set. Esempio: se il giocatore A si fosse aggiudicato 7-4 il primo parziale, e il giocatore B il secondo per 6-5, il primo sarebbe partito dal 2-0 nel super tie-break in virtù dei due game in più raccolti nei primi due set: la soluzione avrebbe scoraggiato qualsiasi “sciolta”. Ci sarebbe stata una sola controindicazione: in pura teoria, sul punteggio di un set pari, un giocatore avrebbe potuto avere dieci o più game di vantaggio: per esempio, 11-0 il primo, 5-6 il secondo. A quel punto, gli sarebbe stata ugualmente assegnata la vittoria.

Per completezza, riportiamo le altre proposte di Nargiso. Quella di permettere al pubblico di muoversi è stata raccolta, più o meno nei termini da lui proposti, proprio alle Next Gen Finals. Aveva ragione e, anzi, speriamo che le norme si possano estendere a più tornei. In effetti, come sosteneva Diego, è insulso aspettare che “lo spettatore in 72esima fila smetta di toccarsi il sopracciglio”. Oppure, come scriveva Sports Illustrated nel 1994, non esiste che un giocatore si lamenti perché qualcuno ha starnutito mentre gioca una volèe. Inoltre, Nargiso aveva ragione a dire che il pubblico rumoroso (ma non scalmanato come accade nel calcio) avrebbe abituato i giocatori a giocare in condizioni di stress ancora maggiori. L'ultima proposta riguardava la classifica. Nostalgico del ranking in vigore nei suoi primi anni di professionismo, non accettava che tante sconfitte al primo turno non influissero sulla classifica di un giocatore. Proponeva una classifica su 18 tornei, con la somma dei punti divisa per il numero di eventi giocati, sia pure con qualche bonus (una divisione meno “severa” se un giocatore avesse deciso di giocarne di più). A suo dire, il nuovo format avrebbe garantito impegno assoluto dei giocatori in ogni torneo ed evitato “sciolte”. Giusto, anche se poi è stato ascoltato a metà. Oggi il “breakdown” di un giocatore è composto dai migliori 18 risultati, ma i più importanti devono essere obbligatoriamente inseriti nel conteggio, e in effetti i top-player hanno poche possibilità di scelta: a parte Slam, Masters 1000 (e la neonata ATP Cup, che però vale come bonus) non hanno molte opzioni per il resto della programmazione. Più che condivisibile l'idea di Nargiso di ripristinare i bonus point (battere Federer e Thiem deve valere più che vincere contro Laaksonen od Ofner), mentre era interessante la proposta di creare un ranking unico, senza separazione tra singolare e doppio. Nella sua visione, i punti del doppio sarebbero valsi un terzo. Esito: i migliori sarebbero stati incentivati a giocarlo di più. Anche in questo caso, l'idea era interessante (e l'ITF ha fatto qualcosa di simile per le classifiche junior), ma per l'ATP sarebbe stata una scelta complessa: un ranking unico avrebbe “ucciso” decine di specialisti del doppio, allontanandoli dai tornei (e dai guadagni) importanti. In altre parole, idea giusta ma contraria alle logiche di un sindacato.

Che dire? Il tempo e l'esperienza ci hanno insegnato che la percezione di una disciplina dipende dai suoi protagonisti. In quel 2002-2003, il tennis non aveva i personaggi carismatici di oggi. E allora si pensava di correre ai ripari. Negli anni d'oro della rivalità Roger-Rafa-Nole nessuno ha mai sognato di mettere in discussione le regole. Poi loro sono invecchiati, il mondo è cambiato, la digitalizzazione sfrenata ha abbassato drammaticamente la soglia di attenzione, e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Per questo sono nate le Next Gen Finals e non sappiamo che direzione prenderà il tennis. Ma non c'è da temere: sopravviverà a se stesso, come ha sempre fatto. Quanto al “tennis a tempo” di Nargiso, non era un'idea del tutto campata in aria. Con gli aggiustamenti di Mangiante sembrava condivisibile... ma per un'esibizione, o al massimo per qualche torneo sparso qua e là. Perché il tennis ha un'altra natura, che contempla anche recuperi miracolosi. E oggi, con la digitalizzazione e le TV tematiche, il problema dei palinsesti non esiste più.