È peggior torneo ATP dell'anno, ma va tutelato



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È peggior torneo ATP dell'anno, ma va tutelato

"I ricchi sono sempre più ricchi, mentre i poveri sono sempre più poveri". Quante volte abbiamo sentito questa frase, in faccende ben più delicate del tennis? Tuttavia, sembra che la forbice tra ricchezza e povertà sia sempre più evidente anche nel nostro mondo.

Se la faccenda è ben nota per i giocatori, è così anche per i tornei. Se il circuito WTA ha perso il torneo di Budapest, ad appena quindici giorni dallo svolgimento, in questi giorni si sta giocando il torneo ATP di Pune, ex Chennai, per la prima volta collocato subito dopo l'Australian Open.

Uno spostamento che ha stravolto l'evento indiano, il cui montepremi è di tutto rispetto. Nato nel 1996, ha avuto vincitori di livello assoluto come Enqvist, Rafter, Moyà, Cilic, Wawrinka (quattro volte), Bautista Agut, Anderson e molti altri.

Per anni si è giocato al caldo di Chennai, poi l'uscita di scena dello sponsor AIRCEL ha convinto IMG (proprietaria della licenza) a cambiare sede, trovando spazio a Pune, nella regione Maharashtra, peraltro con un sostanzioso aumento di montepremi.

A Chennai non l'avevano presa bene, promettendo battaglia legale, ma ormai i buoi erano scappati. Qualora fosse rimasto un po' di rancore, oggi potrebbero sogghignare: la rivoluzione in calendario ha obbligato a uno spostamento in data meno attraente, subito dopo l'Australian Open.

Fino all'anno scorso, nonostante la concorrenza di Doha e Brisbane, gli indiani riuscivano comunque a portare qualche buon giocatore. Quest'anno, francamente, è un disastro. Se escludiamo la prima testa di serie Benoit Paire (n.21 ATP), alle sue spalle ci sono Ricardas Berankis (n.69) e Stefano Travaglia (n.74).

Con tutto il rispetto per il lituano e l'azzurro, non valgono la testa di serie n.2 e n.3 di un torneo ATP. Il paragone con gli altri tornei della settimana è impietoso: a Montpellier, il numero 3 del seeding è Denis Shapovalov (n.13), mentre a Cordoba è Cristian Garin (n.36).

Con appena otto top-100 in tabellone, Pune è uno dei tornei più deboli nella storia del circuito ATP. Per carità, il successo di un torneo non è decretato dalla classifica ATP dei partecipanti, ma l'appeal sì.

Parliamoci chiaro: ci sono stati dei Challenger con un campo di partecipazione ben più intrigante del Maharashtra Open. D'altra parte non c'erano molte alternative: il varo dell'ATP Cup ha fagocitato tutti gli eventi pre-Australian Open (resiste solo Doha, che peraltro ha fatto un passo indietro e già pensa al cambio data, nonostante abbia un peso monetario ben diverso e abbia attirato due top-20: Wawrinka e Rublev), dunque Pune doveva spostarsi.

Ci si domanda se la data attuale sia la migliore possibile. Al netto delle ansie per il Coronavirus, la collocazione geografica non troppo distante dalla Cina consiglierebbe uno spostamento a settembre, per “lanciare” la stagione asiatica.

L'ATP aveva pensato a questa soluzione, ma gli indiani hanno rinunciato per difficoltà organizzative in quel periodo dell'anno. C'è anche un problema di clima, visto che a Pune fa decisamente più freddo rispetto a Chennai e settembre è il periodo dei monsoni.

E allora l'ATP ha spostato Sofia, riservando all'India lo slot che fino allo scorso anno era stato del torneo bulgaro. La qualità del tabellone e lo scarso pubblico dei primi giorni, beh, inducono al pessimismo.

L'edizione in corso è tristemente storica: non accadeva dal 2003 che l'ex Chennai Open non avesse neanche un top-10 in tabellone. Allora, il seeding era guidato dal n.15 Guillermo Canas. “I giocatori sono stati in Australia per un mese, in condizioni difficili, e probabilmente vogliono tornare a casa – ha detto Sunder Lyer, segretario generale della Maharashtra State Lawn Tennis Association, che un paio d'anni fa si è assunta gli oneri organizzativi – adesso il circuito si sposta in Europa e in Sudamerica ed è più facile giocare lì.

A settembre non avremmo potuto organizzare un buon torneo, mentre competere con Doha sarebbe stato un suicidio per ragioni economiche”. A dirigere il torneo c'è Prashant Sutar, il quale ha ammesso le difficoltà. “Abbiamo contattato diversi giocatori, ma tutti ci hanno detto che avrebbero preferito tornare in Europa - racconta - in particolare quelli che hanno perso nei primi due turni in Australia non avevano voglia di rientrare in Europa e poi spostarsi nuovamente in India.

Affronteremo con forza questo argomento con l'ATP, il calendario dei tornei in Asia deve essere fortemente rinnovato”. È andata ancora bene, visto che sono riusciti a coinvolgere il francese Benoit Paire, che a rigor di logica avrebbe dovuto essere a Montpellier.

Senza di lui, non avrebbero avuto neanche un giocatore compreso tra i primi 65. Nonostante i numeri, Sutar ritiene che il torneo sia ancora sostenibile sul piano finanziario. “In fondo il nostro obiettivo è lanciare i tennisti indiani e asiatici, dunque non ci sono stati problemi con gli sponsor: ci staranno vicini fino al 2022.

Alla fine ci sono cinque indiani in tabellone, speriamo che tra questi possa esserci anche il vincitore: in fondo, l'obiettivo di questo torneo è creare un beneficio ai tennisti di casa”. Con le eliminazioni di Nagal e Ramanathan, le aspettative sono tutte sul miglior giocatore indiano, Prajnesh Gunneswaran, per ora unico locale negli ottavi (in attesa dell'esordio di Sasikumar Mukund).

“Si tratta di un torneo che fa bene agli indiani – dice – io e Nagal siamo stati ammessi direttamente in tabellone, quindi c'era spazio per alcune wild card. Non capita tutte le settimane, speriamo di cogliere buoni risultati e raccogliere punti per la classifica mondiale”.

Non sta andando esattamente così, ma tant'è. Tuttavia, il futuro del torneo non sembra a rischio: Sutar è un tipo combattivo e chiederà all'ATP garanzie importanti in merito alla presenza di alcuni top-players.

Proprio per questo, in questi giorni incontrerà Allison Lee, vicepresidente esecutivo dell'ATP. Il torneo di Pune non è fine a se stesso, ma fa parte di un pacchetto che comprende un'accademia per l'alto livello, già capace di coinvolgere circa 50 giocatori.

“Fino a oggi, in India si è giocato a tennis soltanto nelle grandi città – racconta – adesso non abbiamo top-100, ma se troviamo un leader emergeranno nuovi talenti. Per questo è fondamentale portare il tennis anche nei sobborghi.

Stiamo investendo molto in questo senso: abbiamo un ottimo centro a Balewadi, laddove si allenano i numeri 1 del Paese Under 12 e 14”. E allora c'è da sperare che il Maharashtra Open possa restare a galla, magari con qualche nome in più.

La situazione attuale è irrispettosa per un evento dal valore sociale molto elevato, ben più ampio rispetto alle immagini che filtrano in TV.