La sentenza di Sandgren: “Djokovic è il più grande di sempre. Sul cemento”



by   |  LETTURE 10344

La sentenza di Sandgren: “Djokovic è il più grande di sempre. Sul cemento”

Raggiungere per due volte i quarti all'Australian Open è un grande risultato, specie se non sei un giocatore di primissimo piano. Tuttavia, Tennys Sandgren ha giocato (e vinto) la partita più difficile fuori dal campo.

Un paio d'anni fa, ai tempi del suo primo exploit australiano, la sua sfera privata fu attaccata sulla base di alcuni “follow” e “retweet”. Nel giorno in cui avrebbe voluto godersi la vittoria su Dominic Thiem, fu incalzato da alcuni giornalisti sulla sua attivita Twitter: in particolare, seguiva alcuni personaggi legati allo scandalo “Pizzagate” (una teoria cospirazionista secondo cui Hillary Clinton e il suo assistente elettorale, John Podesta, erano accusati di essere coinvolti in un giro di pedofilia e satanismo).

Inoltre, aveva ritwittato un contenuto diffuso da Nicholas Fuentes, suprematista bianco che aveva marciato insieme al Ku Klux Klan in una manifestazione conclusa con una sparatoria e una vittima. Quando tirarono fuori l'argomento in conferenza stampa, pensava che scherzassero.

Poi fu costretto a difendersi. Disse che non era di estrema destra, che il suo unico credo era Gesù Cristo e che informarsi da certe fonti non significa necessariamente essere d'accordo. Quell'improvvisa popolarità lo scosse a tal punto che nella conferenza successiva, dopo la sconfitta contro Hyeon Chung, si presentò con un testo scritto sul display del telefonino, in cui attaccava i giornalisti per averlo etichettato sulla base della sua attività social: “Ordinate il mondo secondo idee preconcette.

Si toglie ogni individualità per il gusto di demonizzare. Con una manciata di follow e like su Twitter, il mio destino è ben definito nella vostra mente”. Nell'occasione, promise che da lì in poi avrebbe parlato soltanto di tennis: è stato di parola.

In quelle ore, con un lavoro certosino, cancellò tutti i tweet di natura politica. “La cosa non mi imbarazza e so bene che possono esserci degli screenshot, ma credo che sia un buon modo per ricominciare”.

Da allora sono passati due anni e – per suo grande sollievo – quella storia è più o meno dimenticata. La ricordano soltanto i più accaniti nerd tennistici e qualcuno che continua a etichettarlo come “razzista”, “suprematista bianco” solo sulla base di quelle indiscrezioni.

Non sappiamo quali siano le convinzioni intime di Sandgren, ma su un punto aveva ragione: non è giusto etichettare una persona in base alle persone che segue sui social network. Da allora, anche per assenza di grandi exploit, era uscito dai radar principali: per carità, ha vinto il suo primo titolo ATP (Auckland 2019) e lo scorso anno ha raggiunto gli ottavi a Wimbledon, ma adesso è di nuovo sotto i riflettori grazie alla corsa australiana, culminata nei sette matchpoint contro Roger Federer.

Impegnato al New York Open, è stato eliminato al primo turno per mano di Steve Johnson, e nell'intervista concessa a Tennis Magazine sembrava più arrabbiato per questa sconfitta che per i fatti di Melbourne.

Il 28enne del Tennessee sa essere molto interessante, non è banale nelle dichiarazioni, anche se ogni sua esternazione – ormai – è strettamente legata al tennis. Inevitabile ricordare quanto accaduto il 28 gennaio, sulla Rod Laver Arena.

“In molti mi hanno espresso il loro sostegno, dicendo di essersi divertiti molto, anche alcuni giocatori – racconta Sandgren – erano dispiaciuti per me perché hanno compreso gli alti e bassi emotivi.

Mi sono sentito l'ambasciatore dell'uomo comune, perché la gente può identificarsi con me, non certo con Federer. È stato un po' come se lo spettatore medio abbia giocato insieme a me”.

Bella suggestione, che l'americano potrebbe condividere con John Millman: al turno precedente, l'australiano non aveva sfruttato un vantaggio di 8-4 nel super tie-break. Ma come è stato possibile perdere la partita, nonostante sette matchpoint? I ricordi di Sandgren sono lucidi: “Sul primo ho tirato un rovescio in rete, colpo che mi sarei potuto risparmiare – racconta – allora nei successivi mi sono sentito in dovere di giocare metodico, di entrare nello scambio.

