Dalle top-10 ai tornei senza raccattapalle, ma oggi CoCo è felice



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Dalle top-10 ai tornei senza raccattapalle, ma oggi CoCo è felice

Quando il suo sistema nervoso centrale è improvvisamente andato in tilt, innescando un dolore al piede destro così intenso da non sopportare il tocco di un dito o lo strusciare di un lenzuolo, la vita di CoCo Vandeweghe è cambiata.

Mancavano pochi giorni al Natale 2018, aveva appena giocato un'esibizione a Honolulu e si trovava in una stanza d'albergo alle Hawaii: il luogo evoca ben altre immagini, eppure quella mattina la sua vita è cambiata.

Il fatto che fosse una delle migliori tenniste del mondo, in quel momento, non aveva più valore. Soltanto l'anno prima raggiungeva le semifinali all'Australian Open e allo Us Open, entrando tra le top-10 WTA, ma il passato non le ha impedito di rimanere bloccata nella sua casa di San Diego, costretta a muoversi con le stampelle.

Di allenarsi, manco a parlarne. “In effetti ho pensato di smettere, perché non sapevo se sarei stata nuovamente in grado di correre o anche soltanto camminare – ha detto la Vandeweghe, oggi n.190 WTA e rientrata in estate dopo uno stop di quasi un anno – tra me e me, mi sono interrogata sul futuro.

Poiché i medici non sanno molto della mia malattia, non mi avevano dato tempistiche precise. Secondo qualcuno avrei potuto stare ferma due anni, allora ho temuto che non avrei più potuto fare sport”. La diagnosi medica ha parlato di Complex Regional Pain Syndrome (CRPS), una consizione cronica che di solito colpisce un braccio o una gamba dopo un infortunio.

In effetti, nel luglio 2018 si era fatta male a una caviglia durante Wimbledon. È probabile che quell'infortunio, apparentemente banale, sia stato l'origine del calvario. A parte il riposo, l'unica terapia era un processo di desensibilizzazione della parte superiore e inferiore del piede, strofinandoci delicatamente sabbia o il tessuto di un asciugamano.

I nervi si sono gradualmente sistemati e – già che c'era – ha curato due fratture da stress alla gamba. Periodo difficile, in cui è dipesa dagli altri, in particolare la madre e il fratello maggiore.

Non potendo guidare, ha trascorso molto tempo a casa da sola, senza guardare tennis: a parte il rientro in campo della sua amica Shelby Rogers e la finale di Wimbledon, non aveva guardato nulla. Ma quando il problema si era clinicamente risolto, la guarigione era appena iniziata.

“Ero diventata una sorta di eremita: mi chiedevano di uscire, ma io non volevo farmi vedere. Sono piombata in una crisi d'identità. Ho dovuto imparare di nuovo a camminare, correre, scattare, persino a riprendere a giocare a tennis – dice la Vandeweghe – con questo disturbo avevo perso la sensibilità al piede.

Non avendolo usato così a lungo, non sapevo neanche dove fosse al momento di colpire la palla. È stato un processo molto lento”. Aveva giocato il suo ultimo torneo a fine settembre 2018, poco dopo aver vinto il doppio allo Us Open insieme ad Ashleigh Barty: dopo quasi 10 mesi, ha scelto di testarsi con il World Team Tennis, esibizione a squadre che “lancia” la stagione americana.

Le sensazioni sono state positive, dunque ha accettato una wild card per il torneo di San Josè, in cui è arrivata al secondo turno. Da allora ha giocato una decina di eventi: più o meno respinta nei tornei WTA, è stata subito competitiva nel circuito minore: ha giocato due finali, una al torneo ITF di Templeton e una al WTA 125 di Houston.

Risultati che le hanno permesso di ritrovare una classifica decente, anche se il 2020 non è iniziato alla grande. In Australia ha vinto solo una partita (ad Adelaide contro Jasmine Paolini), mentre nella sua ultima apparizione si è arresa nei quarti a Newport Beach, sconfitta da Taylor Townsend.

