Dall'orsetto al koala, il dolce addio di Sweet Wozniacki


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Dall'orsetto al koala, il dolce addio di Sweet Wozniacki

Non crediamo che Craig Tiley, direttore dell'Australian Open, conosca a fondo la storia di Caroline Wozniacki. Mentre la danese salutava il pubblico per l'ultima volta, si è avvicinato alla danese e le ha regalato un grazioso pupazzetto di koala.

Un gesto affettuoso, piccolo omaggio del torneo che l'ha vista vincere il suo unico – agognato – torneo del Grande Slam. Eppure ha avuto una simbologia fortissima per Caroline, una sorta di chiusura del cerchio.

Il perché risale a tanti anni fa, quando era una bambina di belle speranze che sognava di fare qualcosa di importante nel tennis, pur proveniendo da un Paese senza alcuna tradizione tennistica. Aveva perso una brutta partita in un torneo giovanile: nel tragitto di ritorno verso casa (solitamente molto temuto dai baby tennisti, perché può essere il momento dei rimproveri), papà Piotr è uscito dall'autostrada e le ha comprato un orsacchiotto.

“Questo è il tuo premio per essere una grande agonista, ti aiuterà a tenere i piedi per terra e capire quello che è davvero importante”. Quel giorno è iniziata una carriera che l'ha portata a diventare numero 1 del mondo e vincitrice di 30 tornei, tra cui un Australian Open e le WTA Finals.

Una carriera fantastica, in cui ha trascorso 71 settimane guardandole tutte dall'alto. Oggi è finita, ma le lacrime erano di commozione mista a gioia, perché la dolce Caroline ha vinto la sua battaglia. E quel koala tra le mani è stato una sorta di premio finale, come a dirle che ce l'ha fatta.

Ha capito quali fossero le cose davvero importanti, e non ha mai rinunciato a essere una buona persona. A viso ormai asciugato dalle lacrime, durante la conferenza stampa d'addio, le hanno chiesto per cosa le sarebbe piaciuto essere ricordata.

“Spero che mi ricordino come una giocatrice che ha sempre dato tutto, in ogni singolo giorno – ha detto – e magari di essere una fonte di ispirazione per quesi Paesi senza tradizione, che non hanno mai avuto un vincitore Slam o un top-10.

E poi mi piacerebbe aver portato un po' di serenità nello spogliatoio, in un ambiente difficile e competitivo come quello del tennis”. Qualche minuto prima, le avevano domandato che cosa avesse imparato in tanti anni di tennis.

“Non importa il colore della pelle, se sei alto o basso, se sei grande o piccolo. Da qualsiasi posto arrivi, se hai un grande sogno e lavori duro per ottenerlo, tutto è possibile. Io avevo il sogno di vincere uno Slam e diventare numero 1 del mondo, ma tutti pensavano che fosse una follia.

Invece ce l'ho fatta”. Pur senza la potenza di Serena Williams o il talento di tante colleghe, ci ha creduto grazie a una dedizione fuori dal comune, resa possibile (anche) grazie alla motivazione proveniente dall'orsetto regalatole da papà.

Lo porta sempre con sé, e prima di ogni viaggio si ferma a osservarlo. “Succedeva sempre la stessa cosa – raccontava – lo guardo, mi prendo un secondo di pausa e poi penso a quanto sono stata fortunata ad avere così tanto amore nel corso degli anni.

E non posso fare a meno di sorridere”. Quell'amore era rappresentato dalla sua famiglia, tutta unita nel giorno del commiato. Il padre l'ha presa in braccio come faceva da bambina, la madre nascondeva le lacrime dietro gli occhiali scuri, il fratello Patrik piangeva come una fontana e il marito David Lee ha perso per un attimo la sua proverbiale freddezza.

Le hanno voluto tutti bene, perché “Sweet Caroline” (canzone suonata durante il suo ultimo giro di campo) non si è limitata a farsi voler bene. La sua dolcezza era reale, senza secondi fini. Sul campo è stata una grande campionessa.

Ha giocato il suo primo torneo nel 2005 a Cincinnati, grazie a una wild card. Ha conquistato il suo primo titolo WTA nel 2008, a Stoccolma. Ne ha vinto almeno uno all'anno per undici stagioni di fila, diventando una numero 1 un tantino vituperata.

Spesso l'hanno usata come simbolo di una presunta “crisi” del tennis femminile, manco fosse colpa sua se Serena Williams ha riscoperto la professionalità soltanto dopo i 30 anni, o che tante campionesse non sono state continue.

