Djokovic, 10 marchi tedeschi e la strada per diventare il più grande


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Djokovic, 10 marchi tedeschi e la strada per diventare il più grande

Se Novak Djokovic dovesse vincere la finale contro Dominic Thiem, intascherebbe oltre 4 milioni di dollari australiani, l'equivalente di 2 milioni e mezzo di euro. Cifra impressionante, ma il serbo non ha bisogno di questi soldi.

Limitandoci ai soli premi ufficiali, è il tennista più ricco nella storia del tennis. È stato il primo a varcare la soglia dei 100 milioni di dollari, e prima dell'Australian Open era arrivato a 140.228.279, circa undici milioni in più di Roger Federer, senza contare i centinaia di milioni intascati in contratti pubblicitari.

Eppure non è sempre stato così. Tanti anni fa, tra un'intervista alla TV serba in cui dichiarava di voler diventare il numero 1 del mondo, pomeriggi pieni di speranze a tirare pallate contro il muro di Kopaonik (oggi crivellato di colpi, estremo simbolo della Guerra nei Balcani), e le prime lezioni con la coach-mamma Jelena Gencic, la sua famiglia si riunì attorno al tavolo della cucina del loro appartamento in affitto, a Belgrado.

Papà Srdjan gettò sul tavolo una banconota da 10 marchi tedeschi. “È tutto quello che ci è rimasto – disse – dobbiamo restare uniti e affrontare la nostra strada”. Novak non ricorda esattamente il momento, ma ne ricorda la simbologia.

È stato un momento “potente”, uno dei più formativi della sua vita. Nel 1999, appena dopo aver festeggiato la fine dei bombardamenti NATO, i Djokovic trovarono il modo di lasciare la Serbia e trovare ospitalità presso l'accademia di Niki Pilic, in Germania.

Fu l'inizio di un percorso che a Melbourne gli vedrà giocare la 26esima finale Slam, ennesimo mattoncino di un palazzo che – a fine carriera – potrebbe portarlo ad essere il tennista più vincente di tutti i tempi.

Dovesse intascare l'Australian Open per l'ottava volta, si porterebbe a diciassette Slam, ad appena tre lunghezze da Roger Federer e due da Rafael Nadal. Rispetto a loro, è più giovane. Federer ha 6 anni più di lui, Nadal uno solo, ma è vincente soprattutto sulla terra battuta.

A differenza dello spagnolo, Nole ha detto chiaramente che il suo obiettivo è centrare il record di Slam. Sta lavorando per questo, anche se la sua vita è cambiata negli ultimi anni. Prima il tennis era l'unica cosa che conta, adesso è solo una parte – sia pure cruciale – di una vita con nuove priorità.

Il matrimonio, intanto. L'unione con Jelena Ristic ha fruttato due eredi, Stefan (5 anni) e Tara (2). I Djokovic risiedono a Monte Carlo, laddove non si pagano le tasse e tanti giocatori si sono rifugiati, attirati anche dal clima e dalla possibilità di effettuare allenamenti di livello.

25 anni fa, la giornata iniziava cercando di capire se la pizzeria-ristorante dei genitori aveva fruttato a sufficienza per arrivare a fine giornata. Oggi si sveglia presto, e dal balcone di casa osserva il Mar Mediterraneo dopo aver preparato un succo di frutta.

Prima di accompagnare Stefan a scuola, c'è la piacevole abitudine di una sessione di abbracci, canti e yoga. Eredità del controverso periodo in cui Novak aveva abbracciato le teorie di Pepe Imaz, coach spagnolo, definito “guru” dalla stampa mainstream.

Il suo arrivo è coinciso col peggior momento di Nole, almeno sul piano dei risultati, e portò alla fine al rapporto con Boris Becker. Pur avendo allentato il legame con Imaz, crede ancora nel rituale degli abbracci.

“Tutti parlano di trofei, risultati, record... - ha detto Djokovic in un'intervista-confessione con il New York Times – e sono orgoglioso di far parte del dibattito, ma oggi il tennis è una delle piattaforme della mia vita, non certo un'ossessione”.