Per lei, assidua frequentatrice del circuito WTA, non è stato facile giocare di fronte a dozzine di persone, e non più migliaia. “In effetti ho dovuto regolare il mio ego, perché quando mi sono infortunata ero tra le top-10 e non giocavo tornei di questo tipo da 5-6 anni – ha detto la 28enne nata a New York – devi abituarti a piccole cose che magari hai dimenticato.

Anche se sembra banale, è capitato che dovessi raccogliermi le palline perché non c'erano raccattapalle in campo. Non lo facevo da una vita. È qualcosa che ti butta giù: devi tornare indietro e ricominciare, come imparare di nuovo a tirare un tiro libero.

Mi rendo conto che sia stupido e banale, ma era come se mi fossi dimenticata di tutto”. L'analogia con il basket le sorge spontanea: suo nonno, il dottor Ernie Vandeweghe, ha giocato sei stagioni con i New York Knicks, poi dopo il ritiro è diventato il medico sociale dei Los Angeles Lakers.

È scomparso nel 2014, a ottantasei anni di età. Suo zio, Kiki Vandeweghe, ha guidato la UCLA al titolo NCAA nel 1980 ed è stato due volte All-Star NBA prima di diventare un ottimo allenatore. Oggi è vicepresidente operativo della NBA.

Il DNA sportivo della sua famiglia è impressionante: il prozio Mel Hutchins ha giocato sette stagioni in NBA, mentre mamma Tauna ha partecipato alle Olimpiadi di Montreal 1976 nel nuoto, oltre ad aver giocato a pallavolo per l'Università della California del Sud.

Come se non bastasse, zia Heather è stata un'ottima giocatrice di pallanuoto prima di dedicarsi alla professione di medico. Pur essendo una tifosa dei New York Knicks, la Vandeweghe ammirava Kobe Bryant ed è rimasta sconvolta dalla sua morte.

Lo aveva incontrato quando era bambina, e uno dei ricordi più belli della sua carriera rimane il tweet di complimenti di Kobe quando giunse in semifinale allo Us Open 2017. “È folle che un eroe della nostra generazione possa morire in quel modo – dice CoCo – ho parlato con amici e la sua scomparsa ha avuto un impatto incredibile, paragonabile all'omicidio del presidente o alla scomparsa di qualcuno...

è difficile esprimere tutto questo a parole. Aveva fatto cose importanti per sua figlia, e per le donne in generale. Quando una persona del suo calibro si interessa allo sport femminile, la gente gli presta ascolto. Il mondo funziona così”.

A 28 anni compiuti il 6 dicembre, la Vandeweghe è riuscita ad apprezzare alcune tappe di questo inatteso processo. “Quando ero tra le top-10 giocavo per le semifinali Slam, mentre adesso punto a ritrovare il mio gioco e tornare tra le top-100, ma riesco a godermi il momento.

Sono contenta di essere in campo senza dolori, quindi non è importante se mi guardano cinque persone anziché cinquemila. Gioco a tennis per me stessa, come ho sempre fatto. Mi piace avere un pubblico grande e rumoroso, è divertente giocarci, ma ho trovato divertente anche un ambiente intimo perché sai che la gente è lì per godersi veramente il tennis, senza altre ragioni.

È un'atmosfera diversa”. Il resto verrà da sé, come le sensazioni che si provano al momento di affrontare una palla break, servire per il match, l'adrenalina prima e dopo un match. “Sto imparando tutto di nuovo, è quasi divertente.

A volte il tennis può essere ingrato, ma quando te lo tolgono capisci quanto vale. Mi era stato tolto da un giorno all'altro, dunque oggi sono grata di poter impugnare di nuovo una racchetta. E mi sto godendo il processo”.

Forse non tornerà più la tennista di prima, ma è nata una persona nuova. Le spacconerie di qualche anno fa, comprese alcune frasi eccessive (“Punto a diventare la n.1 del mondo”), sono ormai un ricordo.

Adesso un abbraccio negli spogliatoi vale molto più di una partita vinta, per la ragazza che un tempo si chiamava Colleen Mullarkey, ma che ha scelto di cambiare cognome perché non voleva essere accostata al padre, con il quale non ha più rapporti. Neanche adesso.