Ha vinto tanti buoni tornei però, in effetti, questo benedetto Slam non arrivava mai. Aveva giocato un paio di finali, entrambe a New York, ma non era mai andata troppo vicina al successo. Nel frattempo aveva preso coscienza della sua bellezza.

Se ne sono accorti anche gli editor di Sports Illustrated, che l'hanno fatta immortalare in costume da bagno per la Swimsuit Edition, in ben tre occasioni. Ha visto quelle foto anche il campione di golf Rory Mcllroy, col quale diede vita a una love story da favola.

Nella notte di Capodanno tra il 2013 e il 2014 le chiese di sposarla: il loro matrimonio avrebbe dovuto essere uno degli eventi più glamour dell'anno. Ci fu l'addio al celibato organizzato da Serena Williams, poi una telefonata spezzò il sogno.

Appena vide le partecipazioni, Mcllroy capì “di non essere pronto” e l'ha scaricata con una telefonata. Pianti e depressione, sfogati nel tennis e nel running. Qualche mese dopo era in finale allo Us Open, poi tra i partecipanti alla Maratona di New York, ultimata in meno di tre ore e mezza.

Così, nel bel mezzo di una carriera nel tennis, che prevede qualità atletiche ben diverse rispetto a quelle di un fondista. Ma Caroline è sempre stata speciale, in tutto. Sono poi arrivati gli infortuni, le sconfitte, l'inevitabile logorio di chi si è sempre allenata molto, forse troppo.

La classifica WTA ha iniziato a piangere, fino a farla piombare al numero 74. Ma anche lì ha saputo riprendersi: nel 2016 ha rilasciato un'intervista alla TV danese, con la campionessa di badminton Camilla Martin nell'inedito ruolo di giornalista.

Un torneo del Grande Slam? Se deve succedere, succederà”. Nel 2017 si è ripresa alla grande, giocando ben otto finali, fino alla favola vissuta a Melbourne nel 2018. Il lieto fine, il coronamento, l'apice di una carriera.

A quel punto, avrebbe accettato tutto. Pur di vincere uno Slam avrebbe firmato una cambiale in bianco. Il suo corpo gliel'ha fatta pagare qualche mese dopo, quando le è stata diagnosticata un'artrite reumatoide.

Malattia non troppo grave, gestibile, ma non il massimo per un'atleta di alto livello. Per questo, la vittoria a Pechino nel 2018 (l'ultima della sua carriera) ha un valore speciale. Da allora, il tennis è lentamente sceso nella lista delle priorità.

L'anno scorso ha giocato male, ma si è consolata con il matrimonio. Si è sposata in Italia con l'aitante David Lee, ex campione NBA, ed è stato un momento da sogno. Con la fede al dito si è resa conto che il tennis non rappresentava più quello di prima, la ragione che spingeva lei e papà Piotr a lasciare ogni giorno la casa di Herfolge per allenarsi altrove, laddove c'erano più campi disponibili.

Giocavano al mattino presto o alla sera tardi, quando i campi non erano occupati dai soci. Non rappresentava più i sogni di una bambina di otto anni, età in cui fu intervistata per la prima volta. E non rappresentava più quello che bramava da ragazzina, al punto che i suoi continui viaggi per le strade danesi commossero Peter Brixtofte, sindaco di Farum, che aiutò i Wozniacki (immigrati dalla Polonia) ad acquistare un appartamento in città, in modo da evitare alla piccola Caroline i pranzi in macchina, i compiti in macchina, i sogni in macchina. Forse voleva lasciare tranquillo anche il papà, che ha speso una vita intera per lei, al punto da trascurare il fratello aspirante calciatore.

In virtù di questo legame, non è mai stata in grado di affiancarlo – se non per brevi periodi – ad altri allenatori. In tanti si sono alternati all'angolo della Wozniacki: Sven Groeneveld, Michael Mortensen, Ricardo Sanchez, David Kotyza, Sascha Bajin...

ma nessuno è durato più di tanto. Non era un capriccio, non c'era nessuna imposizione del padre. Soltanto il profondo rispetto di Caroline per il suo passato. Un passato che ha scelto di onorare fino all'ultimo, abbandonando il tennis giocato nello stesso luogo in cui ha vissuto la sua esperienza più bella ed emozionante.

“Oggi mi hanno onorato alla grande. È stata una giornata emozionante, non l'avrei potuta immaginare più bella”. Il 24 gennaio 2020, il tennis ha perso una buona persona. Una bella persona.