È finito il periodo in cui l'unica ragione della sua esistenza era vincere un trofeo, magari battendo Federer e Nadal. Nei primi anni, era ossessionato da chi gli stava davanti. Non si rassegnava all'idea di essere il “Terzo Uomo”, il Fiorenzo Magni del tennis.

Ce l'ha fatta e adesso attraversa una nuova fase. “Lungo il mio percorso, sono arrivato a un punto in cui la mia vita va oltre tutto questo”. Oggi Novak trova benessere tramite la sua fondazione benefica, molto attiva nel dare una chance ai bambini che non avrebbero la possibilità di andare a scuola.

A quasi 33 anni (li compirà a maggio), ricorda un po' l'ultimo Agassi, quello che aveva trovato nuova linfa grazie a Steffi Graf e alla scuola fondata a Las Vegas. Anche per questo, nel momento peggiore l'ha voluto a tutti i costi nel suo angolo, anche senza mettere nero su bianco la partnership con un contratto.

Non è andata troppo bene, ma i due rimangono in buoni rapporti. “Agassi è stato una persona molto influente nella mia vita. Mi ha permesso di rendermi conto di ciò che voglio. Se vedi le cose da una prospettiva più ampia, la visione cambia”.

Non è facile categorizzare Novak Djokovic. Ancora oggi, Roger Federer è abbinato alla bellezza, mentre Rafael Nadal è il guerriero per eccellenza. Come definire Djokovic, l'uomo che ha spezzato la rivalità perfetta? Per intenderci, mentre Federer-Nadal si è giocato “appena” 40 volte, lui ha sfidato per 55 volte lo spagnolo e per 50 lo svizzero.

Vanta un saldo positivo contro entrambi. La parola per inquadrarlo arriva da Marian Vajda: il serbo sarebbe il “ricercatore”. “Anche quando tutto è perfetto, vuole cambiare qualcosa” racconta il coach slovacco, tornato al suo angolo un paio d'anni fa.

Ha scelto una dieta priva di glutine, si è dedicato alla meditazione, si è portato una camera iperbarica durante alcuni tornei (con annesse polemiche), e ha cambiato più volte il movimento del servizio.

L'ultima evoluzione è arrivata con Goran Ivanisevic, il quale lo ha convinto a tirare la seconda palla ben oltre i 180 km/h. Sempre il croato gli ha suggerito di dedicarsi a cose più “basiche” e lasciar perdere numeri e statistiche: da qui, la separazione con lo Strategy Analyst Craig O'Shannessy (che invece prosegue la collaborazione con Matteo Berrettini).

“Il requisito numero 1 per essere sempre al meglio è il desiderio di migliorare e crescere sotto ogni aspetto – dice Djokovic – lo pensa anche Federer e sono d'accordo. Stagnare vuole dire regredire”.

La maturazione di Djokovic si è vista nel diverso approccio nei due match più importanti della sua carriera: la finale di Melbourne 2012 e quella di Wimbledon 2019. In Australia , contro Nadal, fu battaglia fisica, animalesca, quasi “mistica”.

A Londra si è affidato a una suprema forza mentale per superare Federer. “Ero più consapevole di quello che stava accadendo”. L'intervista è stata realizzata a Monte Carlo, laddove si trovava anche Andre Agassi, oggi al fianco di Grigor Dimitrov.

I due si sono incrociati e, tra un abbraccio e l'altro, Andre ha detto sicuro: “Alla fine, Nole sarà riconosciuto come il migliore dei Big Three”. Forse sarà così perché non ha mai dimenticato il suo passato, ma non lo fa pesare e non lo ostenta come se fosse una medaglia.

Questa maturità è rappresentata dall'atteggiamento verso i figli. Non gli accadrà mai di sbattere una banconota da 10 euro sul tavolo della cucina: vuole che Stefan e Tara conoscano il suo passato, ma senza esserne gravati.

“Non voglio che si lamentino del fatto che io non ho avuto niente e poi faccio pesare che loro, invece, hanno avuto tutto. I miei figli sono nati in questa famiglia e in queste circostanze. Lo devo rispettare”. La strada per diventare il GOAT, almeno secondo i numeri, è anche questa.