Sofia Kenin, la Guerra Fredda e i 286$ nelle tasche di papà


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Sofia Kenin, la Guerra Fredda e i 286$ nelle tasche di papà

La Guerra Fredda è finita oltre trent'anni fa: meno male, altrimenti Sofia Kenin avrebbe rappresentato un problema per la propaganda sovietica. Chissà cosa avrebbe scritto, pur di screditare lei e la sua famiglia, la Komsomol'skaja Pravda.

Non avrebbero mai potuto accettare che una famiglia di connazionali abbia scelto di vivere negli Stati Uniti, salvo poi tornare in Russia soltanto per farla nascere, e poi fuggire nuovamente nel cuore del capitalismo. Visto che la propaganda si nutre di simboli, avrebbero scatenato chissà quale campagna per denigrare Sofia, talmente yankee da dipingere la bandiera a stelle strisce sul telaio della sua racchetta.

A differenza di Maria Sharapova, (peraltro suo idolo d'infanzia) ha scelto di rappresentare gli Stati Uniti. In tasca c'è soltanto il passaporto americano, anche se le tracce culturali della sua famiglia trovano sfogo nella sua (bella) casa di Pembroke Pines, Florida, laddove vive con papà Alexander e mamma Svetlana.

A casa si parla russo, ancora oggi la lingua preferita dal papà-coach. Non a caso, durante la cavalcata della figlia verso la finale dell'Australian Open, ha risposto in russo alle domande degli inviati di Eurosport.

Eppure vive negli Stati Uniti da oltre 30 anni, quando ottenne finalmente il visto per trasferirsi negli Stati Uniti dopo essere transitato da Austria e Italia. Era il 1987 e la Perestrojka strava facendo il suo corso, che da lì a poco avrebbe portato alla dissoluzione dell'Unione Sovietica.

La moglie è una qualificata infermiera, mentre lui ha vissuto un po' alla giornata. Una volta sbarcati a New York (hanno vissuto a Brooklyn e al Queens) con appena 286 dollari in tasca, studiava informatica di giorno e faceva il tassista di notte.

Sofia non era ancora nei loro pensieri. Nel 1998, quando lei è rimasta incinta, sono tornati in Russia per far nascere la piccola e usufruire dell'aiuto dei parenti. Ma i Kenin non ne volevano proprio sapere, di restare in Russia.

Pochi mesi dopo la nascita di Sofia sono tornati in America. La bionda Sofia giocava con le bambole, ma si divertiva anche con palle, palline e tutto quello che rotolava. E allora papà Alexander, che giocava a livello amatoriale, l'ha portata su un campo da tennis.

Il primo a notare le sue qualità è stato Rick Macci, già al fianco delle sorelle Williams quando erano poco più che bambine. “Appena l'ho vista sono rimasto impressionato, è stata la cosa più spaventosa che avessi mai visto su un campo da tennis – racconta – era unica nella coordinazione occhio-mano, e aveva la capacità di colpire la palla subito dopo il rimbalzo.

Lo fanno in molti, ma lei era in grado già da piccola, quando la racchetta era ancora più grande di lei. Prima di Sofia, l'ultima a cui avevo visto fare qualcosa del genere è stata Martina Hingis”.

Chissà se Sofia – anzi, Sonya, come ama farsi chiamare – metterebbe la firma per una carriera alla Hingis. Probabilmente sì, perché cinque Slam non sono uno scherzo. Di sicuro le piacerebbe imitarla nel primo: nel 1997, la svizzera vinse il suo primo Major proprio a Melbourne.

Dovesse battere Garbine Muguruza, potrebbe alzare proprio il Daphne Akhurst Trophy. Sarebbe il coronamento di due settimane straordinarie, in cui ha rimandato a scuola le ambizioni di Cori Gauff, cancellato il sogno arabo di Ons Jabeur e distrutto i sogni degli australiani, battendo Ashleigh Barty in una gran semifinale.

Per lei è una rivincita. Se è vero che la popolarità l'ha abbracciata molto presto, molti l'avevano dimenticata. E lei se l'era legata al dito. In questi giorni è diventato virale un vecchio filmato che la ritrae ad appena sette anni di età, in cui diceva che le sarebbe piaciuto diventare numero 1 del mondo, e che sarebbe stata in grado di rispondere al servizio-bomba di Andy Roddick, allora il più potente del circuito.

Giornali e TV si occuparono di lei, ma non la presero troppo sul serio. La trattarono più come un fenomeno da baraccone, dimenticandola presto. E allora oggi è il momento di togliersi qualche sassolino: “Non sono scioccata da questo risultato – ha detto – è un sogno che diventa realtà, ma ho sempre creduto di farcela.

Me lo sentivo sin da piccola, anche se non sapevo quando sarebbe successo”. Non ci ha impiegato molto, prendendosi una gustosa rivincita nei confronti di chi non l'aveva presa sul serio, e magari versa fiumi d'inchiostro per raccontare la crescita della Gauff.

