Nadal vuole una sola Coppa del Mondo. "È un obbligo"


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Nadal vuole una sola Coppa del Mondo. "È un obbligo"

Chissà se i capi gli daranno retta. Archiviata l'esperienza in ATP Cup, Rafael Nadal è stato chiaro: ritiene che non ci sia spazio per due competizioni così simili, peraltro a sei settimane di distanza.

Le tappe che hanno portato alla situazione attuale sono ben note, non vale la pena ripeterle. Ma è innegabile – e Nadal lo sa – che si tratta di una lotta di potere, fatta anche di ripicche, tra i due principali organi di governo del tennis: ATP e ITF.

Dopo anni di chiacchiere, le parole si sono trasformate in fatti ed è evidente che si sia creata una situazione insostenibile. Chi segue queste faccende lo dice da tempo, ma chissà che le parole del numero 1 del mondo non diano uno scossone.

Forte di tre giorni di spazio in più rispetto alle Davis Cup Finals, e la collocazione in tre città diverse (Sydney, Brisbane e Perth), l'ATP Cup ha raccolto 220.000 spettatori per un carrozzione con 24 team e 120 giocatori.

Nel complesso, è andata bene. La formula è più sana rispetto a quella di Madrid, peraltro con il vantaggio dei punti ATP in palio. Tuttavia, lo si potrebbe definire un "successo imperfetto" Dopo la sconfitta contro Djokovic nel secondo singolare di Spagna-Serbia, Nadal è stato chiaro: “Due Coppe del Mondo in un mese non sono reali.

Non è possibile. Bisogna trovare il modo di raggiungere un accordo tra ATP e ITF per creare un'unica grande Coppa del Mondo, non due competizioni così vicine tra loro. Così si crea confusione per gli spettatori, e nel nostro sport c'è bisogno di chiarezza.

Abbiamo l'obbligo di risolvere questo problema, ne va della salute del nostro tennis”. Parole pesanti, importanti, pronunciate da un giocatore-icona, ben consapevole delle tensioni politiche, visto che di recente è tornato nel player council ATP (di cui era stato vicepresidente qualche anno fa prima di rassegnare le dimissioni perché le sue idee non erano troppo ascoltate: in particolare, si era battuto per un ranking ATP biennale).

La Davis voluta da Piqué e l'ATP Cup sono imperfette nel concetto, nello sviluppo e nella programmazione. Riflettono un mondo in rapido cambiamento, in cui gli interessi vengono prima di tutto. Con tali premesse, non è stato possibile trovare un compromesso.

L'ATP Cup ha offerto belle partite e una buona atmosfera, con tanti tifosi sparsi qua e là. D'altra parte, l'Australia ha un paio di caratteristiche che ben si sposano con una competizione del genere: intanto lo sport è vissuto come una religione, fa parte del tessuto sociale.

E poi ha grande immigrazione, con abitanti provenienti da ogni parte del mondo (basti pensare che SBS, l'emittente radiotelevisiva di stato, trasmette in ben 68 lingue). I 70.000 serbi che risiedono da quelle parti si sono riversati a Brisbane e a Sydney, colorando l'ambiente e facendo un gran baccano.

A volte hanno esagerato, tanto che Nadal lo ha sottolineato, però hanno reso l'aria frizzante. Ma torniamo ai dati: circa 140.000 persone hanno affollato la Caja Magica durante le Davis Cup Finals, ben 80.000 in meno rispetto a quanto avvenuto in Australia (sia pure con tre giorni in meno).

Se i match della Spagna hanno fatto registrare il sold-out, gli altri incontri (anche sui campi meno capienti) hanno fatto registrare fin troppi biglietti invenduti. In realtà si sono visti parecchi vuoti anche in ATP Cup: in particolare, è stato deprimente vedere la splendida RAC Arena di Perth quasi vuota in occasione di alcuni match serali.

Il paragone con i colpi d'occhio a cui ci aveva abituato la Hopman Cup è impietoso. Va detto che per le fasi finali, definite “Final8”, l'atmosfera è migliorata notevolmente. Anche l'ATP Cup, tuttavia, ha adottato la strategia di offrire biglietti gratuiti per migliorare il colpo d'occhio.

