30 anni fa, la squalifica a John McEnroe


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30 anni fa, la squalifica a John McEnroe

“Persino McEnroe è stato squalificato soltanto una volta”. Questa frase risuona, ogni tanto, quando si riflette sull'eccessiva permissività degli arbitri, raramente capaci di applicare il regolamento quando un giocatore si comporta male.

Se i “warning” vengono elargiti con facilità, è rarissimo che un tennista venga squalificato per cattiva condotta. Anche un ragazzaccio come SuperBrat l'ha sempre sfangata, salvo quella volta all'Australian Open, esattamente trent'anni fa.

Il 21 gennaio 1990 rimane un momento-icona del nostro sport: vale la pena ricordarlo, anche perché McEnroe avrà pure vinto sette Slam in singolare e dieci in doppio, ma ancora oggi (a 60 anni suonati) è famoso soprattutto per le sue sfuriate.

Nel 1990 la sua carriera era in fase discendente. Avrebbe giocato il suo ultimo match di singolare un paio d'anni dopo. Tuttavia, si era presentato a Melbourne con buone ambizioni. Nei primi tre turni aveva lasciato per strada appena quattordici giochi, cifre paragonabili a quelle di Nadal al Roland Garros.

Ma contro Mikael Pernfors, ex campione NCAA, bravo soprattutto sulla terra battuta, successe l'imprevisto. Solitamente “Mac” non è avaro di parole, è più istintivo che riflessivo. Quando deve ricordare questo argomento, tuttavia, pondera bene ogni ragionamento.

Anzi, esprime i concetti più volte. Vuole essere preciso. “Mi sono spesso spinto al limite – ha detto a Cristopher Clarey, sopraffina penna del New York Times – anche se in quella partita non avrei dovuto essere squalificato, ci sono state altre situazioni in cui lo avrei meritato.

Comunque sono un dinosauro: onestamente, oggi chi potrebbe essere squalificato perché perde la calma?”. Ha ragione, anche perché il 2020 ha portato con sé ancora più tecnologia: non solo occhio di falco, ma anche il “VAR” del tennis, che permette di valutare eventuali falli di piede e invasioni di campo.

Ma torniamo al 1990: l'ultima finale Slam di Mac risaliva al 1985, poi c'era stato l'anno sabbatico e un difficile rientro. Tuttavia, la semifinale a Wimbledon 1989 gli aveva restituito un po' di fiducia. Galvanizzato dalla forma ritrovata, si recò in Australia con qualche settimana d'anticipo per giocare la Hopman Cup, che quell'anno iniziò il giorno di Natale e terminò a Capodanno.

Fu proprio la competizione mista a “fregarlo”: iniziata nell'anno solare 1989, aveva ancora le vecchie regole. Fino al 31 dicembre, per cacciare un tennista dovevano esserci quattro avvertimenti: warning, penalty point, penalty game, squalifica.

In tempi di grandi cambiamenti per il tennis (nel 1990, l'ATP prese in mano il circuito maschile), il processo fu “snellito” con l'eliminazione del penalty game. Dopo il penalty point, qualsiasi intemperanza avrebbe portato alla squalifica.

Durante la Hopman Cup, opposto al nostro Paolo Cané, arrivò a tanto così dall'espulsione. Sembra difficile da credere, Ma McEnroe giura che quel 21 gennaio 1990 non sapesse della nuova regola. Peter Bellinger è stato il referee dell'Australian Open dal 1983 al 2005, era in campo in quei concitati momenti e ha ricostruito la faccenda.

A suo dire, la squalifica di Melbourne nacque proprio a Perth. “In Hopman Cup ci furono alcuni cattivi arbitraggi: a un certo punto John rifiutò di giocare e si prese il terzo avvertimento, che significava penalty game.

I cambiamenti alle regole venivano appesi negli spogliatoi, ma ovviamente non li ha letti”. E così, il 21 gennaio 1990, è accaduto l'inevitabile. Sulla sedia c'era il britannico Gerry Armstrong, ancora oggi in attività nel ruolo di supervisor (quest'anno diventerà referee a Wimbledon).

In avvio di terzo set, ha comminato il primo warning a McEnroe per aver dato una prolungata occhiataccia a una giudice di linea. Mentre lo faceva, lasciava rimbalzare la pallina sulle corde, con fare minaccioso. McEnroe avrebbe comunque vinto il terzo set, ma sul punteggio di 6-1 2-6 7-5 2-3, è successo l'irreparabile: Armstrong gli ha rifilato un penalty point per aver scagliato per terra la racchetta.

“Pernfors era avanti nel quarto, ma avevo la sensazione di poterlo vincere – ricorda l'americano – ho commesso un errore banale, ho lanciato la racchetta per terra e si è rotta, ma non era un gesto violento.

