Basta casi Mouratoglou: la WTA legalizza il coaching!



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Basta casi Mouratoglou: la WTA legalizza il coaching!

La regola è costata un Open degli Stati Uniti a Serena Williams, con annesse polemiche. Da quando il maggiore Walter Clopton Wingfield ha brevettato il gioco del tennis, il “coaching”, ovvero la comunicazione tra un giocatore e il suo coach, è consentito soltanto nelle gare a squadre.

Con la spettacolarizzazione del gioco, le cose sono cambiate. In principio è stata l'ATP, sul finire degli anni 90, a consentire il “coaching” ai cambi di campo. L'esperimento è durato poco. Ben più decisa la WTA, che qualche anno fa ha puntato molto sulla novità per rendere ancora più accattivante il circuito femminile.

Se chiamato dalla giocatrice, il coach può scendere in campo una volta per set (oltre ai momenti in cui l'avversaria esce dal campo o si fa trattare dal fisioterapista), armato di microfono, in modo che il dialogo possa essere ascoltato in mondovisione.

Tuttavia, è rimasto il divieto di comunicare tra un punto e l'altro. Una norma costantemente disattesa da molti allenatori, e spesso tollerata dagli arbitri. Nei tornei minori è capitato che un arbitro si mettesse d'accordo col coach: “Senti, mettiti dietro di me, così io non posso vederti e non ti do alcuna penalità”.

Illegalità tollerata, un muoversi nel grigio che stava bene a tutti. Le cose sono cambiate nel settembre 2018, durante la finale dello Us Open femminile, quando Carlos Ramos ha comminato un warning a Serena Williams per un “coaching” di Patrick Mouratoglou.

L'arbitro portoghese fu un po' fiscale, ma si limitò ad applicare il regolamento. E Mouratoglou ammise la "colpa", scagliandosi contro il regolamento. L'americana perse la partita e poi il controllo, andando su tutte le furie tirando in ballo sessimo e razzismo che, in quel momento, non c'entravano nulla.

La scena potrebbe non ripetersi più, almeno nei tornei del circuito. È di pochi giorni fa la notizia che il coaching dalla tribuna sarà legalizzato. Ne ha dato nozia ESPN, aggiungendo che si tratta di una sperimentazione che partirà tra qualche settimana a Dubai e Budapest, salvo poi continuare in tutti i tornei del 2020, sia Premier che International.

La novità arriva sedici mesi dopo i fatti di New York, quando Serena fu punita per i segnali in codice ricevuti da Mouratoglou. “La nuova sperimentazione consentirà ai coach di dare consigli alle giocatrici, direttamente dal box, senza che vengano penalizzati” ha fatto sapere la WTA.

“Che si tratti di comunicazione verbale, qualche parola quando la tennista si trova nello stesso lato, o qualsiasi segnale con la mano, questo tipo di “coaching” dal box sarà permesso" La ragione del cambio risiede nel fatto che le regole attuali sono “difficili da regolare”, oltre alla diffusione sempre più vasta del coaching nel mondo dello sport.

Tuttavia, hanno sottolineato che le nuove norme non cambieranno la tendenza attuale. In altre parole, non dovrebbe esserci più coaching di quanto ce ne sia adesso. Nell'ottobre 2018, un mese dopo i fatti di New York, Patrick Mouratoglou pubblicò un appassionato post su Twitter in cui invocava la legalizzazione del coaching, sostenendo che è già ampiamente utilizzato, e che aiuterebbe la popolarità del gioco.

Sarà ben contento della novità, e con lui tutti i coach WTA. È della stessa opinione Darren Cahill, che nel 2020 è tornato all'angolo di Simona Halep dopo un anno sabbatico. “Sono favorevole a questa innovazione – ha detto l'australiano – ormai sono vecchio e adoro l'intera tradizione del tennis, compresa la sfida uno contro uno e la capacità di risolvere i problemi.

Ma credo che ci stiamo evolvendo. Mettiamo pure da parte i tornei del Grande Slam, ma credo che i circuiti ATP-WTA debbano evolvere, e penso che inserire il coaching sia importante. Possiamo andare oltre la tradizione e fare di più.

Il tennis, inteso come industria, deve evolversi. Ritengo che la WTA stia facendo una buona cosa”. Sul punto si è espressa anche Simona Halep, che si è rifugiata in una battuta. “Spero che Darren non usi la nuova regola per parlare tanto come spesso gli capita!

- ha detto – quando ho saputo la notizia ci ho riflettuto un po' e non ho ancora un'opinione. Sarà interessante: non mi è mai capitato, forse soltanto nel periodo junior, però anche allora c'erano regole restrittive.

Aspettiamo prima di giudicare: sono aperta alla novità”. Ha detto la sua anche Mats Wilander, ex n.1 del mondo e opinionista di Eurosport. A suo dire, la novità ha un senso perché si tratta di qualcosa che sta già accadendo.

“Il caso di Serena e Mouratoglou ha portato la questione all'attenzione di tutti. Per me va bene che ci sia il coaching, a patto che non diventi eccessivo e rumoroso, magari arrivando dall'altra parte del campo, ma non perché può essere ascoltato dall'avversaria.

Visto che spesso le giocatrici parlano una lingua diversa, l'unico problema è che non puoi controllarlo. Tuttavia, ritengo che sia un'ottima mossa della WTA”. Secondo Cahill, tuttavia, le cose non cambieranno molto.

“Fosse già in vigore, credo che lo scarso utilizzo del coaching vi avrebbe sorpreso. Oggi viene visto come un problema perché non è permesso, allora ogni gesto viene visto come coaching, ma se fosse tollerato nessuno se ne accorgerebbe.

In fondo si tratta soltanto di incoraggiare la propria giocatrice: ok, si tratta di coaching, ma non è niente di clamoroso”. Si tratterà di una chance aggiuntiva rispetto al coaching “ufficiale” ai cambi di campo, introdotto nel 2008.

Per adesso, la norma riguarderà soltanto il circuito WTA senza coinvolgere i tornei del Grande Slam, anche se la novità è stata utilizzata in via sperimentale da Australian Open e Us Open, sia pure soltanto nelle qualificazioni e nei tornei junior.

Portare la novità in tornei del circuito, tuttavia, rimane un passaggio storico e cruciale. La sensazione è che il tennis andrà sempre di più in questa direzione.