Le due competizioni hanno avuto qualcosa in comune: l'impegno dei giocatori e la spettacolarità di diversi match. I tennisti ci danno dentro, anche perché una competizione a squadre spezza la routine (spesso solitaria) dei tennisti e crea un bel clima.

Andrebbe spiegato a quelli che hanno ucciso la vera Coppa Davis, laddove i gruppi si cementavano sul serio, ma tant'è. Nessuno dei due format (sei gironi da tre a Madrid in una sola sede, sei gironi da quattro in tre città in ATP Cup) è ideale, anche perché è difficile trovare sedi in grado di ospitare così tanti giocatori: soltanto gli impianti degli Slam e pochissimi altri.

Visto che la formula casa-trasferta è stata spazzata via, l'anomalia persisterà a meno che ATP, ITF o chi per loro non realizzerà un impianto apposito per la “Coppa del Mondo”. Proprio come la Davis, l'ATP Cup è stata impreziosita dai giocatori.

Ogni giorno ci sono state belle partite, piccole storie, emozioni. Nemmeno la presenza di giocatori di basso livello è da considerarsi un problema: in Davis – quella vera – è sempre stato così.

Gli allestimenti erano belli, con le panchine piazzate agli angoli del campo, manco fossero i clan di due pugili, e vagamente scopiazzate dalla Laver Cup. Inoltre i giocatori avevano a disposizione le statistiche in tempo reale, come peraltro già avviene per i coach WTA.

Non è mancata l'aneddotica: Medvedev ha colpito il seggiolone dell'arbitro con la racchetta, Shapovalov ha imprecato contro i tifosi serbi, ripresi anche dal giudice di sedia Carlos Bernardes: “Se non riuscite a stare zitti, potete anche andarvene” ha detto, armato di microfono.

Dan Evans ha vinto una partita fantastica contro De Minaur, ma si è esibito in un torrente di parolacce. Senza dimenticare Stefanos Tsitsipas, che ha accidentamente colpito papà Apostolos in uno scatto d'ira nello scaraventare la racchetta.

Tutto divertente, ma Nadal non riesce proprio a dimenticare la somiglianza con la Davis “Quando gioco qui non penso all'Australian Open,così come non penso al Roland Garros quando sono a Monte Carlo – ha aggiunto – penso che sia una grande competizione, sono stato felice di farne parte, e mi è piaciuto condividere queste settimane con i miei compagni.

L'organizzazione è stata fantastica, ma resto dell'idea che bisogna creare un solo grande evento, non due”. La pensa così anche Djokovic, che nei giorni scorsi aveva auspicato un accordo ATP-ITF che possa cambiare le cose a partire dal 2022.

Nella sua prima intervista da presidente ATP, Gaudenzi ha usato parole morbide, spiegando che il tennis ha bisogno di tutti per essere un prodotto di successo. Ci ha messo dentro anche l'ITF, segno che è ben consapevole del problema.

La faccenda si potrebbe risolvere con un po' di buona volonta: d'altra parte, vent'anni fa un accordo tra ATP e ITF portò alla scomparsa della Grand Slam Cup in cambio di qualche modifica regolamentare per le ATP Finals.

Oggi si potrebbe fare altrettanto, ma è necessaria la collaborazione di entrambe le parti. Ciò che delude è che nessuno sta rispettando la vecchia Davis, detentrice morale di quello spirito di squadra tanto decantato tra Madrid e Sydney.

La soluzione ideale sarebbe un ritorno al passato per la Davis, lasciando crescere l'ATP Cup per conto suo. Il problema è che i buoi sono scappati e nessuno vuole tornare indietro (a parte un Sascha Zverev ammirevole nel suo personale Aventino).

Potevano pensarci prima. Intanto, il Barcellona ha inserito nuove clausole nei contratti dei propri tesserati, riguardanti l'utilizzo dei social network e il divieto di fare altri lavori. In Spagna le hanno chiamate “norme Anti-Piqué”, visto che i vertici del team catalano non hanno gradito la sua maxi-esposizione per promuovere la Davis, peraltro con più di un imbarazzo per i blaugrana. Se i lasciti sono questi... Mah.