Non era indirizzata a un giudice di linea o a un raccattapalle. I giocatori lo fanno spesso, ma credo che all'epoca l'arbitro avesse una sorta di potere discrezionale sul warning. Quando è arrivato il penalty point, ricordo di avergli detto: “Ehi, qui ci sono quasi 50 gradi, forse potresti darmi una tregua”.

Fedele al suo stile, la prese sul personale e chiese l'intervento del supervisor Ken Farrar. Quel punto perso, in effetti, era importante: aveva dato il 4-2 a Pernfors. In campo arrivarono Farrar e lo stesso Bellinger. Cercò di convincerli a modificare la decisione, sostenendo che la racchetta fosse ancora utilizzabile.

Niente da fare. Mentre i due lasciavano il campo, si lasciò andare a un'espressione che non si può ripetere. Una parola che in inglese ha quattro lettere, in italiano cinque. “Non so quante persone l'abbiano sentita, perché era quasi sottovoce, ma Farrar sì.

Forse anche Armstrong, anche perché poi l'ha scritto”. Mac pensava a un penalty game, invece è arrivata la squalifica, accolta con le mani sui fianchi e un sorriso ironico, oltre alla rabbia del pubblico e lo sguardo incredulo di Pernfors.

Oggi ammette che fu una sorta di prezzo da pagare per il trattamento di favore di cui aveva beneficiato per tutta la carriera. A suo dire, la squalifica avvenne perché era in fase discendente, e dunque non più tutelato come prima.

Bellinger (che era presente, ma senza potere decisionale) ritiene che sia stata una semplice osservanza delle regole. “Ha avuto quello che si è meritato”. E Gerry Armstrong? Da anni ha scelto il silenzio, anche se nel 1997 il Sunday Times riuscì a strappargli qualche dichiarazione.

“La portata dell'episodio non ha superato il giorno successivo – disse – semplicemente, è successo. Ho seguito i regolamenti ed è stato un semplice giorno di lavoro”. Non è così, visto che non accadeva da 27 anni che un giocatore non venisse squalificato in uno Slam per cattivo comportamento.

L'ultimo era stato il mitico Pato Alvarez, al Roland Garros 1963. “La prima cosa che ho pensato fu che il mio manager, Sergio Palmieri (che era in tribuna a torso nudo e fece un'espressione allibita quando Armstrong annunciò la squalifica, ndr), non mi aveva avvisato del cambio, quindi è ingiusto cercare di incolpare chiunque tranne me stesso - dice McEnroe - avrei dovuto conoscere la nuova regola”.

Bellinger sostiene che la frase fosse particolarmente grave. “Se il pubblico l'avesse sentita, non credo che avrebbe contestato così vivacemente la decisione. Però avevano pagato il biglietto, e all'epoca i soldi si spendevano soprattutto per veder giocare McEnroe”.

Oggi le regole sono cambiate: la squalifica non è più automatica, ma è aumentata la discrezionalità degli ufficiali di gara. Intanto è stata eliminata la norma del “default” alla terza violazione, ma è stato ripristato il penalty game.

Ma c'è di più: qualsiasi warning dal terzo in poi rappresenta un semplice penalty game (pag. 46-47). Tuttavia, dalla terza violazione in poi, il referee e il supervisor possono determinare la squalifica. Naturalmente è prevista l'espulsione immediata per i casi più gravi.

Da allora hanno tutti riguardato eventi accidentali, con i giocatori che hanno colpito con una pallata un raccattapalle (Henman a Wimbledon 1995), un giudice di linea (David Nalbandian con una pedata, Darian King con una racchetta “di rimbalzo”, Olga Puchkova e – per ultimo – Michael Mmoh), oppure addirittura l'arbitro, come accaduto a Denis Shapovalov durante Canada-Gran Bretagna di Coppa Davis, quando rischiò di cavare un occhio ad Arnaud Gabas.

Quanto a McEnroe, ammette che quella squalifica avrebbe potuto cambiarlo “perché avrei preso il gioco più seriamente, e probabilmente mi sarebbe piaciuto di più. Ma non voglio dire che mi sarebbe piaciuto essere un soldatino che rispettava le regole, anche perché oggi il pubblico rimpiange i giocatori con forte personalità”.

Ancora oggi, durante le esibizioni, il pubblico si aspetta l'iconica frase “You cannot be serious!” e rimane deluso se non avviene. “Ë una dinamica strana: mi stanno pagando per fare le stesse cose che a suo tempo mi costarono delle multe”.

Già, ma neanche una squalifica. Quella arrivò quando non la meritava. Sembra ieri, invece sono già passati 30 anni.