Batterla lungo il cammino, beh, deve essere stata una viva soddisfazione. “In effetti la gente non mi ha mai prestato attenzione – racconta – per ottenere il giusto riconoscimento ho dovuto avere grandi successi, e l'ho fatto.

Adesso l'attenzione c'è e mi piace, non posso negarlo. In queste due settimane il mio telefono è letteralmente impazzito”. Sofia arriva a giocarsi una finale Slam grazie a se stessa e alla fiducia del padre, che è anche il suo coach.

Non ha un particolare background, ma tra i due c'è un rapporto speciale. Non si tratta di un padre-padrone, ma di una persona che vuole davvero il bene della figlia. “Credo che avrà grande successo e rimarrà a lungo tra le top-10” ha detto Rick Macci, che l'ha allenata fino ai 12 anni di età.

Oggi la responsabilità tecnica è tutta nelle mani di Alexander Kenin, il cui sguardo pacioso è ben distante da quello severo di tanti – troppi – genitori del tennis. Più che i successi, di lei si ricordavano le foto con Anna Kournikova o l'esibizione giocata anni fa insieme a Jim Courier, contro Todd Martin e Venus Williams.

Meno interesse per i suoi risultati, anche se è stata un'ottima junior (n.2 ITF e finalista allo Us Open). Nel 2015 ha vinto anche i Campionati Nazionali Under 18, grazie ai quali ha ottenuto una wild card per lo Us Open.

Ancora oggi è il torneo dei suoi sogni. Al di là delle stelle e strisce dipinte sul telaio della sua racchetta, Sofia ostenta il suo amore per il Paese adottivo. Intanto ha conquistato la Fed Cup Junior nel 2014 e ha sempre risposto presente alle convocazioni nelle varie rappresentative, Fed Cup compresa.

Indossa spesso il cappellino della nazionale: lo farà anche i prossimi 7-8 febbraio a Everett, nei pressi di Washington, per il match contro la Lettonia che mette in palio un posto per le Fed Cup Finals. E poi va matta per New York: non che stia male in Florida, ma il suo sogno è vivere a Manhattan: “Forse per quello che ho visto su Gossip Girl, ma adoro luoghi come Central Park e Fifth Avenue, pieni di negozi in cui fare shopping”.

La sua forza di volontà, unita a una notevole capacità di apprendimento, l'ha portata a migliorare moltissimo, anno dopo anno. Nel 2018 è entrata tra le top-100, poi lo scorso anno si è aggiudicata i primi tre titoli WTA (Hobart, Maiorca e Guangzhou), eguagliando Ashleigh Barty come giocatrice più vincente sul cemento all'aperto, con ben 38 partite vinte.

Ha fatto da riserva alle WTA Finals (giocando una partita), poi l'abbiamo vista al WTA Elite Trophy. Non è potente come la Keys, non è rapida come la Stephens e nemmeno esplosiva come la Gauff, ma con le sue qualità si è costruita un tennis robusto e un futuro ancora più roseo.

Tempo fa, aveva fatto coppia con Andrea Petkovic: “Sofia è un robot – aveva detto la tedesca – per batterla devi veramente metterla KO. E poi è straordinaria sul piano mentale: assorbe alla grande i momenti negativi e riparte come se niente fosse”.

Tutte qualità mostrate a Melbourne, ma non si tratta di un punto d'arrivo. L'Australian Open può essere l'inizio di una nuova carriera, fondata sul coraggio e l'ostinazione. “Non avrebbe paura di giocare nemmeno contro Nadal – dice Rick Macci - ma è sempre stata così: da piccola giocava con i ragazzi e si comportava come se non avesse mai perso.

E comunque, il giorno dopo chiedeva di poterci giocare ancora. Molti scappano di fronte alle difficoltà, ma lei e il padre no”. E pensare che nel 2017 è stata a tanto così dal mettere in quarantena la sua carriera per frequentare il College.

Aveva ottenuto una borsa di studio presso l'Università della Florida, ma all'ultimo respiro ha centrato un terzo turno allo Us Open che l'ha convinta a scegliere il tennis. “Diciamo che quel risultato ha reso più facile la scelta” disse, dopo aver intascato 140.000 dollari.

A Melbourne si è già garantita oltre 2 milioni di dollari australiani, l'equivalente di 1.400.000 dollari americani. Mica male, soprattutto per papà Alexander e quel ricordo di 286 dollari nel 1987, quando il presidente degli Stati Uniti era Ronald Reagan e la numero 1 del mondo era Martina Navratilova, poi detronizzata da Steffi Graf.

Un uomo che ha dedicato tutto se stesso alla crescita della figlia. “Se avessi saputo quello che avrei dovuto passare per arrivare fino a qui, non so se lo avrei fatto – chiosa il padre – per fortuna, non lo sapevo”. Già, per fortuna.