Ha vinto l'Australian Open, ma non le hanno dato neanche una targa ricordo


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Ha vinto l'Australian Open, ma non le hanno dato neanche una targa ricordo

Sembra che i timori di inizio torneo si siano ridimensionati. Le condizioni atmosferiche di Melbourne sono sensibilmente migliorate, e allora l'Australian Open può dedicarsi anche a faccende più frivole. Ad esempio, corsi e ricorsi storici: in questi giorni si festeggiano i 50 anni dall'inizio del percorso che portò Margaret Court al Grande Slam, con annesse polemiche sulle posizioni non esattamente progressiste dell'ex campionessa (e non condivise da Tennis Australia, che infatti – pur onorando la ricorrenza – non la farà partecipare alla cerimonia di premiazione del singolare femminile).

E poi ci sono le “ultime volte” degli australiani: il 1976 tra gli uomini, con l'inatteso successo di Mark Edmonson, e il 1978 delle donne, quando si impose Chris O'Neil. Il pubblico spera soprattutto in Ashleigh Barty, mentre tra i maschietti soltanto un miracolo di Nick Kyrgios potrebbe interrompere l'astinenza.

In queste ore, tuttavia, grazie a una bella intervista realizzata dal New York Times (che poi è un aggiornamento di quanto già pubblicato una decina d'anni fa da Tennis Magazine), balza alle cronache l'edizione del 1979, singolare femminile.

Non un torneo indimenticabile, vinto da Barbara Jordan in finale su Sharon Walsh. Sono passati 41 anni e l'americana (oggi 62enne) non ha ricevuto alcun riconoscimento dagli organizzatori: una replica del trofeo, una targa, niente.

Al punto che la foto di allora, che la ritrae con l'ingombrante Daphne Akhurst Trophy tra le mani, sembra quasi uno scherzo. Nell'attuale abitazione della Jordan, all'interno di una vetrinetta, risplende un piatto d'argento con una curiosa incisione: “1979 Australian Open, Women's Champion, Barbara Jordan”.

L'hanno fatta realizzare i suoi genitori: una sorta di rituale consolatorio per l'assenza del simbolo che – più di ogni altro – rappresenta la gloria di cui la Jordan si è ricoperta ormai 41 anni fa.

“Sconvolti da questa storia, si sono aggiudicati un piatto d'argento presso un'asta, e lo hanno fatto incidere”. La memoria di quegli anni è un po' offuscata: come vi abbiamo già raccontato, i migliori tendevano a saltare l'Australian Open (specie quando era collocato a fine stagione), per la gioia di tennisti meno blasonati.

È il caso della Jordan, che nel dicembre 1979 approfittò dell'assenza delle migliori dell'epoca, su tutte Chris Evert (che preferiva trascorrere il Natale in famiglia) e Martina Navratilova. A differenza della Evert, per la Jordan non fu un problema trascorrere le vacanze a migliaia di chilometri dalla sua abitazione di allora, nei sobborghi di Philadelphia.

Vien quasi da immaginarla, pensando ai fotogrammi dei primi due episodi di Rocky, ambientati proprio nei bassifondi della città della Pennsylvania. Nel 1979 i tennisti non alloggiavano in moderni hotel a 5 stelle, ma erano ospiti presso alcune famiglie del luogo.

A Barbara Jordan andava bene, perché avrebbe comunque trascorso il Natale in compagnia. All'epoca era numero 68 del mondo e aveva bisogno di un bel risultato, soprattutto perché era uscita subito a Parigi e Londra, mentre a New York aveva raccolto il terzo turno.

Aveva ottime ragioni per essere ottimista, visto che l'anno prima si era imposta la n.111 O'Neil, in finale sulla poco conosciuta Betsy Nagelsen. “Però io valevo più della mia posizione, ero appena diventata professionista e l'anno prima avevo strappato un set alla Navratilova a Wimbledon, l'unico in tutto il torneo.

