25 anni fa, la rivoluzione di Arantxa Sanchez


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25 anni fa, la rivoluzione di Arantxa Sanchez

Erano trascorsi sette anni e mezzo dall'ultima volta in cui la numero 1 WTA non era una tra Steffi Graf o Monica Seles. A cavallo tra gli anni 80 e 90, il circuito femminile aveva vissuto un duopolio simile a quello del decennio prima, con protagoniste Chris Evert e Martina Navratilova.

Sul piano strettamente numerico, Chris e Martina furono ancora più severe con le avversarie. Dal 3 novembre 1975 (quando furono istituite le classifiche computerizzate) al 16 agosto 1987, soltanto la miseria di quattro settimane non videro una delle due in vetta.

Furono scalzate per un paio di settimane da Evonne Goolagong nel 1976, e per altre due da Tracy Austin nel 1980. Un bel giorno comparve “Frauelin Forehand” a prendere in mano il tennis femminile, con tanto di Golden Slam (i quattro Major più l'oro olimpico) nel 1988.

Il suo dominio, tuttavia, fu interrotto dall'arrivo di Monica Seles, il fenomeno di Novi Sad. Con il suo tennis quadrumane e una grinta che schiumava su ogni colpo, la jugoslava riuscì ad affiancarla e poi superarla, dando il là a una nuova rivalità.

Poi è arrivato Gunther Parche con il suo coltello ed è cambiato tutto. Si pensò che la Graf avrebbe potuto dominare per chissà quanto. Invece, un lunedì di febbraio, la tedesca fu superata. Dopo anni di extraterrestri, in vetta alla classifica c'era un essere umano.

Era il 6 febbraio 1995, esattamente 25 anni fa, quando Arantxa Sanchez Vicario divenne numero 1 del mondo. Ci rimase appena dodici settimane, ma quel giorno rimane un pezzo di storia del nostro sport. Sette giorni dopo, la spagnola si sarebbe presa la leadership anche in doppio.

Soltanto Martina Navratilova, prima di lei, aveva guidato entrambe le classifiche (dopo ci sarebbero riuscite anche Martina Hingis, Lindsay Davenport e Kim Clijsters). La grande scalata di Arantxa era partita sei anni prima, quando si impose al Roland Garros, battendo per la prima volta la Graf.

Molti ricordano quel torneo per la vittoria di Michael Chang, con tanto di battuta “da sotto” contro Ivan Lendl. Ma anche la spagnola non fu da meno. “Perché non posso battere Steffi? - disse alla vigilia l'allora 17enne Arantxa, sorella minore di Emilio e Javier – ho sempre sognato questo momento, sin da quando sono diventata professionista.

Il Roland Garros è il mio torneo preferito e sono felice di poter lottare per il titolo”. All'epoca era numero 10 WTA e il giorno dopo avrebbe giocato uno dei match più memorabili nella storia del Roland Garros.

In 2 ore e 58 minuti battè la Graf, reduce da cinque Slam consecutivi e appena sei partite perse negli ultimi tre anni. Con la sua proverbiale grinta e il polsino con i colori della Spagna si impose 7-6 3-6 7-5, attirandosi le simpatie del pubblico.

Quel giorno sarebbe nato un mito. La storia di Arantxa era partita quattordici anni prima, nel giorno del quarto compleanno di Arantxa. Le regalarono una bambola, ma lei non la voleva. Senza dubitare, la sostituì con una racchetta da tennis, uguale a quella del fratello maggiore Emilio.

Fu il primo passo di un'avventura che nel 1985 l'avrebbe portata a diventare professionista. Lavoratrice instancabile, famosa per grinta e coraggio, grande lottatrice, avrebbe pian piano eroso la distanza con Steffi Graf.

Ci sono voluti dieci anni per colmarla: dopo la forzata uscita di scena della Seles, fu lei a prendere di mira la Graf. Nel 1994 avrebbe vinto due prove del Grande Slam: a Parigi avrebbe bissato il successo di cinque anni prima, approfittando dello scivolone di Steffi contro “The Body” Mary Pierce.

In finale non avrebbe avuto problemi contro la franco-canadese. Il momento-simbolo del sorpasso sarebbe arrivato tre mesi dopo, allo Us Open. Mentre tra i maschietti vinceva Andre Agassi, lei ritrovava ancora una volta la Graf in finale.

Ancora una volta fu lotta furibonda, ancora una volta emersero tutte le qualità di Arantxa: 1-6 7-6 6-4 e la Graf fu “abbattuta” anche sul cemento. Qualche mese dopo, la tedesca avrebbe saltato l'Australian Open per un problema fisico.

A Melbourne sarebbe arrivata in finale, perdendo contro un'incontenibile Mary Pierce, ma i punti accumulati nei precedenti dodici mesi le avrebbero permesso di effettuare il sorpasso. Fu un passaggio epocale, che oggi compie 25 anni.

La Graf gliel'avrebbe fatta pagare, battendola in altre quattro finali Slam (due a Parigi, due a Wimbledon: il bilancio totale degli scontri diretti dirà 28 a 8 per la tedesca), ma Arantxa si sarebbe tolta l'ultima soddisfazione Slam nel 1998, quando si sarebbe aggiudicata per l'ultima volta il Roland Garros.

Col tempo, le sue gambe tozze ma scattanti si sarebbero arrese all'usura, fino al ritiro celebrato a fine 2002. Sarebbe tornata nel 2004 per giocare alcuni tornei in vista delle Olimpiadi. La partecipazione ad Atene sarebbe stata la sua quinta Olimpiade: all'epoca fu record, poi superato dalle sorelle Williams.

Nel 2007 sarebbe entrata nella Hall of Fame in virtù di un palmares straordinario, ma forse nemmeno i quattro Slam in singolare (ne avrebbe intascati altri 6 in doppio) hanno eguagliato la soddisfazione di quel 6 febbraio 1995.

Erano ancora lontani i tempi di Rafa Nadal: quel giorno, Arantxa divenne la prima spagnola (uomini compresi) a diventare numero 1 del mondo. Nel libro a lei dedicato, “Arantxa Sanchez Vicario: Fighter, Survivor, Champion”, scritto nel 2000 da Caroline Burnet e Caroline Harding, disse: “Non avrei potuto essere più felice, non dimenticherò mai quel giorno, quando tutto è diventato ufficiale.

Per me è stato un sogno diventare numero 1. I sacrifici e il duro lavoro hanno pagato”. Quando qualcuno insinuò che la leadership fosse dovuta all'assenza della Seles e ai problemi della Graf, negò con forza: “Non è così.

Ho lavorato duramente e nessuno mi ha regalato nulla”. Dopo il ritiro, la sua vita non sarebbe stata così semplice. Il matrimonio con Josep Santamaria, imprenditore-truffatore, le ha creato più di un problema con la famiglia e parecchi guai col fisco spagnolo.

Ancora oggi, Arantxa deve fronteggiare le conseguenze di una storia che le ha comunque lasciato due figli. Ma le emozioni di 25 anni fa, quando fu capace di "umanizzare" il tennis femminile, non le saranno mai portate via.