E se un giorno l'Australian Open si spostasse in Cina?



by   |  LETTURE 3275

E se un giorno l'Australian Open si spostasse in Cina?

Venerdì scorso, quando Serena Williams ha sbagliato l'ultima palla contro Qiang Wang, milioni di persone hanno esultato. Erano gli appassionati cinesi, che rappresentano una grossa fetta degli spettatori globali dell'Australian Open.

Era accaduto qualcosa di più fragoroso nel 2014, quando Na Li vinse il torneo, conquistando una popolarità tale da renderla la sportiva più pagata al mondo. Qiang Wang ha già raggiunto i quarti in uno Slam e ha colto una vittoria indimenticabile, ma a Melbourne la sua privacy non è a rischio.

Può tranquillamente passeggiare per le vie più affollate, senza che nessuno la riconosca. Tuttavia, tramite la TV cinese, decine di milioni di persone stanno facendo il tifo per lei, senza dimenticare Shuai Zhang e tutte le doppiste.

Ai tempi della vittoria della Li, cento milioni di cinesi si radunarono davanti alla televisione. Tre anni prima, quando ha perso la finale contro Kim Clijsters, erano “appena” 60 milioni. Cifre enormi, dal grande valore commerciale per l'Australian Open.

Consentono di aumentare il pubblico globale e offrono notevoli chance di sponsorizzazione: l'ultimo esempio riguarda Luzhou Laojiao, azienda cinese di liquori che ha siglato un contratto di cinque anni per mostrarsi su tutti i campi, oltre a essersi presa il nome del quarto campo per importanza, ribattezzato “1573 Arena”.

In cambio, hanno versato 80 milioni nelle casse di Tennis Australia. Non è un caso che da qualche anno l'Australian Open sia definito “The Asia-Pacific Slam”, come se volesse abbracciare un continente sempre più affamato di tennis.

A oggi (grazie al fuso orario, va detto), l'Asia rappresenta il 40% del pubblico TV globale. In Cina c'è stata una crescita impressionante, con un incremento del 30% negli ultimi due anni. Questi numeri hanno consentito a Tennis Australia di alzare la posta, chiedendo 80 milioni all'anno per i loro partner TV asiatici.

Lo sponsor principale è KIA, azienda automobilistica coreana: si dice che l'accordo abbia fruttato qualcosa come 85 milioni di dollari. Secondo la federtennis australiana, tali manovre servono per garantire il futuro del torneo.

In questo momento, l'accordo con Melbourne è valido fino al 2036 grazie all'enorme investimento dello Stato del Victoria. Il progetto è iniziato una decina d'anni fa e valeva circa 500 milioni di dollari, serviti per una serie di migliorie strutturali, culminate nell'upgrade della Margaret Court Arena: è diventato un impianto da 7.500 spettatori, dotato di tetto retrattile.

Il piano di crescita ha già completato due dei tre lotti, terminati nel 2019. Il terzo lotto è stato possibile grazie a un ulteriore stanziamento di 271 milioni, risalente al 2017. L'ultima fase di riqualificazione vedrà la creazione di una serie di nuovi servizi, tra cui un nuovo campo da 5.000 posti, una terrazza centrale con nuovi spazi per il pubblico e un centro multimediale, più nuovi studi di trasmissione.

Il progetto dovrebbe essere terminato per il 2023. “Il nuovo centro multimediale si chiamerà Centrepiece e avrà uno spazio con mille postazioni di lavoro, sale interviste, un auditorium e studi di trasmissione” ha detto John Harnden, CEO di Melbourne & Olympic Parks.

Il nuovo Show Court sarà il quarto in termini di capienza e avrà un ingresso rialzato per il pubblico, decisamente avveniristico, dando al campo una sorta di atmosfera “sommersa”. “Il Melbourne Park Redevelopment è finanziato dal governo del Victoria – conclude Harnden – si trova a buon punto e farà in modo che Melbourne rimanga la casa dell'Australian Open almeno fino al 2036”.

Ok, ma dopo? Non ci sono dubbi che l'Asia – e in particolare la Cina – adorerebbe ospitare un torneo del Grande Slam. In questo momento, i cinesi hanno già grandi eventi del circuito ATP-WTA. Il China Open di Pechino si gioca in un impianto straordinario, mentre il Masters 1000 di Shanghai è considerato uno dei migliori tornei in circolazione.

Senza dimenticare le WTA Finals, che si sono accomodate a Shenzhen e garantiscono un montepremi impressionante. Stati Uniti a parte, la Cina è l'unico Paese a ospitare tornei ATP 250, ATP 500 e Masters 1000. E allora ci si domanda se al tennis non convenga guardare a quella che, rapidamente, sta diventando la più grande economia sportiva del mondo.

In questo momento, la Cina ha circa 15 milioni di praticanti, mentre gli appassionati sono stimati in circa 330 milioni. Alfred Zhang, direttore del torneo di Pechino, qualche anno fa, disse: “Ospitare un quinto Slam non è un obiettivo realistico nel breve termine, ma è la direzione in cui dovremmo andare.

È la motivazione che ci spinge ad andare avanti”. Se i tornei del Grande Slam nascessero oggi, e fossero basati sul potere commerciale e i mercati più redditizi, la Cina sarebbe il primo posto in cui si recherebbero.

In Asia, la “fame” di grandi eventi è innegabile: nel 2018 le Olimpiadi invernali si sono svolte in Corea del Sud, la Cina ha ospitato la Coppa del Mondo di basket, mentre quella di rugby si è tenuta in Giappone.

Quest'anno ci saranno le Olimpiadi estive di Tokyo, mentre nel 2022 Pechino diventerà la prima città a poter dire di aver ospitato sia le Olimpiadi invernali che quelle estive. Questo è il motivo per cui le idee di spostamento in calendario dovrebbero essere (e in effetti sono) prese con cautela.

In questo momento l'Australian Open è uno dei migliori tornei, con una viva passione popolare e cifre record. Lo stato di salute economica è al massimo, senza dimenticare il sostegno dei giocatori. Salvo ribaltoni (che non ci saranno), il torneo è blindato fino al 2036.

Allora, tuttavia, lo scenario complessivo potrebbe essere molto diverso da oggi. Magari la Cina si sarà stufata di essere un pezzo vitale del puzzle commerciale dell'Australian Open, e ambirà a organizzare un torneo per conto proprio.

Gli incassi attuali permettono di tenere bassi i prezzi dei biglietti, ma qualsiasi errore o passo falso potrebbe portare a un aumento che potrebbe renderli inaccessibili per tanti appassionati. In quel caso, il futuro del torneo (l'unico Slam ad essersi già giocato in sette città diverse) potrebbe anche assumere un aspetto ben diverso. Chissà.