Sul secondo ho sbagliato un dritto a uscire, errore insolito per me. Per il resto credo di aver giocato benino la metà dei matchpoint”. L'americano è rimasto impressionato dal modo in cui Federer ha gestito l'unico matchpoint con Sandgren al servizio.

“Lì ho giocato una volèe sul suo rovescio e non si è mosso. Mi ha scioccato, pensavo che si sarebbe mosso verso destra e non mi volevo esporre al suo passante di dritto, invece ha letto le mie intenzioni: non ha fatto un passo e mi ha sorpreso con un buon primo passante, poi mi ha infilato col successivo”.

Probabilmente ricorderà per sempre quei momenti. Per l'occasione perduta, il denaro e i punti andati in fumo, ma anche perché in semifinale si sarebbe misurato con Novak Djokovic. Allo Us Open 2018 gli aveva tolto un set: “Per un po' gli ero stato col fiato sul collo, ma c'era un'umidità esagerata: avrò cambiato dieci maglie in tre set.

Ma con lui è diverso, ti aspetta nel quarto e nel quinto perché è più in forma di te, e ti mostra cosa separa l'illusione dalla realtà”. Parlando di Djokovic, l'americano si infila in un territorio scivoloso.

A suo dire, il serbo è il migliore di sempre, almeno sul cemento. “Non c'è dubbio che Federer sia più bello da vedere, ma Novak è il migliore. Noi facciamo una cosa, lui ne fa un'altra.

Noi cerchiamo di tirare un colpo vincente, mentre lui mette la palla in punti difficili, fastidiosi, dai quali è impossibile sorprenderlo. Ti soffoca lentamente, ma ovviamente è in grado di tirare vincenti e mette di là ogni risposta che riesce a toccare.

Quello che fa è incredibile”. Un'ammirazione che quasi sfocia nella venerazione. Prima dell'Australian Open era numero 100 ATP, adesso è piombato in 53esima posizione, non così distante dal suo best ranking.

Lo stesso Federer, prima di affrontarlo, si domandava come mai fosse così indietro. Il problema risiede nella continuità, ma da un paio d'anni le cose sono cambiate. Nel 2017 aveva messo per la prima volta il naso tra i top-100 ATP, annusando il circuito maggiore dopo aver percorso migliaia di chilometri con la sua auto, in giro per gli States, a caccia di Challenger nei luoghi più improbabili.

“La svolta della mia carriera è stata la vittoria con Thiem – racconta – è stato il primo match contro un top-player in cui ho mantenuto il livello per tutta la partita. Ho avuto matchpoint nel quarto, mi ha ripreso, ma poi ho vinto al quinto.

Sarò per sempre orgoglioso di quella partita”. Giocare sulla lunga distanza gli piace: prima del match con Federer, era 4-0 nei match chiusi al quinto set. Tra questi, un successo a Wimbledon con Gilles Simon. “È uno dei miei giocatori preferiti, mi piace la sua fase difensiva.

Amo i giocatori che si muovono bene e coprono il campo... anche io sono un giocatore fisico, credo che sulla lunga distanza sia difficile battermi”. Il problema è confermarsi nei tornei “normali”, che poi rappresentano l'80% della stagione.

Lo scorso anno è piombato in una serie negativa di 9 sconfitte di fila, mentre non ha ancora superato il secondo turno in un Masters 1000. “Devo imparare a controllarmi meglio – dice, parlando dei margini di miglioramento – ci sono momenti in cui la testa va un po' per conto suo, ed è molto grave.

A questi livelli tutti sanno cosa fare tatticamente, allora è fondamentale gestire al meglio i momenti di stress. Se ce la fai, hai il 3-7% di probabilità in più di vincere la partita. E a certi livelli è un dettaglio che può fare la differenza”.

Archiviati i pensieri negativi e i brutti momenti (ai quali si aggiunge un delicato intervento all'anca sinistra nel 2014, che gli fece perdere una stagione intera), oggi Sandgren guarda al futuro con rinnovato ottimismo.

È convinto di avere davanti a sé almeno altri cinque anni di carriera, e non gli mancano gli obiettivi. “Vedo realistico un ingresso tra i top-20. I top-10? Sarebbe un bel traguardo: mi sorprenderebbe, ma in fondo neanche così tanto”.

Di certo sarebbe un ottimo viatico per far cadere nel dimenticatoio, ancora di più, i fatti del 2018. In fondo, Sandgren chiede di essere giudicato per quello che fa nel tennis e nulla più. Come dargli torto?