Holger Rune, il James Bond del tennis: "Non sarò mai n.2. Il n.2 è una m... "


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Holger Rune, il James Bond del tennis: "Non sarò mai n.2. Il n.2 è una m... "

Quando si vive in un Paese ad qualità della vita, è difficile cadere in fanatismi. Per questo, in Danimarca c'è stata giusto un po' di commozione per il ritiro di Caroline Wozniacki, splendida ambasciatrice di una piccola nazione incastonata tra Germania e Mare del Nord.

Però il senso di vuoto rimane, perché Caroline ha creato nuovi orizzonti laddove non c'era alcuna tradizione. Dietro l'angolo, tuttavia, spinge un nuovo potenziale fenomeno, stavolta al maschile. Holger Vitus Nodskov Rune deve ancora compiere 17 anni, ma non si accontenta di essere la grande speranza del tennis danese.

Vuole di più. In comune con la Wozniacki c'è una grande passione: “Sono un grande combattente. Quando fisso un obiettivo, di solito lo raggiungo in anticipo” dice di sé il nativo di Copenaghen.

Grande appassionato della saga di James Bond, vive e respira tennis guardando più partite possibili. “Nel tennis non esiste la perfezione – dice – la puoi vedere, ma non la puoi raggiungere. Si può sempre migliorare ed è quello che mi piace.

È il mio sport preferito e voglio continuare a crescere”. Lo scorso anno è stato numero 1 ITF tra gli Under 18, ereditando la leadership dal nostro Lorenzo Musetti. Tra i suoi successi, Santa Croce sull'Arno e – soprattutto – il Roland Garros e le ITF Junior Finals a Chengdu.

Sebbene possa giocare tra i ragazzini fino a tutto il 2021, ha scelto di tuffarsi nel tennis dei grandi. Gli hanno dato qualche wild card: nelle qualificazioni di Auckland ha fatto una buona figura contro Vasek Pospisil, ma la strada è ancora lunga.

Rune si è avvicinato al tennis per imitare la sorella Alma, la prima in famiglia a prendere una racchetta in mano. Ben presto, tuttavia, si è capito chi avrebbe avuto successo con il tennis. Da buon millennial, la tecnologia è parte integrante della sua vita, tuttavia è un ragazzo estroverso, alla mano.

“Parlo molto, generalmente sono io a inaugurare la conversazione”. Più che i titoli junior, ricorda con piacere le prime esperienze nel tour, come l'esordio in Coppa Davis o la prima partita vinta in un torneo Challenger (passando un turno a Blois, è diventato il sesto più giovane a riuscirci: aveva 16 anni, 1 mese e 18 giorni).

Nella delicata transizione da junior a professionista, si sta rendendo conto che un buon dritto o un buon servizio non sono la discriminante. I margini possono essere minimi, mentre la differenza sta nella capacità di gestire le situazioni.

Per questo, Rune ha scelto di affidarsi a un mental coach per acquisire il coraggio e la qualità di tirare il colpo giusto al momento giusto. Si chiama Lars Robl e ha un passato addirittura nelle Forze Speciali Danesi.

La strategia ha funzionato al Roland Garros, quando si è complicato la vita durante la finale contro l'americano Toby Kodat. Sciupò un paio di matchpoint e perse il secondo set. Uno stop per pioggia gli ha dato la possibilità di parlare con Robl: risultato? Ha dominato il terzo, imponendosi 6-0.

“Voglio imparare certe cose il prima possibile – dice Rune – dovessi riuscire ad essere mentalmente solido, sarò sempre migliore dei miei coetanei. Aspettare può essere deleterio: meglio imparare il prima possibile come comportarsi in situazioni difficili”.

Allenato dal connazionale Lars Christensen, ha scelto un mentore d'eccezione in Patrick Mouratoglou. Il tecnico francese è una voce molto influente nel suo sviluppo. “Quando fa un salto nel mio campo di allenamento e mi dice qualcosa, lo ascolto con attenzione perché è un grande coach – dice Rune – è sempre molto attento e nota ogni dettaglio.

Trova sempre qualcosa che posso fare meglio: sono fiero di far parte del Team Mouratoglou”. Numero 852 ATP, lo scorso autunno aveva le idee chiare in vista del 2020: stabilirsi nel circuito Challenger ed entrare tra i top-300.

Poi gli è capitato di chiacchierare con Alexander Zverev a Londra, durante le ATP Finals, e ha cambiato idea: vuole entrare tra i top-100, il Santo Graal per ogni aspirante professionista. Il suo punto di riferimento è Jannik Sinner, protagonista di una scalata impetuosa.

“In effetti io e Sinner abbiamo un bel po' di somiglianze: abbiamo buoni fondamentali, un buon servizio, un discreto gioco di volo e ci muoviamo bene. È un tennista completo, a tutto campo”. Lo scorso novembre, Rune ha avuto la possibilità di vivere il dietro le quinte delle ATP Finals.

Nelle vesti di sparring partner, gli è capitato di palleggiare con tutti i più forti: Federer, Djokovic, Zverev e il futuro vincitore Tsitsipas. È stato una sorta di amuleto, poiché tutti e cinque hanno vinto il loro match dopo aver palleggiato con lui.

Dopo aver annusato l'atmosfera della 02 Arena si è spostato a Boca Raton, in Florida, insieme ad altri elementi del Team Mouratoglou. C'erano Coco Gauff, Cristopher Eubanks e – ovviamente – Serena Williams.

Potendo allenarsi con tennisti più esperti, si è reso conto di quanto siano diversi i sistemi di allenamento. “Gli over 30 hanno le idee più chiare, sanno cosa devono fare e ci si dedicano al 100%.

Hanno bisogno di un po' di tempo, dai 30 ai 60 minuti, per sentirsi bene. A Londra ho imparato molto sul loro comportamento fuori dal campo, e su come preparano le partite”. Principi a cui crede molto, ribaditi in un post scritto per il sito dell'ITF.

“Ho giocato poche partite da professionista, ma ho già capito che è fondamentale concentrarsi su ogni punto: tra i ragazzi, invece, non era necessario”. Pensando al match contro Pospisil, ha ammesso di essersi disunito dopo aver perso il primo set.

“Ho seguito il mio piano di gioco per tutto il primo set e l'ho perso 7-5, poi ho iniziato a cercare altri modi per vincere il punto... rendendomi conto che avrei dovuto continuare così. È stato un insegnamento importante”.

Di certo non gli mancano coraggio e ambizioni: quando era piccolo e giocava con la sorella, infurato per una sconfitta, si mise a provare il movimento di dritto e rovescio in salotto, senza pallina. In camera c'erano i poster di Roger Federer e Rafael Nadal, ma un giorno li strappò via dopo aver perso una finale: “Non voglio essere il numero 2.

Essere numero 2 è una m...”. . Aneddoti raccontati da mamma Aneke, che le fa anche da manager. Per questo, i suoi obiettivi vanno presi sul serio: vuole i top-20 entro tre anni, proprio come riuscito a Felix Auger Aliassime. Dalle parti di Copenaghen, anzi, Charlottenlund (dove vive con i genitori) non aspettano altro.