E visto che l'Australian Open si giocava sull'erba, sentivo di avere le mie possibilità”. Parliamoci chiaro: il tabellone era imbarazzante. Con appena 32 giocatrici, la Jordan era testa di serie numero 5.

Tuttavia, nei quarti colse uno splendido successo contro Hana Mandlikova (che avrebbe vinto l'anno dopo). Rimane il match principale di una campagna che si chiuse con i successi contro Renata Tomanova e Sharon Walsh. “Però non ricordo nulla del match contro la Mandlikova” dice, con il disincanto di chi si trova in età pensionabile: ha recentemente abbandonato il suo lavoro di legale per la città di San José, California.

Una mancanza di memoria davvero particolare, perché quel titolo rimane l'unico nella sua carriera da singolarista. La lotta per l'uguaglianza di genere era ancora agli albori, al punto che le consegnarono un assegno di 10.000 dollari, bazzecole rispetto ai 50.000 riservati a Guillermo Vilas, vincitore del singolare maschile.

Lei ne approfittò per comprarsi la sua prima automobile, una Honda Civic, color marrone metallizzato. Nell'Era Open, soltanto altre sei americane si sono aggiudicate l'Australian Open: per questo, la Jordan sarà sempre accostata a Navratilova, Evert, Seles, Davenport, Capriati e Serena Williams.

Non male. Quel successo rimane una perla isolata, dovuto a una serie di circostanze che le permettono di essere ricordata, anche se il suo lascito principale al tennis femminile è arrivato fuori dal campo. Negli anni 80 ha fatto parte del Consiglio d'Amministrazione WTA e, sfruttando le sue competenze legali, ha dato un aiuto nella realizzazione di un fondo pensionistico per le giocatrici.

Una donna di qualità, spessore, che non parla quasi mai di quel titolo all'Australian Open. Non ha certo bisogno di vantarsi con amici e colleghi, ed è consapevole che fu un successo un po' casuale. Però si diverte pensando a un quiz realizzato da un bar australiano: chi avesse azzeccato la vincitrice dell'edizione 1979, avrebbe avuto diritto a un drink gratis.

Ovviamente quasi nessuno fece il suo nome. L'aneddoto la fa sorridere, quasi come l'assenza di un trofeo ufficiale nel soggiorno di casa sua. Persino Lorenzo Musetti, vincitore della prova junior 2019, ha portato a casa una replica della sua coppa, mostrandola anche in diretta TV nella trasmissione condotta da Fabio Fazio.

Per lei non c'è stato nulla, soltanto oblio. Qualche tempo fa vide una parata di ex vincitrici del torneo in TV: non l'avevano invitata, ci rimase male. Tre anni fa, Tennis Australia ha onorato persino le vincitrici del torneo di doppio del 1979 (Diane Evers e Judy Chaloner) con una bella targa d'argento, invitandole anche a seguire gli incontri.

Per adesso, nessuno si è ricordato di Barbara Jordan. Quando si è resa conto che i passati vincitori sono stati omaggiati con trofei replica, ha preso contatto con il direttore del torneo Craig Tiley. Chiedeva se fosse possibile ottenere un ricordo.

“Mi ha risposto via mail, dicendomi che avrebbe esaminato la questione e poi mi avrebbe fatto sapere”. Va da sé che non l'ha fatto. “So perfettamente che la mia richiesta non ha alcun valore rispetto al momento difficile che sta vivendo l'Australia.

Le immagini che arrivano sono strazienti, spero che presto possa arrivare un po' di sollievo per questa incomprensibile tragedia, magari sotto forma di pioggia”. Il suo augurio si è materializzato con l'acquazzone di lunedì, ma della sua targa ricordo non c'è ancora traccia.

Da torneo sempre attento alle tradizioni e ai campioni, forse l'Australian Open potrebbe fare un piccolo sforzo per una sua ex vincitrice. Se oggi il torneo è tra i più belli e ricchi al mondo, lo deve anche a chi ha permesso che continuasse a svolgersi nei momenti più difficili. Tra loro c'è anche Barbara Jordan.