Federer, Melbourne e la sua dichiarazione d'amore al tennis



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Federer, Melbourne e la sua dichiarazione d'amore al tennis

Ci sono partite che rimangono nel cuore. Nella sua infinita carriera, Roger Federer ne ha vinte 1242 (sempre più vicino al record assoluto di Jimmy Connors, fermo a 1274): quella contro Tennys Sandgren non rientra certo tra le migliori, vuoi per la qualità dell'avversario, vuoi perché vale “soltanto” una semifinale Slam, per la 46esima volta nella sua immensa carriera.

Però è una partita che lo fa amare ancora di più, perché l'ha artigliata nonostante un problema fisico che lo ha accompagnato sin da metà del secondo set. Un dolore all'inguine, comparso a metà del secondo set, lo ha messo in grande difficoltà.

“Speri che un medical time out possa risolvere il problema, ma oggi non è stato il caso – ha detto Federer – ormai il terzo set era quasi andato, dovevo soltanto rendermi conto di quello che mi rimaneva.

Soltanto a fine quarto set ho pensato di potercela fare”. A 38 anni e 178 giorni, lo svizzero è il più anziano semifinalista all'Australian Open dai tempi di Ken Rosewall (42 anni e 68 giorni nel 1977).

Considerando tutti gli Slam, per trovare un'impresa simile bisogna andare al mitico Us Open 1991 di Jimmy Connors. La bellezza di questo successo si percepisce guardando al passato: professionista dal 1998, Federer ha vinto tutto quello che c'era da vincere.

Non è una frase fatta: 20 Slam, 103 titoli ATP, Masters 1000, ATP Finals, la Coppa Davis, un oro olimpico (sia pure in doppio). Dopo avere dedicato il 60% della propria vita al professionismo, sarebbe stato legittimo alzare bandiera bianca per una volta.

Una sola volta. Era un pianto per gli occhi, vederlo servire la prima palla a 170 km/h, impotente negli spostamenti laterali (soprattutto verso destra). Il timore di un ritiro aleggiava nell'aria, e nessuno avrebbe potuto imputargli niente.

In quegli attimi difficili, Roger si è reso conto che poteva continuare (“In fondo non so neanche se si possa parlare di infortunio, è soprattutto un fastidio – ha detto Federer – per fortuna non dovrò scendere in campo tra 18 ore, ma avrò due notti per riposarmi bene, oltre ad avere l'ausilio di medici e fisioterapisti.

Speriamo che non sia niente di grave, magari è solo un affaticamento dovuto alle tante ore trascorse sul campo, o magari dai nervi. Sono speranzoso”). Con questa certezza, ha fatto la cosa più bella, ancora più importante rispetto al suo infinito elenco di successi: ha preso coscienza di quello che rappresenta per migliaia, forse milioni, di appassionati.

Non è un giocatore come gli altri, è un esempio, un modello a cui tutti guardano. E allora non poteva mollare, come non gli è mai capitato in 1512 partite. A differenza di molti altri, Federer non si è mai ritirato da un match in corso.

Un record di cui può andare fiero, quasi come l'elenco dei primati pedissequamente elencati su Wikipedia, alla voce “Roger Federer career statistics”. Un record reso possibile da un'attenta gestione di un fisico sempre più logoro, ma soprattutto dall'amore per il tennis.

Un Amore con la A maiuscola. Non si spiega altrimenti lo spirito con cui approccia ogni singolo match e tutto quello che comporta, sia prima che dopo. A 38 anni e mezzo, vive ogni partita con la stessa passione che aveva da adolescente.

Federer non aveva bisogno di vincere questa partita, eppure ha fatto tutto il possibile per riuscirci. Come gli ha ricordato Alex Corretja in una delle tante interviste post-match, a un certo punto si è camuffato da pedalatore spagnolo.

Erano i matchpoint per Sandgren, quando si è limitato a tenere la palla in campo, in sicurezza, stando alla larga dai rischi e spedendo un messaggio all'americano: “Bravo, stai meritando, ma l'ultimo punto te lo devi conquistare”.

E l'americano, glaciale fino a quel momento, non è stato bravo a sufficienza. Nei primi quattro si è fatto paralizzare dalla paura, con altrettanti errori gratuiti, ma poi Federer è salito in cattedra.

Servizio vincente sul quinto, un punto straordinario sul sesto, con passante lungolinea che gli ha apparecchiato una facile volèe, mentre sul settimo ha fatto uscire Sandgren dalla tana con uno slice radente. Quanta passione, quanto amore può esserci dietro una prestazione del genere? Pur di non perdere, ha messo da parte l'abito da cicala e si è tramutato in umile formica, pronto a palleggiare a bassa velocità, con palle alte oltre un metro sopra la rete.

Il tutto con la prospettiva di trovare un Djokovic che sembra inarrestabile ed è molto più fresco di lui. Pochi credono che Roger Federer si riprenderà in tempo per essere competitivo contro Djokovic, ma nulla cancellerà la suggestione di un'impresa che rivaluta le sue doti di combattente e ne esalta il coraggio.

“Ho iniziato ad avvertire dolore verso metà secondo set, dopo che mi ha brekkato – ha detto Federer – a un certo punto non avevo più fase difensiva, inoltre lui giocava bene in ogni settore.

All'inizio stavo bene, poi le cose sono cambiate. Ammetto che giocare all'ombra mi ha aiutato”. E poi, nell'intervista sul campo con Jim Courier, ha ammesso di essere stato “molto fortunato” e che forse “non avrebbe meritato di vincere la partita” Altro grande esempio per chi non conosce l'autocritica ed è sempre pronto a cercare scuse, alibi, attenuanti.

“In realtà ero più stanco dopo il match contro Millman – ha detto – sono fiducioso in un pieno recupero, sento di non aver speso tutto. E se anche dovessi perdere, beh, pazienza: andrò a sciare in Svizzera”.

Non importa come andrà la semifinale contro Djokovic: nel tardo pomeriggio australiano del 28 gennaio 2020, quando si stavano per accendere le luci sulla Rod Laver Arena, Roger Federer ha dimostrato agli (ultimi, pochi) scettici perché è così amato, il più amato di tutti i tempi.

La bellezza del suo tennis e il palmares sono soltanto alcune delle ragioni. Quello che ha messo in campo contro Tennys Sandgren ci ha mostrato tutte le altre. Ci piacciono ancora di più.